• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    .

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    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

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Il cieco che riacquista la vista e i bambini che imparano gli scacchi.

ciecoLeggendo un libro del neurologo Oliver Sacks “Un antropologo su Marte”, un libro che tratta di casi estremi poco conosciuti, trovo la storia di un cieco che dopo un’operazione torna a vedere. Dopo un’iniziale euforia iniziano a presentarsi seri problemi. Scopro che molti pazienti simili riscontrano simili problemi che possono, in casi limite. portare anche alla morte. In molti casi questi ex-ciechi  maledicono il momento in cui hanno riacquisito la vista.
Possibile mi chiedo?

La dimensione temporale non va più bene per l’ex cieco, mentre lo spazio e i colori non hanno ancora nessun significato per lui.
Sembra che il cieco che riacquista la vista si ritrovi come fra due sedie, due dimensioni. Bisogna capire che il cieco vive in una dimensione prevalentemente temporale (dopo 10 passi arrivo al muro, se cammino per 10 secondi incontro il tavolo, 10 scalini e 15 passi e mi ritrovo davanti alla porta e cosi via) e non ha nessuna esperienza o significati spaziali mentre il vedente ha imparato man mano a destreggiarsi fra tempo e spazio. Il cieco ora vedente si ritrova in mezzo, la dimensione temporale non va più bene dato che vede, e lo spazio e i colori non hanno ancora nessun significato per lui.
Il problema consiste nel fatto che mentre noi da piccoli non siamo consapevoli delle differenze, e impariamo intuitivamente a dare significati alle chiazze di colore o agli oggetti, il cieco ha già ben sviluppata la facoltà di ragionare e questo si rivela un handicap non indifferente.
Capire che per questa persona un albero non è che una cosa marrone (il tronco) e una chiazza di verde (le foglie) ma non sa cosa è un albero, non sa cosa definisce un albero (che l’albero è composto da tronco, rami e foglie, per lui le foglie possono essere un albero come può esserlo il tronco o i rami), è per un vedente quasi impossibile da comprendere.
Gli occhi di queste persone schizzano da un punto all’altro in continuo movimento, non riescono a focalizzare. Per esempio non riescono a vedere per intero un gatto o un cane che si muovono: vedono una zampa o la coda oppure un orecchio, la testa, ma mai tutto insieme. Non distinguono il loro cane dal loro gatto e sono costretti a toccarli per distinguerli. L’uomo raccontato da Sacks non riusciva più a fare il suo lavoro di massaggiatore; per farlo doveva chiudere gli occhi. Anche l’incomprensione delle persone con le quali era a contatto hanno influito negativamente sulla sua salute.

Non basta chiudere gli occhi per sentirsi ciechi.
Non è per noi “normali” comprensibile la situazione di questa persona, non basta chiudere gli occhi per sentirsi ciechi, dietro ci sta tutta una serie di sviluppi, concetti e significati che col passare del tempo si instaurano nella mente, in modo che sia possibile vivere relativamente bene anche nella cecità. Ma se si torna a vedere dopo un lungo periodo di cecità tutti i concetti e significati necessari ai vedenti sono spariti e il soggetto parte quasi da zero, al livello infantile ma con una coscienza di sé che l’infante non ha ancora.
Tutti i ciechi hanno in comune la mancanza di significato per la mimica, l’espressione del volto non ha per loro nessun significato. Questo per un cieco che torna a vedere è molto irritante e crea molta insicurezza.
Ora se non si sa queste cose sarà difficile capire i problemi di una persona che ora è “normale”, che vede.

Capire il punto di vista dei bambini è altrettanto difficile che capire i ciechi.
Lo stesso discorso vale per i bambini piccoli, facciamo quelli da 7 a 10 anni, dato che è l’età ove sempre di più si propongono corsi di scacchi. Per capire i bambini è necessario capire alcuni concetti sulle capacità e differenze dei ragazzi cosi giovani. Anche se sentiamo spesso parlare dei livelli cognitivi di Piaget o altri modelli di riferimento, non riusciamo minimamente a immedesimarci nei ragazzi, e quindi a capirli bene.

