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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    .

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    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Meno è di più (più o meno).

somethingwild_001.jpg Meno è di più era il motto dell’architetto Mies Van Der Rohe ed è usato tuttora di frequente nel design e nell’architettura moderna ad indicare che pochi particolari ben piazzati rendono il pezzo disegnato, o il manufatto architettonico realizzato, unici e perfetti nell’insieme. Da allora questo motto è stato citato spesso da chi ritiene che poche cose o concetti siano meglio e/o più efficaci di una pletora di particolari.

Anche nella scuola meno è di più

Nella scuola “meno è di più” è diventato uno slogan e una linea di indirizzo per una parte degli insegnanti, anche come reazione alla spinta a moltiplicare le materie e a dilatare i programmi di studio. Infatti, dopo il lancio, nel 1997, del PISA (Programme for International Student Assessment, Programma per la valutazione internazionale degli studenti), che si proponeva di valutare comparativamente gli studenti dei vari paesi, i ministeri dell’istruzione dei vari paesi hanno richiesto alle scuole di essere più severe, di inserire più materiale nel programma scolastico e di far imparare di più ai ragazzi. Di più, sempre di più materiale da studiare e da dimenticare subito dopo per fare spazio al nuovo materiale, da studiare e da dimenticare anch’esso.
Ma quello che si perde soffocando i ragazzi di materiale è la profondità della conoscenza. Si perde la capacità, e il tempo di confrontare le cose fra loro anche su argomenti e materie diverse. Ci ritroviamo con una conoscenza superficiale su tutto e poca comprensione di fondo. Cito una frase che ho letto in un libro sulla pubblicità e propaganda

“Quello che sanno tutti è superficie, è propaganda; per capire o conoscere veramente le cose bisogna andare come minimo uno o due livelli più in profondità.”

Quindi “meno” vuol dire meno materiale; “di più” vuol dire più in profondità.

Faccio un esempio. Prendo un argomento cerco il succo o la base dell’argomento e lo analizzo, poi prendo tutti i possibili collegamenti o punti di vista diversi che trovo per la base di questo argomento e li analizzo, alla fine avrò sì pochi argomenti a disposizione, ma avrò una conoscenza profonda di quell’argomento. Ci vorrà più tempo, ma alla fine avrò una serie di pilastri per la mia conoscenza, sarò in grado di collegare facilmente fra loro i pochi argomenti appresi e sarò eventualmente capace di farmi un’opinione mia personale.

E negli scacchi pochi argomenti ben trattati sono meglio di una infarinatura su tutto

Analogamente avviene quando si parla di insegnamento degli scacchi. Prendiamo l’argomento “scacco matto”, isoliamo un argomento più specifico, come il matto con la Donna e prendiamo infine tutti i possibili punti di vista che ci vengono in mente su di esso. Ad esempio il matto di Donna con l’aiuto del Re, della Torre, dell’Alfiere, del Cavallo e del pedone. Altri punti di vista da aggiungere potrebbero essere il matto con la Donna e l’aiuto da parte di pezzi avversari, un ulteriore punto di vista potrebbe essere il matto sostenuto o aggiuntivo. Abbiamo sezionato cosi un argomento singolo, il matto con la Donna, in tanti frammenti. In questo modo ci vuole più tempo per sviluppare il tutto e quindi abbiamo insegnato meno argomenti. Un agonista potrebbe dire. “Tutto qui quello che hanno imparato?”.

Effettivamente sembra che impiegare 2 o 3 mesi per insegnare bene il matto con la Donna non sia un granché come risultato didattico. Ma avete mai osservato nei tornei quanti ragazzi con la Donna in più vanno a rapinare il materiale avversario per riuscire alla fine a vincere e, qualche volta, non riescono a concludere positivamente la partita perché non vedono il matto?
Con una più profonda padronanza del succitato matto non andrebbe a rapinare l’avversario, ma troverebbe subito le mosse per chiudere la parita. La differenza è enorme!
Se, a partire da una posizione qualsiasi, i ragazzi riescono a trovare una combinazione tattica o uno schema di matto senza che gli si dica cosa e quando la devono cercare, vuol dire che hanno compreso pienamente. E la comprensione si raggiunge molto più facilmente riducendo gli argomenti per svilupparli, invece, in profondità.

Adattare il ritmo dell’insegnamento alla capacità di comprensione dei ragazzi

Prendiamo un ulteriore esempio analizzando i livelli di gioco dei ragazzi riportati nella tabella qui sotto, che è presa dal Manuale per Insegnanti della serie di volumi “Giocare a scacchi”.

Le fasi nel gioco a scacchi dei bambini

Preciso, a scanso di polemiche, che quando scrivo di ragazzi intendo ragazzi normali, non quelli dotati di particolare talento e ambizione. I talentuosi, infatti, reggono facilmente anche il più. Ma se consideriamo corrispondenti alla realtà i livelli di gioco riportati in tabella, allora bisogna ammettere che per raggiungere il quarto livello, di norma ci vogliono 2 o 3 anni di gioco al circolo per un’ora e mezza o due, due volte la settimana.

Questo vuol dire che incominciano a calcolare più mosse, che fanno attenzione a non perdere materiale e cominciano a capire e sfruttare lo spazio e il tempo. Se portiamo loro materiale di un livello superiore (il più) non hanno la capacità di capirlo, di usarlo in partita e nemmeno di seguire la lezione. Infatti se chiediamo loro se hanno capito arriva la risposta “sì, sì“, ma tra loro pensano “chissà quando ci farà giocare”! E magari nelle posizioni che sottoponiamo a loro trovano anche la risposta corretta, ma quando giocano non ci pensano più. Non hanno introiettato quello che, invano, abbiamo cercato di spiegare loro.

Quindi dopo un anno di gioco, due volte la settimana, di solito si trovano al secondo livello e far analizzare una partita è chiedere troppo. A questo livello i pezzi volano, perennemente sospesi per essere catturati!

La stessa cosa succede quando sono ancora al terzo livello, che raggiungono dopo circa due anni di gioco: i pezzi in presa non si contano. Seguono le analisi delle partite solo perché vogliono mostrarti la loro stupenda 16° mossa. Sono sordi a qualsiasi cosa tu dica. Aspettano solamente che arrivi la 16°, l’unica di tutta la partita che ricordano. E guai a dire che l’avversario avrebbe potuto salvarsi, ti arriva un’occhiataccia e la frase “Si, ma lui non l’ha fatto, prosegui che poi arriva un’altra mia bellissima mossa”.

Sono convinto che la progressione fino al quarto livello di gioco sia più facile se viene dato molto più spazio alla pratica a scapito della teoria. I bambini imparano di più facendo che ascoltando. Raggiunto questo livello, i ragazzi hanno una solida base sulla quale possiamo lavorare seriamente come istruttori e non solo come insegnanti.

Per approfondimenti

Mi fermo qui, dato che meno è di più. Segnalo solo un interessantissimo libro di Howard Gardner dal titolo originale : “The Unschooled Mind. How Children think and how schools teach”, Basic Books, New York (in italiano dovrebbe essere Educare al comprendere, Feltrinelli, 1993).

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