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Differenze sostanziali fra scacchi scolastici e scacchi nel circolo, che chiamo agonistici.

Tre modi di fare scacchi con i bambini: scuola, doposcuola e circoloA scuola.
A scuola gli scacchi sono imposti e richiedono una certa dose di cautela nel programma didattico, se non voglio rendere gli scacchi alla pari delle materie scolastiche.

Al circolo e al club scolastico.
I ragazzi che scelgono l’agonismo, quasi sempre per loro volontà, si dividono in due gruppi: quelli che vogliono sapere di più sugli scacchi e quelli che  credono di volerlo.
Questi ultimi arrivano all’agonismo o per compiacere i genitori o perché l’istruttore accattivante è riuscito a motivarli nel corso scolastico. Credono di voler sapere, ma man mano che passa il tempo e si accorgono della mole di lavoro che l’agonismo richiede, si allontanano di nuovo. Continuano solo quelli che vogliono e hanno bisogno di sapere.

Per gli agonisti la qualità tecnica dell’insegnamento è importante.
Per chi prosegue l’attività agonistica i concetti sviluppo dei pezzi, il valore relativo dei pezzi, l’arrocco, la tattica, la strategia e quant’altro c’è, sono importanti; anzi costituiscono l’ossatura dello sviluppo scacchistico degli agonisti. Senza queste conoscenze non si può partecipare con successo alle competizioni.

A scuola.
Negli scacchi scolastici il livello è necessariamente molto più basso, ma non solo il livello anche la pratica del gioco è di gran lunga inferiore, e questi concetti sono dettagli marginalmente influenti. Lo scopo dell’insegnamento scacchistico nella scuola è di far loro scoprire il gioco in modo personale, non dar loro la pappa gia masticata. Non sono io istruttore a decidere quale sia il loro modo individuale.

Scuola e circolo: punti di vista diversi.
Spesso nell’evolversi delle discussioni i miei interlocutori si ritrovano a riflettere sulle mie affermazioni da un’ottica agonistica e non ci capiamo, parliamo di due cose diverse.

Ovviamente conta anche l’età degli allievi.
Senza poi contare il fatto delle età dei ragazzi, cambia la sostanza delle informazioni se uno ragiona in un’ottica di scuola media con l’altro che parla di elementari. Si può anche iniziare una discussione sullo stesso piano, ma col progredire di quest’ultima ci si allontana, ognuno sulla sua posizione rendendo difficilissima la comprensione.
Quindi nel mio programma didattico per la scuola riesco a rimanere nell’ottica quasi esclusivamente scolastica; non ci sono temi o concetti importanti ma solamente indirizzi da esplorare e, nel caso i ragazzi trovino qualcosa che va loro bene, da usare.

Niente compiti a casa.
Teniamo conto che i bambini della scuola elementare dimenticano la maggior parte delle cose imparate da una settimana all’altra; e se non si esercitano a casa (compiti) dimenticano ancora più facilmente. I compiti servono a questo, ma sono “agonistici”, servono cioè a portarli più velocemente a un certo punto, ad aumentare il rendimento nella materia scolastica scacchi.
A me questo non non serve, dato che aumentano anche le differenze nella classe, rendendo gli scacchi una materia scolastica in più, cosa che voglio evitare. Gli scacchi devono essere qualcosa di diverso.

Punteggio a perdere.
Se alle prime lezioni menziono i punteggi numerici per dare un valore ai pezzi, non lo faccio come un assioma, bensì solamente per dare una direzione. So che la maggior parte di loro dopo due settimane avrà dimenticato completamente questo valore numerico, e io non lo menzionerò più, salvo che me lo chiedano esplicitamente.
Lo dimostra il fatto che dopo due anni di corso (60 ore) almeno il 60 % dei ragazzi si deve sforzare per ricordarsi il valore numerico di un pezzo. Mentre quei ragazzi che sono potenziali agonisti se li ricordano quando catturano pezzi avversari, gli altri non ci pensano.  E va ancora bene cosi.
Quando parlo di conoscenza del valore dei pezzi da parte dei ragazzi intendo l’aver scoperto – ognuno a modo suo – che non è utile scambiare un pezzo per un Pedone o una Torre per un pezz; quali pezzi hanno più possibilità di scelta per muoversi; ecc. Insomma, conoscere quali pezzi sono più forti, e, di norma, non scambiare un pezzo più forte  per uno più debole.

Niente relativismo!
Pensare di dare valori relativi lo trovo, a questi livelli, un tantino utopistico.
I bambini devono scoprire da soli con quali pezzi giocano meglio. Questi pezzi saranno per un bel po’ i pezzi più forti, i pezzi con i quali raccolgono più successi.

Non mostro loro quali pezzi siano più veloci o quali pezzi diano matto più facilmente. Primo perché il pezzo più veloce per loro è il pezzo che preferiscono; secondo perché  il matto che riconoscono sempre a prima vista è il matto affogato con il Cavallo (sono tutti matti in una sola mossa).
Ma siccome non è sempre il pezzo più forte a dare matto più facilmente, li lascio completamente liberi di dare un loro valore ai pezzi, nonostante nelle prime lezioni dia un valore di scambio ai pezzi.

La differenza sta solamente nell’importanza che do alle lezioni. Posso mettere l’accento sul valore di scambio oppure posso semplicemente trattarlo come un concetto dei tanti da usare se uno vuole oppure no, la scelta deve rimanere e rimane comunque al ragazzo.

La differenza è che negli scacchi scolastici i concetti sono meramente indirizzativi, mentre nell’agonismo sono basilari e di fatto imposti ma comunque accettati o cercati dai ragazzi.

Qui c’è una differenza sostanziale e se manca la sostanza, secondo la mia modesta opinione, allora la materia diventa agonistica.

Lo scopo degli scacchi scolastici è l’esplorazione individuale
Alcune cose e il modo in cui proponiamo certi concetti sono dettagli marginali nell’ottica scacchi scolastici, visto che lo scopo non è la forza di gioco o la perfezione riguardo agli scacchi, ma l’esplorazione individuale.

Non gli scacchi davanti ai ragazzi, ma i ragazzi prima di tutto.
Si potrebbe obiettare: che male c’è se imparano a giocare meglio prima? Posso solo dire che i ragazzi adatti al circolo (agonismo) sono una minoranza a scuola e non si deve vedere la situazione dall’ottica di questi ragazzi, che invece catturano maggiormente la nostra attenzione perché reagiscono in un modo a noi piacevole, ma si deve tenere in considerazione la maggioranza della classe.
Nel circolo i ragazzi tendono per sé agli scacchi e richiedono un altro trattamento di fondo, mentre nella scuola la maggioranza è molto ma veramente molto lontana dalla realtà agonistica del circolo di scacchi.

Influisce anche pesantemente la differenza nella pratica di gioco, ridotta a scuola, accentuata, invece, al circolo. Questo fatto viene spesso sottovalutato quando si parla di scacchi nelle scuole: non si tiene conto di tutte le differenze che ci sono e si propongono programmi che mettono, nella pratica, tutti i bambini sullo stesso piano (di solito è quello dell’agonismo).

Criticare le scelte del bambino?
Estrapolo una parte dell’ottima lezione per istruttori di Andrea Serpi, che non dovrebbe mancare nel curriculum di un istruttore, per spiegare che la critica cosiddetta costruttiva non va bene per tutti e oggi come oggi credo siano di più i ragazzi ai quali non va bene.

Le contrapposizioni [fra allievo e istruttore] spesso sorgono sul giudizio di valore. Quello che faccio io è giusto perché lo faccio io, quello che fai tu è sbagliato perché lo fai tu. E lì la risposta dell’allievo sarà negativa. La comprensione va messa sullo stesso piano, il ruolo [invece] va giocato.

(Tratto dalla dispensa preparata dal Comitato Regionale Scacchi del Friuli trascritta da un corso per istruttori del 2006 tenuto dal M. Andrea Serpi, formatore FSI;  clicca qui per scaricarla)

La citazione rende bene l’idea che non si deve trasmettere al ragazzo il concettp, ma forse ancora di più la sensazione/l’emozione che quello che faccio io è giusto perché lo faccio io e e perché sono più forte. Un comportamento simile scatenerebbe una reazione di chiusura da parte del ragazzo.
Ma la frase citata sopra lascia intendere che sia comunque sempre  l’istruttore, col suo modo di fare, a controllare l’interpretazione del ragazzo, il che credo sia vero solo in parte, nei casi ovviamente negativi.

