• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Something Wild: seconda parte dell’intervista.

Continua qui l’intervista ad Alex Wild. La prima parte è stata pubblicata il primo ottobre. 

Alexander Wild, 2006Hai appena cominciato un progetto quadriennale di insegnamento degli scacchi nella scuola elementare. Ci puoi dare qualche notizia in merito?
Scopo del progetto è sviluppare modi di pensiero e per fare questo uso gli scacchi, non conosco attività più complete degli scacchi per raggiungere questo scopo.
Per questo motivo la velocità di insegnamento deve essere flessibile ed adattata in modo da raggiungere anche l’ultimo della classe, senza però perdere di vista lo sviluppo dell’intera classe.
Nel primo anno diamo le basi per la comprensione del gioco, nei due anni seguenti puntiamo all’interiorizzazione e approfondimento, fase che è caratterizzata da alti e bassi, e costituisce un periodo di assestamento. Nel quarto anno consolidiamo le conoscenze. Credo che, dopo 4 anni, le varie capacità cognitive stimolate nello sviluppo del bambino dal gioco degli scacchi rimangano parte della personalità in modo permanente, anche se non dovesse giocare più regolarmente.
Per questo progetto userò i miei libri, la cui struttura mi consente di gestire al meglio la classe. Chi ha capito risolve gli esercizi, mentre io ho il tempo per seguire i più lenti. Ovviamente questo modo di insegnare richiede più tempo di lezione, in rapporto ai corsi brevi che tenevo in passato, circa il triplo di ore, ma i risultati si vedono nel gioco. Non tanto nei risultati di gioco, quanto nella qualità, perché giocano con tutti i pezzi.
Quindi userò Giocare a scacchi vol. 1 per i primi due anni, insieme con gli esercizi e le cartelle del Manuale per Insegnanti e molte pagine di un libro di esercizi di matto in 1-2-3 mosse che sto preparando. Negli altri due anni userò Giocare a scacchi vol. 2, insieme, ancora, al Manuale per Insegnanti.
Riguardo il progetto che inizio in questi giorni, pensavo di tenere un diario con riflessioni e osservazioni su come procede. Purtroppo non sarà l’insegnante ad imparare con i ragazzi, anche se l’insegnante sarà presente e potrà imparare eventualmente meglio su come insegnare gli scacchi scolastici, ma sarò io ad insegnare ai ragazzi a giocare a scacchi, e questo, come ho detto sopra, ridurrà un poco l’effetto positivo dell’introduzione degli scacchi a scuola.


Tu sei anche istruttore nel circolo di Merano. Cosa cambia nel tuo approccio all’insegnamento nella scuola e all’insegnamento e allenamento al  circolo?

Gli scacchi scolastici hanno evidentemente influenzato la mia attività di istruttore al circolo. È cambiata la mia motivazione di base, e cioè è passata in prima linea la parte sociale degli scacchi e la componente agonistica è passata in secondo piano. Nel circolo, frequentato in prevalenza da ragazzi, l’ottanta percento del tempo va a favore del gioco e la parte tecnica si limita a pochi consigli riguardanti le posizioni che i ragazzi si ritrovano sulla scacchiera.
Probabilmente cresceranno in modo più lento sotto il profilo agonistico, anche se nelle finali regionali si qualificano quasi tutti, ma conservano la passione per il gioco anche quelli che non hanno ambizioni agonistiche aumentando cosi il numero dei ragazzi che giocano.
Non do compiti a casa se non esplicitamente richiesto dato che li assolvono nello stesso modo dei compiti a casa che ricevono a scuola all’ultimo minuto e molto superficialmente. I compiti a casa li faccio risolvere al circolo nel 20% del tempo a disposizione.

dagli 8 ai 10-12 anni influisce più la pratica che la teoria  

Mi sono convinto alla fine che, e sicuramente qualche istruttore ha già notato il fatto nelle proprie attività, dagli 8 ai 10-12 anni influisce più la pratica che la teoria sullo sviluppo agonistico dei ragazzi. Più giocano più migliorano e più gli piace giocare, soprattutto se non li annoio con interminabili monologhi sulle aperture che poi alla fine non giocano per scelta ma per imposizione.
Lascio loro scoprire quali sequenze vogliono giocare e quando hanno sviluppato una strategia di base adatta a capire le aperture chiamo un esperto ( io sono a zero in teoria delle aperture) e organizzo qualche serata (pomeriggio) di teoria.
Con questo sistema mi rimangono all’incirca il 70% dei ragazzi che vengono ai corsi al circolo.
Considerando che sono da solo a gestire gli allenamenti  con vari problemi di differenze nella rispettiva forza di gioco dei ragazzi, quindi molte limitazioni ai possibili materiali da usare, sono molto soddisfatto dei risultati.
Questo sistema è stato dettato dalle necessità, non studiato a tavolino, dal tempo che avevo a disposizione.

Parlaci dei rapporti con gli insegnanti elementari.

