Oggi inizio con il secondo gruppo dopo la pausa principale di ricreazione. Non è l’ideale iniziare dopo la pausa dato che si perdono 5-10 minuti prima di poter cominciare la lezione vera e propria. Mentre aspetto le fotocopie, controlliamo insieme gli esercizi svolti nella lezione precedente, e alla fine sono già passati 20 minuti, ma decido comunque di far svolgere gli esercizi sul matto aggiuntivo. Si leva un coro di proteste del tipo “ma quando si gioca?” e dopo una breve discussione concordiamo di fare solo 12 esercizi al posto dei 24.
Questi esercizi sono centrati sul matto tramite promozione di pedone, ma nonostante tutti i bambini sapessero che il pedone promuove, nessuno di loro ha collegato la promozione e il matto. Dopo alcuni tentativi infruttuosi con la Donna mi chiamano e dicono di non trovare nessuna soluzione. Do qualche suggerimento sul pedone in ottava traversa e non ci sono più problemi, molti però spingono ovviamente il pedone anche in posizioni simili dove al contrario è la Donna a dover dare il matto e il pedone svolge il ruolo di bloccare le vie di fuga. In qeusti ultimi esercizi, se il pedone promuove è patta oppure al Re rimane una via di fuga.
Due le principali difficoltà nel risolvere gli esercizi proposti:
1) la difficoltà nell’immaginarsi un pezzo, che nel diagramma si trova in una certa posizione, in un altro posto e le rispettive case che da lì controlla;
2) il fattore “E”, che sta per esperienza; esperienza necessaria soprattutto per utilizzare in situazioni differenti nozioni già acquisite.
Lezione + esercizio + esperienza = comprensione
L’equazione sarebbe: nozione sentita + esercizio + esperienza = comprensione, cioè saper usare le nozioni nella pratica del gioco in modo adeguato alla posizione.
Il fattore E vuol dire che sia in esercizi che nella pratica devono aver visto prima e più volte tante posizioni diverse dove le nozioni imparate sono disponibili in tutte le varianti immaginabili e dove la difficoltà e la complessità aumentano gradualmente.
La nozione spiegata ai ragazzi e gli esercizi eseguiti subito dopo la spiegazione vengono relegate in un angolino della mente del bambino. E spesso i bambini non ci pensano più, soprattutto in queste prime fasi di gioco, dove è più importante giocare tante partite che vincere. La lezione e gli esercizi non attivano la memoria a lungo termine, che ha bisogno invece di molti esercizi ripetuti nel tempo.
Quando una situazione esattamente identica emerge sulla scacchiera c’è qualche probabilità che i piccoli se ne accorgano, ma è più raro nei finali, dato che per loro la partita è come fosse già finita e la loro attenzione è già rivolta alla prossima.
Influisce inoltre la difficoltà di considerare le mosse avversarie e la tendenza a sperare che l’avversario non veda trappole e minacce (quello che il noto istruttore statunitense Dan Heisman chiama “hope chess”).
Siccome le nozioni necessarie per fare un buon giocatore di scacchi sono tante, conviene, soprattutto nei primi due anni (almeno) darne poche, ma buone e trattate a fondo. Poi, man mano che aumenta l’esperienza, possono aumentare anche le nozioni nuove.
I bambini devono giocare molte partite.
Dato che posizioni particolari sulle nozioni apprese non si verificano spesso in questa fase nella pratica del gioco, i bambini hanno bisogno di giocare molte partite, anche a discapito della qualità del gioco. Più partite giocate più possibilità di confrontarsi con queste posizioni e più esperienza fanno. Il loro modo istintivo di giocare, la tendenza a giocare più partite possibili nel minor tempo possibile, sembra essere giusto per acquisire autonomamente più esperienza (trial & error). La stessa cosa fanno nella vita, se li lasciamo fare,quotidiana con una pazienza e una concentrazione impressionante.
Nell’altro gruppo i due ragazzi con più esperienza di gioco e anche di tornei trovano subito le soluzioni giuste (probabilmente hanno promosso a Donna più spesso) e non si lasciano deviare dalle posizioni simili ma con soluzioni diverse.
La maggioranza della classe però ha le stesse difficoltà dell’altra classe, ma meno ragazzi si lasciano deviare dagli esercizi similari. La classe è più riflessiva e ha probabilmente di conseguenza anche un’esperienza maggiore.
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Il silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.





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