Ma se lo stesso istruttore usasse sempre lo stesso tono di voce e la stessa strategia con bambini diversi e per quanto possibile anche nelle situazioni uguali, i bambini potrebbero interpretare  le stesse parole in modo diverso. Alcuni  proprio il messaggio che si cerca di evitare “Quello che faccio io è giusto perché lo faccio io, quello che fai tu è sbagliato perché lo fai tu”.
I bambini sono diversi e qualcuno potrebbe pensare “l’istruttore vuole il meglio per me”, mentre altri potrebbero pensare “a questo non gliene va mai bene una” oppure “questo ce l’ha con me”.

Le nostre intenzioni possono essere le migliori, ma cosa pensa o recepisce il bambino, o come interpreta il sentito dipende soprattutto e in prima linea dal ragazzo.
Per questo motivo le critiche siano esse costruttive o meno non fanno parte del minimo denominatore comune nella classe.
Le posso e devo anche usare nella lezione individuale una volta capito come interpreta i miei “consigli”, ma a scuola non è utile e nemmeno necessario, ovviamente se non guardo alla scuola tramite l’ottica dell’agonismo, che invece prevede di insistere sul modo giusto di giocare (ma giusto per chi, per gli scacchi?).

A scacchi ognuno giochi con la propria testa.

A scacchi ognuno giochi con la propria testa.

Non dobbiamo dimenticare che un programma didattico, un modo particolare, un sistema o quello che sia, che funziona per uno non funzionerà mai per tutti. Nemmeno il minimo denominatore comune funziona con tutti, ma credo non arrechi gravi danni ai più “forti” scolasticamente parlando visto che possono sbizzarrirsi giocando di più.
Un fattore importante è la non interferenza, perché da molti ragazzi ricevuta negativamente. Anche quando sottolineo delle cose positive durante il gioco dei ragazzi, posso sempre essere interpretato, per esempio, di preferire l’avversario.

Il senso spiccato di giustizia o eguaglianza dei ragazzi è leggermente diverso da quello degli adulti.

Non interferendo nelle partite e nel modo di giocare evitiamo anche di farci trasportare, senza accorgercene, da preferenze che normalmente sviluppiamo man mano che procedono i corsi.

Concludendo: il pubblico a scuola è diverso dal pubblico al circolo e i corsi nel doposcuola hanno ancora un altro tipo di ascoltatori.
Certi programmi vanno usati a scuola, altri, diversi, vanno usati al circolo e altri ancora nei doposcuola, con una diversa impostazione del ruolo dell’istruttore nelle tre diverse realtà.
È troppo difficile, almeno per me, tenere il piede in tre staffe. Quindi i miei programmi sono per i corsi in orario scolastico.

Non basta sapere che i ragazzi non sono dei piccoli adulti, la frase deve essere interiorizzata esperienziata o capita sul campo e usata di conseguenza anche in pratica. È troppo facile dimenticarsene.

Fare scacchi a scuola non è fare scuola di scacchi!

Bambina gioca a scacchiIl test finale fatto dopo il secondo anno del progetto di Brunico ha rivelato un chiaro ulteriore aumento del rendimento dei ragazzi. Il risultato è stato superiore alle nostre aspettative e conferma la direzione didattica intrapresa.
È una mia convinzione che i risultati dei test di gruppo, che rispecchiano l’insieme di tutta la classe, dipendano in gran parte dalle componenti più deboli e medie della classe.
Quello che voglio dire è che il programma didattico deve essere rivolto in prima linea a questi livelli medio-bassi piuttosto che alle possibilità, che ci sono senz’altro, di èlite. 

Negli studi i benefici degli scacchi sembrano esistere solo il primo anno.
Il problema principale che si pone in molti studi sugli effetti degli scacchi scolastici è la decrescita dei risultati positivi nei corsi successivi a quello di base.

Quando il corso diventa più difficile, molti bambini perdono interesse per gli scacchi
A mio avviso questo scaturisce dal fatto che i vantaggi emergono di norma dopo il primo corso. Il primo corso consiste sopratutto nell’insegnamento delle regole e poco altro; i corsi successivi tendono a diventare via via più tecnici e più difficili. Molti dei ragazzi di livello medio e tutti quelli di livello basso iniziano ad avere difficoltà a seguire le lezioni, che diventano anche più veloci (non come da teoria ma come succede in pratica), e pian piano si distanziano dagli scacchi e non partecipano più. Fanno finta di ascoltare e rispondono affermativamente alle domande, ma in realtà si sono dissociati dagli scacchi, anche se a prima vista non sembra cosi.
La conseguenza è che i vantaggi che scaturiscono dalla pratica attiva degli scacchi si diluiscono fino a scomparire nuovamente, portando così i ragazzi di livello medio – basso quasi, se non esattamente, al punto di partenza prima di entrare in contatto con gli scacchi.

Gli scacchi funzionano se c’è passione.
Non è l’imparare le regole che dà il via all’emersione dei vantaggi. Non basta saper giocare per usufruire delle potenzialità presenti negli scacchi. Ci vuole molto di più e non intendo con questo “di più” la teoria scacchistica, che alla fine è anch’essa solo un conglomerato di regole senza una efficacia intrinseca.

Se nei corsi successivi al primo si mette troppa tecnica, come accade quasi sempre, nel test di valutazione cognitiva i valori rilevati saranno necessariamente più bassi. E peggioreranno nel tempo, tornando inesorabilmente indietro in relazione al numero dei ragazzi che si dissocieranno interiormente dagli scacchi.

Avere dei risultati in un primo test non vuole dire niente di speciale, se questi risultati non si prolungano e si sviluppano (migliorano) nel tempo.

Dobbiamo essere coerenti: nella scuola facciamo scacchi a scuola e non scuola di scacchi.
Ritengo inutile parlare dei vantaggi che possono scaturire dagli scacchi nel breve periodo, giusto per entrare nelle scuole, se poi nella pratica razzoliamo male, perseguendo altri scopi da quelli citati quando si parla dei vantaggi degli scacchi. Noto, per inciso, che anche nelle altre discipline sportive la situazione non cambia affatto, si predica bene ma alla fine lo scopo è sempre il proselitismo (idealisti forse esclusi). ;-)

Non ho niente contro l’agonismo, anzi ci sono ragazzi che guai a non proporglielo. Togliere loro l’agonismo è  come imporre l’agonismo a chi non vuole saperne.

I dirigenti sportivi vogliono numeri e risultati, ma non va bene.
Voglio solo che si differenzino chiaramente gli scopi e le motivazioni. Mi torna qui in mente il convegno di Torino che, senza togliere niente alla riuscita manifestazione, mi ha estremamente deluso e mi ha messo completamente in crisi, al punto che pensavo di non scrivere più. Il titolo del convegno era  “Gli scacchi un gioco per crescere”  e mi aspettavo interventi mirati alla educazione dei ragazzi e allo sviluppo della loro personalità tramite gli scacchi. A parte qualche rara eccezione, invece, gli interventi erano impostati come se il titolo  del convegno fosse stato “Come fare per raccogliere un  maggior numero di tesserati e sponsor tramite la scuola“.  La scuola diventava un mezzo per fare proselitismo, e i vantaggi degli scacchi erano usati come esca.  Piu altolocati i relatori, maggiore era l’attenzione da essi dedicata al numero dei tesserati, all’incremento dei successi sportivi e ai fondi ottenuti grazie ai ciò. Quest’ultimo tema ha riscosso indubbiamente, con le dovute eccezioni naturalmente, il maggior successo nel pubblico e sicuramente anche nei dirigenti.

In buona fede,  penso, si mettono i ragazzi davanti al carro per ottenere il meglio, purtroppo non per i ragazzi e sottolineo che stiamo parlando di scuola, ma per il movimento scacchistico. Che con questa ottica mi si parli dei vantaggi degli scacchi per la crescita dei ragazzi mi lascia alquanto perplesso.