Faccio un esempio molti insegnanti hanno la pessima abitudine di testare i ragazzi per vedere se hanno compreso oppure se hanno sparato a caso. Quando il ragazzo esegue una mossa corretta l’insegnante assume un espressione da “mossa errata” e chiede sei sicuro? Questa ambivalenza è mortale per i più piccoli, essi non hanno la capacità di gestire o capire queste situazioni. Essi hanno bisogno di sicurezze non ambivalenze, dato che gia dubitano delle loro capacità e conseguentemente non acquisiranno sicurezza e dubiteranno persino delle capacità gia conseguite.

Queste cose creano schemi nel cervello che rimangono impressi nella mente e influiscono sullo sviluppo.

Un altro esempio sull’ambivalenza, anche se non è considerata di solito tale, è il seguente. Quando all’inizio si spiegano i pezzi i ragazzi hanno ricevono l’input che il pedone è più debole del Cavallo, che il Cavallo (Alfiere) è più debole della Torre e cosi via. Se ora proponiamo loro un esempio dove il valore dei pezzi è relativo (per esempio una posizione dove il pedone è più forte del Cavallo o l’Alfiere più forte della Torre), questa è una ambivalenza che crea non pochi problemi al ragazzo, che può chiedersi “ ma allora quale è la verità; mi hai mentito prima o stai mentendo adesso?” Il ragazzo non è in grado di gestire queste ambivalenze, egli ha bisogno di sicurezze certe. Più giovani sono, maggiori i problemi in questo senso.

Si dice che i bambini dicono sempre la verità! Ma questo non è corretto perchè i bambini, fino ad una certa età almeno (tralascio un età di riferimento perché non mi ricordo quale fosse), non sono in grado di mentire, non ne hanno la capacità. Le cose possono essere cosi o cosi e non esistono vie di mezzo o contraddizioni, una volta acquisito come stanno le cose. 

Per questi motivi, capire i bambini e adottare con loro il giusto comportamente è difficile.

Voglio a questo punto riportare un brano tratto dall’articolo di Alceo Selvi “Il laboratorio di matematica. Quando i conti non tornano” 

…Senza voler responsabilizzare in modo assoluto l’insegnamento tradizionale della matematica, si deve pur riconoscere che la gran parte degli allievi che formava rimanevano di frequente assai lontani dalla piena comprensione dei concetti di questa disciplina, anche se diversi di loro riuscivano a raggiungere un sufficiente addestramento nell’uso del simbolismo e nella relativa applicazione in alcune tecniche operative.
In quei casi era facile che nell’insegnante si formasse l’illusione che gli allievi fossero riusciti ad elaborare un determinato concetto, anche se poi, in effetti, molti non l’avevano compreso affatto, in quanto – come osserva Dienes – era stato realizzato un insegnamento basato fondamentalmente sul condizionamento, e non sulla facilitazione dell’apprendimento.
In alcune metodiche di tipo formalistico-descrittivo, presenti nell’insegnamento della matematica, spesso si ignorava un postulato di grande rilievo, che si colloca tra i fondamenti della moderna pedagogia.

Non vi si considerava il fatto che le conoscenze di cui lo scolaro ha piena comprensione e che costituiscono gli strumenti intellettuali utili per operare un suo ulteriore avanzamento del pensiero, non sono quelle che gli vengono trasmesse in tutta compiutezza dall’insegnante o dai libri. Sono piuttosto quelle che lo scolaro conquista attraverso una ricerca personale, in cui egli sia in grado di esplicare liberamente la sua attività creativa.
Spesso, per di più, venivano trascurate le differenze individuali esistenti nel ritmo dell’apprendimento. Di frequente accadeva che, a seguito di una valutazione non oggettiva, un allievo veniva giudicato incapace di comprendere determinati concetti della matematica. Mentre, in realtà, in tali casi era assai probabile che l’allievo fosse un soggetto dotato di un meccanismo di astrazione più lento e che rimanesse quindi sopraffatto dalla incalzante presentazione di ulteriori concetti. In altre parole, l’insegnamento tradizionale tendeva ad imporre a tutti gli alunni uno stesso ritmo di apprendimento e spesso non teneva conto delle leggi psicologiche che governano i meccanismi individuali dei processi di formazione dei concetti…

