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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    - 2008
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    .

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    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Quattro anni per pensare meglio. 4. Prime verifiche.

Gli scacchi scolastici hanno un effetto più visibile se le classi sono più “difficili”

Wild ZeitungQuesta settimana cambia il giorno di lezione, tocca al mercoledì, perché prima della lezione è prevista una riunione fra il sottoscritto, la direttrice dell’istituto, l’insegnante responsabile, l’ispettore dell’ufficio

scolastico provinciale, un rappresentante del circolo scacchistico locale e il direttore dell’ufficio di valutazione scolastica per scambiarci informazioni e per valutare come valutare scientificamente il progetto. Si conviene di valutare soprattutto le parti pratiche e cioè di misurare l’effettivo aumento della durata della concentrazione della classe e soprattutto l’influenza degli scacchi in ambito sociale.

Si conviene che le classi sono tranquille non ci sono problemi sociali e pertanto presumo che la differenza fra prima e dopo non sia cosi marcata. Gli scacchi scolastici hanno un effetto più visibile se le classi sono più “difficili”.

Tanto rumore per nulla

La riunione si protrae più del previsto e arrivo in classe (gruppo A) con 15 minuti di ritardo e noto subito una maggiore agitazione del solito. Può derivare dal fatto che sanno che oggi potranno finalmente giocare sulla scacchiera, dal fatto che l’insegnante è diverso (credo che l’insegnante responsabile abbia un maggiore controllo sulla classe), dal fatto che io non sono al 100% con la classe (mi mancano i 10 minuti che di solito uso per concentrarmi sulle classi prima di iniziare) o un po’ da tutti e tre i fattori insieme.

Il volume dei ragazzi è alto e faccio fatica a tenere la lezione. Inizio con il riassunto della lezione precedente e siccome voglio proporre l’esercizio 3 del Manuale parliamo del rosso e del verde, vediamo di scoprire cosa potrebbero significare i colori e alla fine scopriamo il semaforo e spiego il concetto di controllo delle case da parte del Cavallo. Rosso equivale a pericolo per i pezzi avversari e il verde equivale a difesa o via libera per i propri pezzi. Non mi aspetto che capiscano i concetti dato che di solito (in corsi più brevi) devo arrivare fino al Re per ottenere la comprensione dei ragazzi. Svolgiamo l’esercizio e devo rispiegare a buona parte del gruppo le mosse del Cavallo.Mi ritorna in mente una frase che ho usato nel manuale per insegnanti:

Chi impara velocemente dimentica velocemente, mentre chi impara lentamente ricorda più a lungo.

Mi ripropongo di fare attenzione a questo fatto nel gruppo B. Mi rimangono 20 minuti e faccio giocare le partite ridotte con il Cavallo. Gran parte dei ragazzi nonostante spiegai in lungo e in largo che devono giocare la posizione sulla lavagna tentano di mettere tutti i pezzi, vogliono giocare una partita “vera” e incontro maggiori difficoltà del solito a convincerli a giocare le partite ridotte. Cosi prometto loro che negli ultimi 5 minuti possono giocare come vogliono. Credo che dipenda dal fatto che i genitori dei ragazzi abbiano mostrato ai ragazzi come si muovono i pezzi prima dell’inizio del corso, cosi la maggior parte crede di saper giocare e non si sentono presi sul serio se non glielo lascio fare. Alla fine li lascio giocare con tutti i pezzi, ma non devono disturbare gli altri e soprattutto devono conoscere tutte le regole e non devono chiedere all’insegnante (o a me) come devono fare. Siccome ognuno si ricorda qualche sprazzo diverso delle regole, viene fuori il caos sulla scacchiera. I ragazzi si divertono a spostare i pezzi, però scoprono (non tutti) che non conoscono ancora abbastanza le regole. Forse alla prossima lezione saranno di meno a voler giocare con tutti i pezzi, ma ne dubito dato che troppi hanno lezioni casalinghe. Il corso è stato preparato in fretta, non abbiamo avvisato prima i genitori di non insegnare anticipatamente le mosse ai ragazzi e adesso si pagano le conseguenze.