Ma qualcuno si è mai chiesto quante storie, anche tragiche, di insuccessi stanno dietro a tutte le storie di successi sportivi? Credo siano molte di più dei successi. Chi segue i giovani ne sa già tante  ed è solo la punta dell’iceberg. Basta pensare a quanti rimangono al circolo dopo un paio di corsi e tornei; e a quanti invece abbandonano. Per quelli che smettono, qual è stato l’impatto degli scacchi? Cosa è rimasto loro? Un’altro colpo all’ego già fragile?
A scuola questo non deve succedere. Una cosa è il talento e su base volontaria bisogna dargli quello che chiede, forza di gioco, vittorie e quant’altro. Ma quando gli scacchi sono “imposti”, per esempio a scuola, si deve considerare tutto all’infuori dell’agonismo e della ricerca di nuovi tesserati, i quali comunque arriveranno come conseguenza, ma non come scopo implicito.

Il Guardiano della Luna

Il Guardiano della lunaUna dimostrazione che gli scacchi sono in continua crescita è dato dal fatto che anche nelle prime elementari si trovano bambini che sanno già buona parte delle regole del gioco. Questo non è affatto un vantaggio per noi istruttori dal momento che questi bambini da una parte “ispirano” un senso di inferiorità ai compagni e dall’altra interrompono continuamente la lezione cercando di anticipare contenuti che l’Istruttore presenta invece nell’ordine che ritiene più adatto.

 

L’origine di tutto, il petulante.
Così qualche anno fa inventai un nuovo “fantomatico ” pezzo: il Petulante, e grazie al supporto del mio amico istruttore Michele Devilla, lo costruimmo con le sembianze di un giullare, del tipo che sbuca con una molla dalla sua scatola.
Quando un bambino interrompeva la lezione dicendo di sapere già come muovevano i pezzi io replicavo:
“Però forse non sai come si muove il Petulante!”
e naturalmente questo produceva oltre all’effetto sperato di “imbrigliare l’impertinente” anche qualche sorrisino complice delle maestre che ci confessavano di avere spesso lo stesso problema durante le loro lezioni.
L’introduzione del Petulante ha ridotto considerevolmente gli interventi di questi bambini. Per non deluderli troppo, erano comunque i primi intervistati per le domande di feedback (bisogna sempre verificare che i bambini abbiano capito le istruzioni facendo domande dopo ogni informazione trasmessa!)

 Il “Guardiano della luna”
Forte di questa bella pensata, ho sperimentato quest’anno in due prime elementari dell’Ottavo circolo “Galileo Galilei” di Sassari un nuovo espediente: il “Guardiano della luna” (l’istruttore Maurizio Figus).
Poiché nei miei corsi affianco in genere nuovi istruttori per affinare una metodologia comune, in genere li presento sempre con nomi immaginifici che stimolano la fantasia dei bambini. Così ho avuto con me  in passato “Il Castigamatti” (Salvatore Fenu), “Il giornalista” (Michele Devilla) “La schiamazzatrice” (Erika Pili), “Il prestigiatore” (Daniele Sistu) “O Sarracino” (Lorenzo Maldarelli), “Il Commissario” (Giacomo Deiana) e così via…
Grazie al “Guardiano della luna”, l’amico Maurizio Figus, abbiamo iniziato quest’anno quest’avventura col proposito di mettere in pratica il mio metodo ideografico, ma ci siamo anche divertiti a fare dei giochi di memoria e di logica: per esempio i bambini dovevano dire parole che iniziassero con la prima lettera del loro nome (gioco che raccomando per imparare subito tutti i nomi dei bambini), oppure parole che avevano lo stesso numero di lettere di quella detta dal Guardiano, eccetera.
Ad ogni lezione gli ultimi dieci minuti erano sempre dedicati – a richiesta – ai giochi di logica. Il “Guardiano della luna” faceva sempre una verifica sulla scacchiera ideografica per accertarsi che i bambini avessero capito il movimento dei pezzi. Ad esempio,
“La torre si muove sulle diagonali: vero o falso?”
Una volta Maurizio è arrivato con 5 minuti di ritardo creando una grande aspettativa e così abbiamo concordato di utilizzare sempre questa “manfrina”:  il “Guardiano della luna” arriva solo quando c’è perfetto silenzio in classe.

I personaggi “Lunari”.
Osservando i bambini (quest’anno ho tenuto lezioni tra le altre a ben 5 prime elementari!) ho potuto catalogare alcuni comportamenti ricorrenti e mi sono inventato dei corrispondenti personaggi di una ipotetica classe sulla Luna, con nomi altisonanti e poco comprensibili, affinchè non siano utilizzati come soprannomi, che sarebbe deleterio.
Così sono nati:

  • l’Eclatante, colui che alza la voce senza apparente motivo;
  • lo Sbandieratore, il bambino che alza continuamente la mano;
  • Cacciafarfalle, chi parla sempre di argomenti non pertinenti;
  • Scarabocchione, personaggio inventato da Salvatore Fenu per i bambini che disegnano sempre;
  • Girellone, chi si alza in piedi continuamente;
  • Pisolino, il bambino perennemente assorto;
  • Cacofonico, che emette invece versi “animaleschi”;
  • Masticabrodo, colui che timidamente biascica le risposte;
  • Magnalagna, per tutti coloro che si lamentano sempre;
  • Infingardo, il pigro che non vuole collaborare;
  • Tiraemolla, chi contende gli oggetti ai compagni.

 Poi ci sono altri personaggi che si notano quando giocano a scacchi insieme:

  •  il Tesoriere, che tende a contare continuamente i pezzi catturati;
  • Bruciafuoco, il giocatore precipitoso;
  • Spergiuro, il bambino che nega di aver toccato un pezzo;
  • Spelagambe, il bambino che irride i compagni;
  • Pilandra, parola in dialetto sassarese per i bambini vivaci e furbi;
  • Carica-batterie, il bambino iperattivo;
  • Filantropo, il bambino che perde col sorriso;
  • l’Affarista, che propone patta quando ha praticamente perso;
  • l’Intrepido, votato agli attacchi sconsiderati.

Questa è solo una rassegna provvisoria di questa nostra “tassonomia” scolastica, che ci serve oltre che per avere personaggi astratti da raffigurare nelle carte che diamo ai bambini, anche come “bersagli” protagonisti delle miniature delle nostre dispense. Tutto questo ci dà modo di osservare come il carattere porta a fare dei tipici errori di concetto.

Così il “Guardiano della luna” racconta i suoi personaggi lunari ogni volta che abbiamo bisogno di stigmatizzare un certo atteggiamento, e alla fine della lezione distibuisce a piene mani le carte coi personaggi, con i movimenti dei pezzi, o con semplici esercizi di matto.

Gli incontri coi bambini si sono tenuti per un’ora alla settimana, e trattandosi di studenti di 6 anni si sono limitati alla fase ludica: raramente invito questi bambini a partecipare a tornei, perché ritengo troppo presto per loro fare esperienza della competizione sportiva; in genere aspetto sempre che siano in terza elementare e con almeno due anni di corsi scolastici “alle spalle”.

L’arrocco spiegato ai bambini di quarta elementare.

Nel suo ultimo articolo, Alexander Wild, parlando del suo secondo anno di corso a Brunico, con i bambini di terza elementare, ha scritto:

L’arrocco è stato recepito in maniera corretta, ma a parte qualche eccezione non è usato, e io non insisto con loro perché arrocchino. Forse l’anno prossimo spiegherò qualche concetto sulla strategia dell’apertura includendo nuovamente l’arrocco, ma non ho ancora deciso al riguardo, perché inizialmente prevedevo di iniziare con gli elementi di strategia solo in quinta classe, al quarto anno di corso.

Alessandro Pompa è convinto che in quarta elementare si possa parlare dell’arrocco ai bambini in chiave strategica. Vediamo come.
Da libro ”I Bambini e gli Scacchi“, di A. Pompa, R. Miletto, M.R. Fucci, F. Morrone, pp. 113-114:

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L’Arrocco va considerato come una vera chiave strategica del re dei giochi: perciò tendiamo a proporlo, dalla media latenza [8-9 anni, NdR], al temine della trattazione dei temi tattici e strategici del medio gioco. E questa ci pare una buona sede per fornire al lettore una esposizione breve in proposito.

Un’importante acquisizione, che costituisce prerequisito per l’Arrocco, è l’idea dello “sviluppo dei pezzi”. Un lavoro che va ben calibrato nel gruppo. Si può partire dalla realistica concretezza del qui ed ora, come nell’esempio che segue tratto da un’esperienza in una quarta classe.