Ho proposto questo articolo sulla matematica perché è una materia spesso associata agli scacchi e volevo far capire che anche se sappiamo all’incirca su quale piano di sviluppo si trovano i bambini, questo non basta, dato che dalla teoria alla pratica …

Ho trovato interessante, in proposito, il libro di Robert Kegan, The Evolving Self, su cui potete trovare qui un’anteprima e alcuni commenti e recensioni.

Non insegnare mai in modo meccanico.
Spesso durante le lezioni, soprattutto se ci piace la materia, ci lasciamo trasportare, cadiamo in automatismi, pensiamo in modo adulto, cediamo alle nostre preferenze e cosi via. Questo succede nella pratica di tutti i giorni.
Pian piano, però, con l’aumentare dell’esperienza riusciamo ad intuire se i ragazzi ci seguono, oppure no, se qualcosa è arrivato, oppure no.

Basta poco, basta il gioco.
Mi sto convincendo sempre di più che gli scacchi funzionano, per la scuola, semplicemente giocando e quando gli ultimi della classe hanno raggiunto una discreta padronanza del livello di gioco, allora e solo allora ha senso continuare con cose nuove, mostrare loro nuove possibilità e cosi via. Quante ore di pratica sono necessarie dipende sempre dagli ultimi.

Ora si potrebbe obbiettare che i ragazzi con talento necessariamente si annoino ad aspettare gli ultimi. Non credo sia cosi, un sufficiente addestramento, come ricorda Alceo Selvi nel brano riportato sopra, non è comprensione, e alla fine anche ai talenti piace più giocare che seguire la lezione. E il vantaggio del sistema è che quando poi si propone cose nuove alla loro portata l’assimilazione avverrà più in fretta e più a fondo, perché nel frattempo hanno potuto comprendere le basi.

3 Risposte

  1. ciao. io sono una ragazza cieca dalla nascita
    e mi fa piacere che in qualche modo hai tirato fuori la questione ciechi… io sono d’accordo con te nel senso che io non avendo mai visto, e ho 28 anni, NON VOGLIO recuperare la vista. Clinicamente non posso ma proprio NON VOGLIO, per questo motivo ossia che mi sentirei handicappata doppio, e non avrei mai e poi mai l’intenzione di dover ABILITARE il mio cervello (non è solo questione di occhi!) a cose che ha imparato lo stesso in altra maniera. Per cose che ho sempre vissuto facendone a meno. Alla faccia di tutti coloro che s’illudono pensando “riacquistando la vista diventerò autonomo” nulla di più falso…forse pensano che dopo un eventuale intervento io possa guidar la macchina e girare come loro
    beh no, mi dovrei far accompagnare ovunque e assistere di continuo no grazie
    almeno adesso mi faccio accompagnare dove non posso arrivare da sola a livello di trasporti, ma sono comunque indipendente nelle azioni quotidiane.
    Sono tra l’altro una scacchista, perciò mi chiedevo se potevo postare questo articolo, il link intendo, sul mio blog sugli scacchi e i ciechi proprio su wordpress.com. Si chiama ciecomatto.wordpress.com
    Cioè, avevo intenzione di postare l’abstract che riguarda i ciecati – chissà che qualcuno lo legga e la smetta di farmi domande stupide -, con tanto di linkback a questo articolo completo, perché non riuscirei a fare copia-incolla di tutto quanto, che cmq uscirebbe dal contesto del mio blog visto che non è per insegnanti ma per giocatori principianti ed esperti, e io sono una principiante.
    grazie

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