Entro nell’altra classe, dove mi aspetta il gruppo B, e il volume è ancora più alto perché è l’ultima ora di lezione. Anche qui valgono probabilmente i fattori sopra elencati. Mi aveva spiegato l’insegnante responsabile del progetto che il gruppo A è più tranquillo in classe, mentre il gruppo B è più vivace ma anche più sveglio. Parto con lo stesso programma del gruppo A (il gruppo più veloce ad apprendere) ma devo dare meno ripetizioni sulle mosse del Cavallo.

Il gioco pratico è una buona motivazione per concentrarsi su un esercizio

Oggi volevo tenere d’occhio il ragazzo “copione”, lo chiamerò Claudio, anche se ovviamente non è il suo nome, per non usare la parola copione, che non mi piace. Credo che Claudio sia un ragazzo che non riesce, al momento, a concentrarsi sull’esercizio. Lo vedo immerso nei suoi pensieri cosi lo seguo da vicino e controllo che abbia capito cosa ci sia da fare. Tento di ricordargli un collegamento fra la scacchiera in cortile e il foglio dell’esercizio e gli chiedo se riesce a immaginarsi di essere il Cavallo nel diagramma e di ricordarsi come si è mosso in cortile. Vedo che funziona, lentamente inizia a colorare. Nel frattempo, visto che alcuni hanno già completato a tempo di record l’esercizio, dico alla classe che chi ha finito l’esercizio si prenda una scacchiera e inizi a giocare. Qualche minuto dopo mi giro e ridò un’occhiata a Claudio e lo vedo concentratissimo a colorare le case controllate dal Cavallo con una velocità impressionante (per lui). Però! Il gioco pratico è una buona motivazione per concentrarsi su un esercizio. Vedremo in seguito se si mantiene cosi.

Vignetta tratta da www.eridian.it

vignetta tratta dal sito fumettistico eridian.it

Ora che giocano tutti è impossibile rivolgersi alla classe, un caos, cosi mi limito a seguire i singoli e a controllare come muovono il Cavallo. Non devo necessariamente insistere riguardo al volume durante il gioco, so che più conosceranno, più dovranno concentrarsi e perciò abbasseranno il volume da soli.

Se non dovesse avverarsi la tesi, posso ricorrere al metodo da torneo usato da Michelangelo (un istruttore in Piemonte conosciuto ai corsi di formazione ad Arona) che nei primi tentativi che ho fatto ha funzionato abbastanza bene. Il metodo prevede un punto di penalità per mossa irregolare e un punto di penalità per ogni parola detta durante il torneo e che non ha rilevanza rispetto alla partita; 3 punti fanno perdere la partita. Interessante il fatto che i ragazzi più casinisti sono quelli che richiedono maggiormente l’applicazione della regola del silenzio.

Una revisione delle mie ipotesi sulle velocità di apprendimento.

Torno a ragionare sulle velocità di apprendimento e su cosa possano implicare nelle dinamiche di apprendimento del gruppo. Lo faccio sulla base di quanto ha ipotizzato la mia compagna con la quale ho discusso sulle velocità di comprensione dei ragazzi e sulle implicazioni di queste nella velocità di apprendimento del gruppo.

Prendiamo un gruppo con quattro velocità. Consideriamo che di solito i ragazzi di velocità uno, anche se non riescono a seguire bene la lezione in classe, non parlano stanno zitti. Lo stesso discorso vale, in minor parte, anche per la velocità due. Quindi la tendenza dell’insegnante e soprattutto dell’istruttore di scacchi esterno alla scuola è di attenersi inconsciamente alle due velocità superiori. La velocità di insegnamento aumenta, come pure il materiale, e siccome i più lenti non parlano si va avanti con il programma. Così i più lenti diventano anche più deboli (scolari deboli) dato che non riescono a seguire il passo. Le lezioni finiscono prima, sono più veloci, ma forse gran parte dei ragazzi non ha avuto il tempo di capire. Ai più lenti viene negata qualche spiegazione in più, qualche esercizio in più.

Viceversa, un gruppo più omogeneo, in cui le velocità di apprendimento siano solo le due mediane, da un lato riduce la velocità di insegnamento, ma dall’altro consente una gestione più facile e riduce la produzione di scolari deboli, dato che tutti hanno più tempo per capire.

Anche in questo caso oserei dire che “meno è di più”.

Mi resta qualche dubbio e sono curioso di sentire il parere di qualche professionista dell’insegnamento.

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