A. [indica Alessandro Pompa, NdR] si appoggia alla parete della classe, spalle al muro, e dando piccoli colpi alla parete con i gomiti e i talloni, con un’aria un po’ di costrizione:

Ma se sto qui al bordo della stanza, posso muovermi in tutte le direzioni?

Poi A. passa al centro della stanza, muove le braccia con circolarità e lo sguardo va compiaciuto in tutte le direzioni:

E qui, adesso, secondo voi, va meglio o peggio?

Per poi passare alla scacchiera murale:

Guardate questo Cavallo bianco nella sua stalla in g1 …anche lui ha le spalle al muro, eh?
Vogliamo farlo galoppare in mezzo alla prateria?
Allora, su ditemi dove lo mettiamo per farlo stare meglio, più libero di muoversi da tutte le parti …indicatemi le case…

E i bambini propongono. A.:

Bene… e in g1 quante case controllava? E quante sono le case partendo da e2? È meglio o peggio?

e così via. Passando poi allo sviluppo degli altri pezzi. Per capire che il centro offre al riguardo sempre di più. Se i Cavalli saltano, per altri pezzi, a cominciare dagli Alfieri, ci sono “porte” che devono essere aperte, costituite da Pedoni:

Se il centro è come una bella torta, per arrivarci dobbiamo aprire la porta dei Pedoni!
E nelle case a1 e h1, dove ci sono le Torri del Bianco, quali sono le porte?

Antonio (9,4 anni):
I Pedoni che stanno davanti! Oppure possono passare dove ha già mosso i pezzi… ma c’è ’sto Re de mezzo…

A.: Hai ragione! Il Re impiccia, eh? Possiamo farlo diventare un “impiccione viaggiatore”! Guardate ora come lo faccio galoppare verso il suo castello… ecco la sua Torre, la sua Rocca… sì, va lì per …arroccarsi!

E così sposta il Re di due passi da e1 a g1, verso la Torre più vicina.

Eleonora (9,2 anni):
Maè… ma… ma il Re fa un passo!

A.: Hai proprio ragione… ma questo è l’Arrocco del Re! Una mossa veramente incredibile! Eccezionale… Non uno ma due balzi verso la sua Torre… che poi vola… Avete mai visto una Torre che vola, voi?

Coro: Nooo!!

A.: Appunto, anche per questo è una mossa eccezionale! Mai vista una cosa del genere, no? Il vecchio Re che corre veloce e la Torre che vola… Ma non finisce qui, eh no… Di solito quanti pezzi muoviamo per volta? Forse trentasette…

(perplessità nei bambini)

o forse uno?

Coro unanime.

A.: Bene e arroccando quanti pezzi abbiamo invece mosso? Sì, proprio così… lasciatemelo dire ’sto Arrocco è proprio una supermossa!

Introdotto l’Arrocco corto, si può poi proporre quello lungo. Far fare al gruppo paragoni tra i due Arrocchi è solitamente una buona cosa; c’è un volo più corto ed uno più lungo delle due Torri e sono i bambini stessi che, in base al volo fatto, giungono alla denominazione del tipo di Arrocco.

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Alessandro Pompa Alessandro Pompa
Candidato Maestro di scacchi, istruttore FSI di scacchi e Responsabile della Commissione Formazione e Ricerca della Lega Scacchi UISP.
È stato campione italiano di scacchi “under 20″.
Insegna nella scuola d’infanzia.

 

Insegnare gli scacchi all’asilo: si può fare, e bene.

La copertina del libro "I Bambini e gli Scacchi"Ho cominciato a pensare che “I bambini e gli scacchi” potesse essere interessante dopo aver letto l’articolo di Giulio Francalancia sulla Rivista Scacchi n. 21, di Lucio Rosario Ragonese. L’articolo riferisce su un seminario di formazione per gli insegnanti tenuto da Alessando Pompa e Filomena Morrone. Francalancia riporta anche brani del libro con esempi delle attività didattiche realizzate da Pompa e Morrone, e sono stati proprio questi ad incuriosirmi.

La curiosità mi ha fatto scoprire un grande libro, che racconta come si possano insegnare gli scacchi ai bambini più piccoli della scuola materna (4-5 anni) e a quelli delle scuole elementari.

È un libro a otto mani, scritto da un insegnante della scuola dell’infanzia, Alessandro Pompa, che è anche istruttore di scacchi e formatore degli insegnanti (per l’UISP); da una insegnante elementare, Filomena Morrone, da una psicologa dell’età evolutiva, Maria Rosa Fucci, e da un neuropsichiatra infantile, Roberto Miletto.

Graficamente non è un granché, con diagrammi brutti e difficili da leggere perché realizzati con una font davvero malfatta. Però è un libro che consiglio a tutti coloro che insegnano scacchi nella scuola primaria, perché è davvero tanto quello che si può imparare leggendolo.

 La prima parte contiene otto lezioni – pardon, “unità di lavoro” – che costituiscono un corso completo, adatto per i bambini della scuola dell’infanzia, ma utilizzabile facilmente anche nella scuola primaria.

(…) abbiamo presentato materiale educativo tratto dalle esperienze fatte con i bambini in età prescolare.
Per la media latenza [9-10 anni] e la preadolescenza sono inevitabili degli adattamenti; siamo persuasi però che il lettore saprà prendere degli spunti dal nostro contributo. Per percorsi indubbiamente più celeri.

Le attività didattiche proposte privilegiano il movimento dei bambini su una scacchiera gigante. Le esperienze di Alessando Pompa con i suoi piccoli allievi sono riportate con dialoghi in cui compare spesso il romanesco. In questo modo il libro riesce a rendere benissimo l’atmosfera delle “lezioni”, e a trasmettere in questo modo un metodo di insegnamento che pare davvero efficace.

La seconda parte contiene elementi della prosecuzione del corso. Il titolo, “Sulla pianificazione tattica e strategica”, può lasciare perplesso il lettore, come è successo a me. Infatti, visti i miei pregiudizi riguardo l’insegnamento degli scacchi nella scuola primaria, ero convinto che gli argomenti trattati fossero inadatti ai bambini che la frequentano, perché troppo complicati per loro. 

Ma i concetti tattici e strategici introdotti nelle “lezioni” sul finale, sul mediogioco, sul passaggio dalla tattica alla strategia e sull’apertura, sono pensati per chi ha 8-10 anni, sono illustrati da esempi tanto semplici quanto efficaci.
Gli autori, inoltre, mostrano una tabella – riproposta qui sotto – che riporta gli argomenti affrontabili in relazione alle diverse età dei bambini.

Percorso modulare nell'insegnamento degli scacchi

Percorso modulare nell'insegnamento degli scacchi

La suddivisione proposta non deve essere intesa in modo rigido. Ad esempio, con riferimento alla tattica, gli autori specificano che:

Non tutte le situazioni di gioco di tattica immediata possono, però, essere adatte a bambini di scuola dell’infanzia; anche se si può giungere con una sola mossa allo scacco matto (…) c’è la necessità di tenere nel contempo in considerazione troppi elementi per le capacità dei bambini più piccoli.
Pertanto, alcuni aspetti, sempre di tattica immediata, vanno proposti solo nella scolarità dell’obbligo (…)
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Che cosa otterrete da questo libro
1. un programma di insegnamento per la scuola d’infanzia e per la scuola primaria, in due livelli, base e avanzato;
2. schemi riepilogativi delle attività associate all’insegnamento del gioco
3. un metodo di insegnamento
4. tanti esempi tratti da situazioni reali e tanti consigli pedagogici
5. un bel po’ di posizioni esemplari spiegate in modo adatto ai più piccoli.

Però se non sapete già giocare a scacchi…
Se non sapete giocare a scacchi, questo libro non ve lo insegnerà e dovrete prima rivolgervi altrove.
Il metodo di insegnamento proposto mi pare davvero coinvolgente e, soprattutto, efficace anche dal punto di vista scacchistico, ma richiede conoscenza della materia da parte dell’sitruttore.