I rapporti sono in linea di massima buoni, essi concordano che gli scacchi producono effetti positivi ma di norma hanno difficoltà a cedere delle ore per “un gioco”. Il problema delle ore è più marcante nelle nostre scuole dato che è obbligatorio lo stesso numero di ore per due lingue principali, il Tedesco e l’Italiano, mentre le scuole Italiane (nel territorio nazionale) non hanno questo obbligo.
Ne consegue che le scuole italiane hanno un problema minore nel cedere delle ore a favore degli scacchi.
Un altro fattore che differenzia le scuole di lingua Tedesca da quelle di lingua Italiana è il fatto che in Alto Adige c’è una vastissima scelta di formazione extrascolastica per gli insegnanti, ci sono talmente tanti progetti sia per le attività extrascolastiche dei ragazzi che per gli insegnanti che l’imbarazzo della scelta diventa un bel problema. Piú vasta è la scelta più difficile diventa pescare i progetti più validi dal mucchio.
Se discuto con gli insegnanti e spiego loro che le ore perse all’inizio si recuperano con l’aumento della concentrazione dei ragazzi e cosi via, mi accorgo che anche se pochi lo dicono apertamente il pensiero che prevale è : “Dicono tutti cosi…;  Promettono tutti risultati straordinari, ma spesso la pratica rivela che non è cosi…”. Purtroppo non sono un Dottore! Ci vorrebbe qualcuno con un alto titolo a dire queste cose e sarebbero accettate molto prima.
Quindi rimane l’unica alternativa  quella del provare per credere, non tento più in prima linea di convincere gli insegnanti dei vantaggi degli scacchi ma a provare per credere. Il problema è soprattutto la mancanza di conoscenza reale degli scacchi e delle loro possibilità e qui tento di informare.
Magari riesco anche a convincerne un paio, almeno cosi sembra, ma di solito, appena verso la fine di un corso mi confessano che non credevano che avrebbe funzionato all’inizio…
I preconcetti sono duri a morire!
Il problema maggiore consiste nel fatto che gli insegnanti che sono disposti a insegnare scacchi nelle loro classi partecipano a un corso di formazione dove scoprono la complessità e la vastità della
Materia e improvvisamente non si sentono più in grado di farlo. Temono di non avere la competenza necessaria, quando negli scacchi scolastici come li intendo io non ne hanno bisogno, almeno non nella misura che credono.
Il rapporto più positivo è l’interazione degli insegnanti, ho imparato molte cose durante le lezioni dagli insegnanti. L’istruttore (competenza scacchistica) e l’insegnante (competenza pedagogica) se lavorano insieme e riflettono sul corso e durante il corso sono un’ottima accoppiata per sviluppare riflessioni, programmi e modi di insegnamento.

Hai scritto tre libri per imparare a giocare a scacchi. Raccontaci come sei diventato autore per la scuola.

Per migliorare i corsi scolastici mi sono informato su cosa insegnassero gli altri stati europei e ho messo insieme moltissimo materiale che ho elaborato ed adattato alle esigenze dei miei corsi e alle esigenze di eventuali insegnanti che volessero gestire gli scacchi scolastici a scuola.
Nacque cosi il volume uno di Giocare a Scacchi in lingua tedesca ed iniziai a sperimentarlo nelle scuole dove già tenevo corsi. Ben presto scopri le lacune presenti nel libro, lacune che sono state poi tolte nella versione Italiana. Adesso uso il libro originale coadiuvato dalle correzioni nelle versioni italiane
Con il passare del tempo il finanziamento delle scuole subí sempre maggiori riduzioni e spesso a discapito degli scacchi e allora pensai fosse una buona idea scrivere un programma didattico per gli insegnanti, in modo che potessero gestire un corso di scacchi anche senza ulteriori finanziamenti.
Quando ingaggiai Valerio Luciani come allenatore-giocatore per il nostro circolo egli ebbe occasione di vedere una copia del vol. 1 di giocare a scacchi e mi chiese di tradurlo in lingua italiana e cosi nacque il programma didattico scolastico in Italiano.
Nelle discussioni sul tema con direttori scolastici e vari enti collegati alla scuola è emerso che una scuola ha bisogno di un programma ben definito nella didattica e nel tempo, questo fattore è molto importante. Senza un programma ben definito non c’è modo di sviluppare progetti scolastici a lungo termine.
Ma forse il fattore determinante che mi ha spinto a diventare autore per la scuola era mettere a disposizione del maggior numero di ragazzi possibile il gioco degli scacchi. Scopo che sopratutto la scuola può assolvere. I genitori preferiscono di norma che i ragazzi giochino all’aperto e gli scacchi, anche se visti di buon occhio dai genitori, si giocano in stanze chiuse, che si rivela uno svantaggio grave. Mentre a scuola già sono costretti a rimanere al chiuso e i ragazzi alle materie scolastiche preferiscono gli scacchi, ma se hanno la possibilità di giocare all’aperto preferiscono altri giochi.
Quindi il luogo migliore per imparare a giocare è la scuola con vantaggi reciproci.

Hai avuto riscontri da chi ha usato i tuoi libri per insegnare ai bambini?

Meno di quello che speravo, speravo in un dibattito su come si trovano usando GS1 oppure qualche critica sulle affermazioni del manuale oppure qualche mancanza, magari qualche cosa da migliorare. Insomma un confrontarsi con altri istruttori. Di solito quando incontro qualcuno alle riunioni o manifestazioni della FSI i commenti vanno dal bello al bellissimo fino al “era ora che si pubblicasse un manuale per insegnanti” e cosi via. Ne sono stati venduti alcuni dei manuali ma credo che pochissimi lo abbiano letto veramente. L’unica critica costruttiva è stata la recensione di Ravagnati su Scacchitalia che ha portato ad alcune riflessioni fruttuose.
Alcuni istruttori lo stanno provando in tempi più lunghi e mi aspetto qualche feedback da questi, ma probabilmente è ancora un po’ presto per trarre qualche conclusione, perché sono passati solo due anni dalla pubblicazione di Giocare a Scacchi Vol. 1 e uno appena da quella di Giocare a Scacchi Vol. 2 e del Manuale per Insegnanti. Per me stesso posso dire che piuttosto di farne a meno nei miei corsi, regalo le copie necessarie ai ragazzi. Forse sarà l’abitudine oramai, ma mi sembra che l’insegnamento e tutto il contorno che fa parte del progetto funzioni meglio con i miei libri che senza.

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