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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

4 anni per pensare meglio. 7. Tocca ai pedoni.

Quattro anni per pensare meglio. Diario settimanale.Sono molto soddisfatto:   i ragazzi che mi raccontano raggianti che hanno giocato con la mamma o con il papa o con tutti e due, sono almeno il triplo delle volte scorse. E i commenti sono entusiasti: “è stato bellissimo” o “molto bello”.
Credo che il colloquio con i genitori sia molto importante in questi progetti, soprattutto per quei ragazzi che spesso non ricevono le attenzioni necessarie dai genitori. Creando questo legame che integra il progetto, faccio intuire ai ragazzi che esso è importante anche per i loro genitori, e quindi quello che i ragazzi fanno a casa è percepito come importante anche in ambito domestico. Si chiude il cerchio che unisce casa e scuola e ha al centro i ragazzi. E, d’altro canto, i genitori assumono una parte attiva nell’attività scolastica dei loro figli per mezzo degli scacchi.

Mi raccontano i ragazzi che hanno finito i diagrammi con l’ultimo esercizio sul Cavallo. Qualcuno è stato aiutato dai genitori (così dovrebbe essere); alcuni sono anche riusciti a chiudere tutte le case.

Dato che nell’ultima lezione ho solo accennato ai pedoni, chiedo ai bambini di dirmi brevemente cosa ricordano del pedone. È interessante che in entrambi i gruppi, la prima risposta di alcuni bambini, i più bravi, alla domanda su cosa ricordassero del pedone è “la presa al varco”! La spiegano anche molto bene.
Anche queste affermazioni sono utili per integrare il quadro che mi sto facendo sul carattere dei ragazzi. Ci sono alcuni ragazzi che si ricordano perfettamente alcuni concetti più complessi. Credo sia un modo per dire “Guarda; io sono diverso dagli altri”, per differenziarsi dalla norma, per non essere considerato come gli altri ma come qualcosa di più. Quando coinvolgo questi ragazzi faccio attenzione a lasciare loro la diversità (o superiorità dal loro punto di vista?) e man mano che andiamo avanti scopriranno (anche con l’aiuto degli scacchi) che avere diverse qualità non vuol dire essere superiori o migliori, ma che ogni qualità serve a rendere più completo il gruppo. Se spiego loro verbalmente questo concetto delle diversità difficilmente lo comprendono e se allungo il discorso non riescono nemmeno più a seguire il filo. Per questo motivo non dico niente e aspetto che gli scacchi facciano la loro parte e in futuro, quando avranno a disposizione esempi pratici tramite il gioco potrò creare i necessari collegamenti e anche spiegare altri concetti, come per esempio la collaborazione fra i pezzi nello scacco matto, quando sarà il momento.

Poi passo all’esempio 3 del manuale, che prevede di colorare le case controllate dal pedone nel diagramma. Sara arriva subito e dice non ho capito niente, come era prevedibile; la indirizzo un po’ nella direzione giusta e pian piano inizia a lavorare. Tutte due i gruppi hanno delle difficoltà a registrare che i pedoni bianchi vanno in una direzione mentre i pedoni neri in un’altra quando devono colorare le case controllate dai pedoni. Per molti di loro le case controllate dai pedoni neri vanno nella stessa direzione di quelli bianchi e questo nonostante avessi spiegato in maniere diverse che loro sono i possessori dei pedoni bianchi mentre l’avversario ha i pedoni neri e viene nella loro direzione. Non è servito a molto mostrare il concetto nel diagramma precedente individualmente, nel diagramma successivo hanno riproposto la stessa situazione. Verso la fine dei diagrammi finalmente colorano le case corrette.
Cito questo particolare per portare l’attenzione sul fatto che anche se sembra abbiano capito tutti la lezione  spesso la pratica rivela che non è cosi. In questo caso credo che molti non riescano ancora ad assumere il punto di vista (inteso come direzione) dell’avversario, qui non c’è molta differenza fra le due classi, forse leggermente meglio il gruppo A.

Volevo oggi rivolgere la mia attenzione verso alcuni ragazzi più silenziosi, per i quali ipotizzavo una minore attenzione verso di loro da parte dei genitori. Come supponevo, non mi mollano più. Diventano addirittura più deboli per farmi star lì.

Nel gruppo B non faccio in tempo, perché Claudio è più irrequieto del solito. Forse perché è stanco e ha dormito poco (nei ragazzi la stanchezza è micidiale per la disciplina) continua ad usare frasi non adatte verso i compagni e soprattutto verso Giorgia, che adesso è la sua compagna di banco e che, ad un certo punto, lo picchia. Immaginatevi Giorgia una ragazza esile e Claudio un pezzo di ragazzo. Prima Giorgia mi ha fatto notare le frasi dispettose di Claudio e ho cercato di spiegargli che non vanno bene che Giorgia non avrebbe giocato con lui se continuava; evidentemente non è servito, ma quando ha preso qualche botta da Giorgia è venuto da me lamentandosi del fatto. Ora do ragione a tutte due e spiego loro che un Re non può permettersi né di picchiare né di insultare il suo esercito altrimenti non ubbidirebbe più ai loro ordini. Per il momento ha funzionato.

Giuseppe, nello stesso gruppo, ha problemi auditivi e lo scopro dai colloqui con i genitori. In casi simili devo concentrami sulla pratica individuale e mostrarli nuovamente le cose principali e devo anche controllare di avere la sua attenzione quando presento esempi sulla lavagna magnetica.

I ragazzi che hanno già avuto dai genitori informazioni sommarie sul movimento dei pezzi non hanno molta voglia di giocare le partite ridotte. Si è proposta una situazione nella quale con alcuni ragazzi si potesse discutere sul “gioco vero” o “gioco falso”. Siccome nessuno conosce posizioni di matto, e non hanno nessuna idea come catturare il Re, affermo e spiego perché giocare con tutti i pezzi non vuol dire ancora “gioco vero”. Sono diventati più silenziosi e non hanno più richiesto continuamente di poter giocare con tutti i pezzi (gli ultimi 10 minuti sono comunque liberi di giocare come pare a loro). Attenzione però se un genitore è uno scacchista non si può dire al ragazzo che come gioca lui non è gioco giusto, altrimenti creiamo un conflitto nel ragazzo fra i due modelli di adulto: istruttore e genitore.

Probabilmente ho toccato un tasto nel loro senso di giustizia molto sviluppato in questa età, senso diverso dal nostro perché più chiuso nel senso di bianco o nero senza sfumature.
Porto un esempio: il ragazzo A (anni 6) molla una leggera sberla alla ragazza B(anni 6) la ragazza si arrabbia e coinvolge la maestra che rimprovera il ragazzo, che replica mi ero dimenticato che non si può picchiare i compagni. La ragazza sa per esperienza che questo è vero, che ci si può dimenticare o non pensare alle regole, perdona e amici come prima. La dimenticanza è una scusante accettata.

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