Se ancora non vi basta, eccovi il sommario:

Parte Prima
SULLA CONOSCENZA DELLE MOSSE DEI PEZZI
- Prima unità di lavoro: La scacchiera come spazio usato
- Seconda unità di lavoro: La scacchiera come spazio rappresentato
- Terza unità di lavoro: Entra in scena subito il Re
- Quarta unità di lavoro: Eppur si muove questa Torre
- Quinta unità di lavoro: L’Alfiere, un aiutante di campo che viaggia storto
- Sesta unità di lavoro: Quel gran pezzo forte della Donna degli scacchi
- Settima unità di lavoro: Quel Cavallo dai fascinosi salti
- Ottava unità di lavoro: Il Pedone, l’anima degli scacchi

Parte Seconda
SULLA PIANIFICAZIONE TATTICA E STRATEGICA
Premessa
Sul finale
Sul medio gioco
Dalla tattica alla strategia
Sull’apertura

Parte Terza
SUGLI ASPETTI COGNITIVI E METACOGNITIVI
La teoria della mente
Note conclusive
Appendice: gli scacchi nella didattica

Bibliografia

Quattro anni per pensare meglio parte seconda. 6. Sintesi del secondo anno di attività a Brunico.

Alexander WildNella prima parte dell’anno abbiamo imparato qualcosa sull’attacco e difesa, qualche esercizio sulla visualizzazione e memoria, e l’inchiodatura con matti relativi. Nella seconda parte abbiamo riproposto le inchiodature, una ripetizione sull’arrocco, lo scacco di scoperta e lo scacco doppio con gli esercizi di matto relativi, qualche esercizio “trova la minaccia”, qualche “labirinto” (tanti pezzi neri e un pezzo bianco che deve dare scacco da sei a sette mosse), un breve accenno al finale di Re contro Re e pedone e la difesa dal matto (dal mio libro “I Matti”) con relativi esercizi. Le ore di attività sono state 28 per ciascuna classe.

Come previsto, i problemi dei bambini di fronte al tema delle inchiodature (di cui ho parlato qualche tempo fa in altro post) non si sono presentati con i successivi argomenti, e questo mi porta a riflettere se non sia il caso di posticipare le lezioni sulle inchiodature anche se mi stravolgono il programma.

Come ho già accennato le lezioni sullo scacco di scoperta e scacco doppio non hanno creato nessun tipo di difficoltà. Qualche insicurezza è ancora presente nel risolvere gli esercizi di matto con lo scacco doppio, ma in linea di massima la maggior parte li risolve correttamente.

L’arrocco è stato recepito in maniera corretta, ma a parte qualche eccezione non è usato, e io non insisto con loro perché arrocchino. Forse l’anno prossimo spiegherò qualche concetto sulla strategia dell’apertura includendo nuovamente l’arrocco, ma non ho ancora deciso al riguardo, perché inizialmente prevedevo di iniziare con gli elementi di strategia solo in quinta classe, al quarto anno di corso.

Per le difese dal matto abbiamo usato la scacchiera a coppie e ho dettato le posizioni e poi abbiamo analizzato insieme. La classe più tranquilla ha reagito molto bene mentre la classe più esuberante un po’ meno bene, ma comunque a un buon livello di lavoro comune.
Non hanno ancora risolto gli esercizi sulle difese dal matto nel libro, perché siamo ancora in fase di studio con posizioni dettate sulla scacchiera; continueremo con gli esercizi l’anno prossimo.

Gli alunni troppo bravi possono essere un problema
Quando in classe manca Stefano – il bambino con il padre forte scacchista – i ragazzi sono leggermente più concentrati, attenti e si divertono di più ad analizzare le posizioni. È in questo lavoro di analisi che l’avere un ragazzo che la sa più lunga degli altri a rivelarsi un leggero svantaggio, che nell’altra classe non c’è. Dare a Stefano degli esercizi più impegnativi, mentre faccio lezione alla classe, gli va bene una volta si e due no.

Comunque ho sempre pronti un paio di esercizi per lui nel caso me li chieda, ma spesso non ne vuol sapere. È comprensibile che preferisca lavorare insieme al gruppo che da solo, ma anche perché è sempre il primo a trovare la soluzione e non posso mica farlo aspettare sempre. Cosi mi velocizza la lezione creando però qualche problema ai più lenti, che non trovano il tempo per entrare nella posizione.

Quando si è presentata un’occasione ho inserito, nella lezione, un accenno al finale di Re contro Re e pedone, giusto affinché l’avessero visto una volta. I finali non siamo riusciti a trattarli e saranno recuperati nel programma in quarta classe. Il resto del tempo lo abbiamo passato a giocare e osservare. Il tandem lo giocano più di rado dopo il calo del primo entusiasmo.

Il test finale pare buono
Abbiamo fatto il test finale sulla concentrazione e attenzione sulla base del test che abbiamo già presentato lo scorso anno e contrariamente alle aspettative del responsabile sembra abbiano aumentato ulteriormente la performance, ma aspettiamo ancora i risultati definitivi.
Fra qualche mese dovrei avere il rapporto di valutazione ufficiale.

Gli scacchi scolastici si diffondono
È progettato di inserire nel programma anche le nuove seconde classi per l’anno prossimo. Avremo in questa scuola tutte le seconde, le terze e le quarte che avranno lezioni di scacchi. Considerando che sono le insegnanti a decidere se partecipare o no mi sembra un’ottima posizione per gli scacchi scolastici. Anche considerando il fatto che ormai è sempre la stessa insegnante (per la sua classe) che segue gli scacchi, migliorando la qualità del progetto.
Nelle nuove classi c’è stato qualche problemino: 28 ore in meno per finire il programma di matematica quest’anno hanno pesato nelle attività scolastiche.  Ritengo che sia una questione di organizzazione e che soluzioni si possano trovare senza troppi problemi.

Quattro scuole su cinque vogliono ampliare il programma scacchistico alle nuove seconde classi  per il prossimo anno. Nella quinta ci sono stati problemi interni che hanno pregiudicato il progetto anche per la seconde attuali che ne avrebbero veramente bisogno (le mie tre classi da incubo). Ne dovrò discutere con il preside.

L’ufficio per il finanziamento scolastico ha confermato l’intenzione di finanziare i progetti partiti quest’anno e per gli ampliamenti alle nuove classi rimane ancora in sospeso. Staremo a vedere come va a finire; nel frattempo mi do da fare per trovare qualche finanziamento alternativo, meno burocratico ;)

Scacchi a scuola in Sardegna. I successi del metodo ideografico.

Si parla tantissimo in questi ultimi tempi della possibilità di prevedere sistematicamente dei corsi di scacchi nei programmi scolastici per migliorare soprattutto le capacità di problem solving.

La Regione Sardegna stanzia soldi per le scuole
Nel 2008 la Giunta della Regione Sardegna, presieduta da Renato Soru, ha deliberato misure rivolte alla lotta alla dispersione scolastica e al miglioramento delle capacità degli studenti di supporto secondo i protocolli OCSE-PISA (potete leggere un resoconto e consultare delibera e documenti sul il sul sito del regione Sardegna).
Grazie anche a  questi finanziamenti ho potuto materialmente realizzare la mia innovativa metodologia “ideografica” per far meglio comprendere gli scacchi ai bambini delle scuole primarie. I risultati che ho ottenuto sono stati giudicati eccezionali da tutti gli addetti ai lavori: insegnanti, genitori, istruttori, dirigenti scolastici e non ultima la Commissione didattica e scuola della FSI che mi ha invitato a presentare il mio metodo al recente convegno internazionale di Torino.

Per questo mi piace parlare di questa splendida esperienza nelle scuole della provincia di Sassari e dei risultati apprezzabili che sta producendo, con la soddisfazione che anche la nuova Giunta Regionale presieduta da Ugo Cappellacci ha deciso di riconfermare la legge anche per i prossimi anni.

Grazie ai soldi della Regione nasce la scacchiera ideografica
Iniziamo questo resoconto dalla Direzione didattica dell’ottavo circolo “Galileo Galilei” di Sassari, dove sei anni fa ho iniziato la mia avventura “professionale” di Istruttore di scacchi nelle scuole: erano previsti due laboratori per complessivi 24 bambini ma hanno aderito oltre 60 bambini (che io non ho voluto affatto deludere sdoppiando di fatto un laboratorio di un plesso in due giornate). Ogni laboratorio prevedeva 30 ore totali di corso con incontri extra-curricolari di 2 ore ciasuno a cadenza settimanale.
La misura regionale prevedeva, oltre ad un’ottima remunerazione per gli esperti esterni (tanto che noi ci organizzavamo in coppie di istruttori) e per il personale scolastico coinvolto, anche un budget per acquisto di materiale che poteva arrivare sino a 1000 euro. Questo ci ha consentito di sviluppare  a Sassari il primo prototipo di scacchiera ideografica, con la possibilità di interagire con pennarelli cancellabili direttamente sulla scacchiera murale, arricchita di circa un centinaio di immagini magnetiche: orme di piedi, fuochi, bombe, fulmini, carote, muri, dischi solari, smile…

La scacchiera ideografica,<br/>con i simboli del Re e delle case agibili dal Re nero

La scacchiera ideografica, con i simboli del Re nero e delle case su cui può muovere. Col pennarello è stato tracciato un quadrato ideale che delimita le mosse del Re (alcune sono fuori della scacchiera)

Inoltre è stato possibile stampare le carte scacchistiche di nostra invenzione, accolte con grande entusiasmo dei bambini che spesso hanno coinvolto nelle loro case anche i propri genitori.

Quest’anno,  a coronamento di quel laboratorio, una squadra dell’ottavo circolo di Sassari ha vinto i campionati regionali scolastici ed ha potuto partecipare alla finale nazionale svoltasi a maggio a Terrasini (PA). Al termine di questo percorso molti dei bambini coinvolti hanno voluto proseguire la loro conoscenza degli scacchi presso il nostro Centro di avviamento allo sport ospitato presso il Centro per le politiche giovanili del Comune di Sassari.

Scacchiera ideografica: il matto con Donna e Torre

Scacchiera ideografica: il matto con Donna e Torre

Carte scacchistiche e dispense per tutti
Sempre nel 2008 ho partecipato come supervisore ad un altro progetto presso il secondo circolo didattico “San Giuseppe” di Sassari dove oltre alle scacchiere ideografiche abbiamo collaudato ulteriormente il metodo delle carte scacchistiche e quello delle dispense scolastiche molto apprezzate dai bambini.

Le carte scacchistiche di Sebastiano Paulesu sono articolate in 5 livelli diversi di gioco.

Le carte scacchistiche di Sebastiano Paulesu sono articolate in 5 livelli diversi di gioco.

Al termine del laboratorio da segnalare un torneo finale interscolastico con la partecipazione di circa 40 bambini, vinto a punteggio pieno dalla bravissima Maria Cuccu di terza elementare. La stessa è diventata di recente campionessa regionale (categoria Piccoli Alfieri) e disputerà a fine giugno la finale nazionale a Courmayeur.

Dispense a fumetti per gli scolari di Sassari

Dispense a fumetti per gli scolari di Sassari

La cosa più gratificante è stato il parere espresso dagli insegnanti dei bambini che hanno riscontrato un notevole miglioramento in tutte le materie scolastiche dei partecipanti ai laboratori di scacchi!

Interessare e integrare i bambini difficili: con gli scacchi è più facile.
Altra esperienza che mi ha visto protagonista è quella del terzo circolo didattico “Sacro cuore” di Sassari, dove abbiamo realizzato due laboratori in altrettanti plessi scolastici e dove pure si è riscontrata una adesione record,  seconda solo ad un laboratorio sul cinema!
La cosa che ha sorpreso la referente del progetto era la presenza massiccia di molti bambini “difficili” (tanto da esclamare che ci sarebbe voluto Padre Pio per sopportarli).
Dopo sole 3 lezioni la stessa referente ha confessato candidamente che voleva venire anche lei per capire come avevamo fatto a coinvolgere bambini che erano considerati impossibili! Credo che questo sia il miglior risultato per una legge che vuole evitare la dispersione scolastica.

Nel plesso invece di Via Baldedda abbiamo messo in moto una vera e propria sinergia col già citato Centro delle autonomie giovanili del Comune di Sassari, invitando le scolaresche in una struttura che si candida ad essere una sorta di “oratorio laico”  a favore della città.

Sinergia che si è potuta ricreare anche ad Ittiri, dove si è partiti con un primo laboratorio rivolto a due classi, e si è replicato con  altri 4 laboratori (oltre sessanta i bambini coinvolti). Al termine dei laboratori si è tenuto il consueto torneo interscolastico – anche qui con la straordinaria egemonia delle bambine, vincitrici di 3 premi su quattro! – a cui hanno presenziato le autorità politiche del comune di Ittiri: Sindaco ed Assessore alla cultura e allo sport, che hanno dato il loro costruttivo contributo logistico alla nascita di un circolo cittadino di scacchi.

In conclusione posso affermare, sulla scorta dei sinceri complimenti dei referenti scolastici e dei genitori dei bambini,  che questa esperienza è veramente una risorsa graditissima e certamente sarà guardata dalle altre Regioni italiane con grande interesse.

Primo corso per bambini. Lavorare sulla scacchiera.

Lavorare sulla scacchieraNei miei corsi alle seconde elementari, finito di trattare il Re, invece di far fare gli esercizi direttamente sui diagrammi del libro, li faccio fare a coppie sulla scacchiera, con i pezzi.

L’ideale sarebbe avere una scacchiera per ragazzo, ma di solito non è possibile.

Procedo con le istruzioni, mettere la scacchiera in mezzo con la prima traversa rivolta verso di loro e mettere i pezzi ai lati della scacchiera. Le prime volte, dipende anche dal tipo di classe, ci mettiamo da dieci a quindici minuti per raggiungere la condizione per poter dettare la posizione del primo pezzo. Il tempo poi si riduce a cinque dieci minuti dopo alcune ore.

Abituare i bambini al punto di vista del Nero
Cerco di cambiare la posizione della scacchiera da una lezione all’altra. Una volta è la prima traversa ad essere davanti a loro e l’altra volta l’ottava. Questo per evitare automatismi non favorevoli nel riconoscere le case della scacchiera. Durante i miei “allenamenti” personali mi ritrovavo dei libri con le posizioni sempre dal punto di vista del bianco, la prima traversa dalla mia parte. Se poi giocavo partite da torneo con il nero, dopo un mese di allenamento con il bianco, mi incasinavo con il nome delle case nella trascrizione delle mosse.
Per evitare questo ai ragazzi, faccio cambiare loro spesso la posizione della scacchiera. Una lezione con il bianco e l’altra con il nero.
Ho notato che adottando fin dall’inizio questo sistema, i ragazzi non fanno fatica a riconoscere le case, indipendentemente da come è posizionata la scacchiera. Essi riconoscono automaticamente le case giuste, mentre io ancora mi incasino a volte (anche più volte).

Soprattutto per questi motivi ho cercato di cambiare la posizione della scacchiera anche negli esercizi dei miei libri, cosi evito di creare automatismi inefficaci. Sono solo piccoli dettagli, ma nell’insieme credo faccia una differenza.

Dettato scacchistico in classe
Dare ai bambini le posizioni dei pezzi sulla scacchiera è un po’ come fare un dettato in classe ed è molto utile sia per vedere chi ti ascolta e chi no (le prime volte scopri, spesso, nemmeno la metà ti ha ascoltato), sia per allenare l’attenzione dei ragazzi.

Un altro vantaggio nell’uso della scacchiera è che i bambini sperimentano la concretezza fisica degli scacchi, mentre i diagrammi sui libri e anche la lavagna magnetica richiedono capacità di astrazione.

Ai ragazzi “equilibrati” piace il metodo e sono molto attenti, essi stanno di norma con i piedi ben saldi in terra e con comportamenti consoni alle varie situazioni. Sono abbastanza sicuri di sé e hanno una naturale curiosità che non necessita di motivazioni aggiuntive.

Gli “assenti” e i “casinisti” hanno difficoltà a adattarsi alla situazione e spesso non riescono a seguire le posizioni sulla scacchiera e si ritrovano con posizioni errate ad ogni cambio dettato.

Con i più piccoli è meglio evitare la lavagna magneticaPotrei usare fumetti o altre scorciatoie extrascacchistiche per motivare i bambini, renderebbe la mia vita più semplice. Però ogni due tre lezioni dovrei inventare qualcosa di diverso per mantenere la loro motivazione sufficientemente alta.
E, soprattutto, li lascerei al punto in cui ora sono, scacchisticamente confusi,  invece di aiutarli a crescere in maniera consapevole. Devono capire che non tutto è dato, ma che molte attività richiedono impegno.
Ci vorrà del tempo, ma anche se ogni anno si aggiungessero solo cinque minuti in più di attenzione, potrei dirmi soddisfatto. Spero capiscano anche altre cose naturalmente.

La scacchiera rivela se sono attenti
Usare la scacchiera ti toglie al principio l’illusione che ti stiano a sentire (per chi ancora ce l’ha).
Ma in cambio si abituano i bambini ad essere attenti per partecipare. Se bisogna agire, è più difficile nascondersi all’insegnante/istruttore.

Ci vuole molto più tempo
Lo svantaggio del metodo consiste nel fatto che in venti o trenta minuti riesci a proporre al massimo cinque o sei posizioni, mentre se proponi i diagrammi nel libro ne fanno da dodici a ventiquattro. Serve un sacco di tempo in più, ma in primis me lo posso permettere visto che la velocità, a scuola ovviamente, è relativamente importante. La comprensione però è maggiore usando la scacchiera e l’effetto collaterale è che imparano ad ascoltare.

Una volta pronti con i pezzi ai lati della scacchiera, li mettono bene in riga ai bordi della scacchiera come in posizione di partenza, inizio a dettare la posizione.
Quando la posizione è corretta su tutte le scacchiere, faccio ripetere la posizione ai “casinisti” o “assenti”, che hanno una voce chiara e forte, ripetere la posizione. Scelgo apposta questi bambini per occuparli e coinvolgerli il più possibile.
Le prime volte gli “assenti” non si accorgono di avere una posizione errata neanche quando i compagni la ripetono ad alta voce. Devo farglielo notare direttamente, intervenendo anche due o tre volte prima che abbiano una reazione.
Via via che aumenta la pratica riescono a impostare almeno le posizioni iniziali corrette.

Con gli occhi, non con le mani!
Dopo essermi assicurato che le posizioni siano corrette chiedo ai bambini di non mettere le mani sui pezzi o sulla scacchiera, ma di usare solamente gli occhi per trovare la soluzione.
Ovviamente, salvo rare eccezioni, mettono subito le mani sui pezzi. Quindi devo ripetere ancora un sacco di volte che le mani devono rimanere inattive fino a quando non chiederò loro di eseguire, insieme e contemporaneamente, la mossa che hanno trovato.
Non sortisce effetto nei più “duri” e chiedo loro se devo cambiare lingua per farmi capire. I corsi sono tenuti in Tedesco, perciò propongo loro l’alternativa di Inglese, Italiano o Ladino (da non confondere con il Latino che non conosco).
Chiedono quasi sempre il Ladino, dato che non hanno altra occasione per sentirlo; più raramente chiedono l’italiano o l’inglese. Anche se non capiscono il Ladino, capisocno poco l’Italiano (hanno un’ora alla settimana in prima e poi quattro ore in seconda) e quasi niente l’Inglese, il cambio di lingua funziona abbastanza bene e mettono meno spesso la mano sulla scacchiera.

Analisi
Una volta eseguita la mossa su tutte le scacchiere partiamo con l’analisi delle mosse, ben consapevole che la mossa eseguita è ancora presente sulla scacchiera. A volte faccio posizionare il pezzo che ha effettuato una mossa nella posizione analizzata e a volte lo lascio dove lo hanno posizionato e calcolano la posizione mentalmente.
Quasi sempre analizziamo per prime tutte le mosse sbagliate che hanno indicato, e solo alla fine faccio fare a tutti la mossa corretta sulla scacchiera e li lascio osservare e concentrarsi un attimo sulla posizione.

Una volta finito così un argomento, propongo di risolvere gli esercizi nel libro e poi si prosegue di nuovo con la scacchiera davanti a loro.

Al momento sono convinto che usare la scacchiera davanti ai ragazzi, in coppia, anziché la scacchiera murale magnetica, sia più utile per i ragazzi e mi ripropongo di utilizzare questo metodo d’ora in poi.

Anche nel programma di formazione degli insegnanti ho già inserito questo metodo, constatato che è anche un ottimo allenamento per l’attenzione.
Il punto focale degli scacchi scolastici, che insegnerò agli studenti dell’università (di questo progetto scriverò più avanti), è usare gli scacchi come uno strumento per rendere più facile la vita sia ai ragazzi che agli insegnanti, con la pretesa di armonizzare i ragazzi ma non solo loro.

Bambini invisibili, bambini assenti e bambini senza pace.

Studenti disegnati da "La Vostra Prof" - Flickr

Gl’invisibili
Ci sono dei ragazzi che, quando fai lezione sono inappariscenti, ti guardano sempre e quando parli, sono sempre silenziosi e non si muovono. Stanno seduti e non fanno nessuna mossa, sono talmente abili che non ti accorgi di loro. Non chiedono mai niente, non alzano la mano e quando chiedi alla classe se sei stato chiaro o se hanno capito il concetto non li senti mai. Fanno quello che devono fare senza proteste o richieste. Se la classe è abbastanza grande (numericamente) può succedere, visto che teniamo lezione una volta a settimana in tante classi diverse, che non li vedi. Nel senso che non ti accorgi di loro. Non ne conosci né il volto e men che meno il nome.

Ora succede che ogni tanto sono “deconcentrati” e si lasciano andare ed è quello il momento in cui, con un po’ di fortuna, se per caso guardi da quella parte li scopri occupati a fare altro mentre tu spieghi un concetto o tema.

All’inizio possono venir scambiati con ragazzi, come dire senza benzina nel motore, oppure non interessati oppure svogliati, ma sono differenti.

Gli assenti
I bambini “scarichi” sono recuperabili e cerco sempre di coinvolgerli nelle spiegazioni chiedendo loro un po’ di supporto, o rivolgendo loro spesso delle domande su quanto è stato detto o fatto qualche attimo prima.

Se non rispondono, suppongo che non abbiano sentito e quindi non siano in grado di rispondere, perciò passo ad un altro bambino “assente” (in una classe ce ne sono sempre più d’uno) ed eventualmente ad un altro ancora se non ricevo risposte dai primi.
Le prime volte va a finire che devo chiedere a qualcuno che so che ha capito e faccio rispiegare il concetto da lui. Poi torno a chiedere agli “assenti” se hanno capito meglio ed eventualmente propongo un altro esempio da risolvere.
Tutto questo senza brontolare o specificare che devono stare attenti se vogliono capire o discorsi simili. Non devo esprimere niente di negativo riguardo al fatto che non sono attenti o svogliati visto che lo capiscono anche da soli.
Quando sono colti in “castagna” hanno, chi più chi meno, una leggera sensazione di disagio. Spesso sono disinteressati all’inizio, ed essendolo non riescono a seguire adeguatamente le lezioni. Questo fa scendere ulteriormente l’interesse nelle lezioni successive, perché tanto meno si capisce e tanto meno si “sa fare” in una materia, tanto meno ce se ne interessa.

Visto che il tempo non mi manca e non ho pressioni riguardo alla capacità di gioco dei ragazzi posso permettermi di rimanere abbastanza a lungo ad un livello cosi basso da permettere anche a questi “assenti” di poter comunque partecipare al gioco. Al limite lascio che giochino fra loro, visto che tendono ad aggregarsi.  Verso la fine dell’anno, ma a volte anche prima, dipende sempre dalla classe, questi “assenti” sono molto meno assenti.

immagine rielaborata da foto di "chang 66" Flickr.com

Cosa fare con gl’invisibili
Torniamo agli invisibili, che a differenza degli  assenti sono pochi e rari, tanto che   spesso confondo inizialmente un invisibile con un assente. A differenza dei ragazzi “assenti” non c’è alcuna reazione alla mia domanda, l’invisibile rimane impassibile e non dice alcuna parola. Non parla nemmeno se chiedo: “Non lo sai?” oppure “Sai quello che voglio sentire?”.
Niente! Zero! Nada!

Gli “assenti” invece, dopo qualche tentativo di dire “No non lo so” e constatato che non succede niente a dire di no, non hanno alcun problema a dire no non lo so o non ho capito niente. A volte sono troppo veloce nelle spiegazioni e non me ne accorgo.

Gli invisibili invece niente, ti guardano per dire “che vuoi da me, lasciami in pace” il loro sguardo ti passa da parte a parte senza fermarsi in nessun punto, perso nel vuoto.

Il bambino assente ha la mente volta altroveNon posso fermare la lezione e quindi proseguo e mi ripropongo di seguire da vicino l’invisibile, che questa volta è una ragazza. La osservo personalmente dato che presumo non abbia capito visto che era voltata dall’altra parte, mentre lei e gli altri bambini stanno svolgendo gli esercizi.
Da una parte sono rimasto piacevolmente sorpreso nel constatare che non solo aveva capito la lezione, bene o male come gli altri ragazzi, ma spiegava il tema alla compagna di banco/gioco.
Dall’altra mi chiedo il motivo per il quale non risposto alla mia domanda precedente, visto che ovviamente ha capito.
La mia teoria è che probabilmente non voleva interferenze, voleva imparare da sola, a modo suo. Il suo modo forse si scontra con il mio modo e non voleva essere vista da me per evitare appunto queste interferenze – ma possiamo anche chiamarli suggerimenti per non dire imposizioni – su come e quando fare che cosa.
Gli insegnanti nella scuola mi confermano che la ragazza è cosi anche nelle altre materie.

Come risultato ogni tanto mi costringo a guardare gli “invisibili” più spesso e da lontano, senza farmi scoprire ovviamente, per verificare la comprensione senza interferire nemmeno quando sbagliano. Il tempo e l’esperienza correggeranno gli errori eventualmente presenti, io interferisco solamente se perseverano nello stesso errore.
Spero che i prossimi anni mi faranno capire qualcosa in più su questi ragazzi e i loro motivi.

I senza pace
Sono ragazzi senza pace quei ragazzi cosiddetti “casinisti” (anche ragazze, ma loro reagiscono in modo diverso, meno esteriore) che aumentano notevolmente se la classe è numerosa. Avere tre o quattro ragazzi di questo tipo in un gruppo di venti è l’incubo più frequente degli istruttori/insegnanti.
Finora ho riscontrato che più grande è la città o la scuola, maggiore è il numero di ragazzi con queste problematiche.

Da quello che ho capito io finora, tutti i ragazzi necessitano di fasi di raccoglimento, o per dirla in altre parole delle fasi dove riposano la mente, dove non pensano a niente, dove semplicemente lasciano spaziare la mente dove vuole. Svuotano per cosi dire il cestino della carta straccia: pensieri, concetti, emozioni, esperienze da eliminare e cosi via. Una volta svuotato sono pronti per il prossimo giro e tutto va bene.
Se però manca il tempo per raccogliersi, il cestino non ce la fa a raccogliere tutta la carta straccia, o non si svuota abbastanza, e non ci sono altri modi adatti per svuotarlo e poter ripartire con brio verso nuovi compiti. Anche il cestino svuotato parzialmente non basta a lungo.
Questa saturazione produce i ragazzi cosiddetti casinisti, ovviamente non sempre nello stesso modo .

Questi ragazzi per un motivo o un altro stanno continuamente sul chi vive e devono controllare tutto quello che fanno gli altri. Devono sempre essere pronti a difendersi o alla prima occhiata storta a reagire o a esprimere un comportamento non adatto alla situazione. Essi traducono gli stimoli, provenienti dal loro raggio di influenza, in modo errato e reagiscono di conseguenza in modo errato, precipitando cosi nel ruolo di “casinisti”. Non riescono a concentrarsi né alle lezioni né in fase di gioco o esercizio, devono sempre vedere cosa succede nella classe.

Non si riesce a portare tranquillità nella classe, almeno non abbastanza da tenere una lezione fruttuosa per tutti (considerando il concetto “fruttuoso” anche dal punto di vista dell’istruttore).

Si riesce, bene o male, a risvegliare la pace in uno e magari anche ad un secondo, anche se posso metterli abbastanza lontani l’uno dall’altro aiuta un po’, ma sicuramente arriva il terzo e questo riesce a coinvolgere con grande facilità gli altri due e siamo d’daccapo.

Il problema è che influenzano tutta la classe e l’ora degli scacchi è molto più rumorosa del solito, sia in fase di lezione che nella fase di gioco. È come l’onda nello stadio, parte in sordina e aumenta di intensità man mano. Non c’è verso di interrompere questo sviluppo men che meno alzando la voce. Non serve a niente aspettare in silenzio, fino a, quando non si calmano per continuare.

Aspettare in silenzio va benissimo con classi relativamente già tranquille per sé. In classi dove i ragazzi “casinisti” sono più di due e magari qualcuno “senza benzina” allora il silenzio degli “istruttori” può prolungarsi tranquillamente fino alla fine dell’ora senza aver raggiunto il benché minimo risultato. La teoria del silenzio suona bene, ma la pratica è diversa. È meglio pensarci molto bene prima di mettere in pratica delle teorie visto che potrebbero rivoltarsi contro di noi.

Quest’anno mi sono ritrovato alcune classi da “incubo” e non è veramente un piacere gestirle, visto che sei continuamente in tensione, minuto per minuto, sempre sul chi vive destreggiandoti fra le esigenze di tenere sotto controllo (si tenta ma non ci si riesce in modo soddisfacente) i casinisti e dare una mano ai più lenti o ai più curiosi.

Siccome ci sono sempre due facce della medaglia, in queste classi l’insegnante e l’istruttore imparano molto di più rispetto alle classi tranquille. Si impara soprattutto a comprendere la comunicazione non verbale dei ragazzi.
La comunicazione non verbale molto importante per gli adulti, circa il 70% della comunicazione passa da lì, secondo gli psicologi, ma lo è ancora di più per i bambini, che hanno meno parole adatte a definire sensazioni, sentimenti, emozioni.
Ma di questo racconterò in un altro articolo.

immagini:
disegni de LaVostraProf, da Flickr.com
elaborazione da foto di Cheng 66, da Flickr.com

Scacchi e scuola. Se ne parla e scrive sempre di più.

La Repubblica, 11 maggio 2009
Articolo su Repubblica dell’11 maggio 2009: Bimbi più bravi con la lezione di scacchi, a cura di Andrea Tarquini. Riprende un articolo della Frankfurter Allgemeine, che racconta di una sperimentazione nella città di Amburgo e, poi, dei risultati positivi dello studio quadriennale dell’Università di Trier (su questo blog abbiamo pubblicato la traduzione di una intervista alla responsabile, Sigrun-Heide Filipp).

TG5, 11 maggio 2009 – Scacchi e matematica
E la stessa sera dell’11 maggio, il TG5 ha parlato di scacchi e matematica, intervistando Roberta Brunello e la mamma. Gli scacchi sono stati presentati come un utile esercizio per la mente e un validissimo aiuto per migliorare in matematica.
Grazie ad internet è possibile rivedere il video del telegiornale serale del TG5. Il pezzo sugli scacchi comincia al minuto 24:06)

 

Il convegno di Torino raccontato a chi non c’era

Il logo di Torre & Cavallo Scacco!Sul numero di aprile 2009 della rivista Torre & Cavallo – Scacco!,  Roberto Messa ha pubblicato un ottimo articolo sul convegno di Torino, Scacchi un gioco per crescere.
Per chi non avesse acquistato la rivista, l’autore ed editore propone ora l’articolo in un file pdf scaricabile gratuitamente dal sito messaggeriescacchistiche.it.
Sullo stesso sito si trovano altri articolo gratis, fra i quali segnalo una pagina di quiz per principianti.
Il sito è stato appena realizzato e deve ancora essere popolato di contenuti, ma si presenta già molto bene.

Anche il sito euroscacchi.com (realizzato dal M.I. Roberto Mogranzini e dall’Accademia degli scacchi di Perugia) riporta un resoconto in due parti del convegno di Torino, a cura di Ettore Bertolini. La prima parte presenta il convegno e riassume la prima giornata di lavori, la seconda parte riferisce sulle ultime due giornate.
Il sito euroscacchi.com pubblica ogni mese, a fine mese, la rivista didattica omonima, gratuita e in formato pdf. Il livello però è impegnativo, per giocatori di categoria nazionale almeno.

Ha scritto del convegno di Torino anche il consigliere federale FSI Giuliano d’Eredità, che ha pubblicato le sue impressioni e riflessioni nel sito dedicato agli scacchi giovanili in Sicilia, centroscacchi.it.