• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

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    - 2008
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    .

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    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Una questione di potere

Potere!Mi è stato chiesto di definire il ruolo dell’insegnante negli scacchi scolastici. Qualcosa scrissi gia nell’articolo Il rapporto fra insegnanti e istruttori e qualcosa si trova nel Manuale per istruttori e mi si dice che sollevo spesso problemi nell’insegnamento, ma non offro soluzioni.

Una scuola che parta dalle esigenze del bambino.
Bene è molto difficile offrire definizioni o soluzioni lineari a questi livelli (modi) di insegnamento, dato che richiedono una certa sensibilità e comprensione del gruppo al quale si insegna. Siccome i gruppi sono molto diversi l’uno dall’altro, ed è difficile, o forse inutile, definire una media, si possono definire ampie linee generali, all’interno delle quali l’istruttore – insegnante deve sentire (non con le orecchie) il livello presente e decidere al momento come meglio proseguire. È un po’ come con i bambini piccoli: il genitore conosce le particolarità del figlio e l’insegnante dovrebbe conoscere le particolarità dei singoli ragazzi e i loro atteggiamenti e particolarità all’interno del gruppo. Ora io dico nel Manuale per istruttori che se l’insegnante impara a giocare a scacchi insieme ai ragazzi, senza grandi conoscenze sul gioco, anche nessuna, i vantaggi per gli alunni sono molto maggiori che se fosse l’istruttore ad insegnare in classe, sia pure insieme con l’insegnante.

Non sembra esserci una grande differenza (non mi riferisco alla qualità del gioco), ma invece la differenza è enorme; è una questione di potere e cercherò di spiegarlo.

Le scuole statali si fondano sul potere: la politica decide il programma, il ministero poi passa il programma alla scuola e l’insegnante insegna la materia secondo queste direttive. La responsabilità rimane alla politica e tutti possono essere felici e contenti e quando i ragazzi escono dalla scuola sono docili strumenti del potere.

Una scuola senza rapporti di potere.
Ma come potrebbe essere una scuola senza potere? Ci sono delle realtà scolastiche dove il potere è stato delegato o addirittura tolto?  Credo di si e voglio presentare cosa succede quando togliamo la materia e iniziamo ad insegnare ai ragazzi l’approccio alla materia. Oppure, nel caso degli scacchi, quando si impara insieme con i ragazzi, e si mostra loro quello che ci ha attratto degli scacchi, in primis il giocare! 

Cosa hanno in comune queste scuole sperimentali?
– la mancanza di potere;
– la massima fiducia nei ragazzi da parte degli insegnanti, paragonabile alla fiducia dei genitori nei propri figli;
– vengono prima i ragazzi e poi la materia di insegnamento;
– non ci sono compiti a casa né voti, nel senso che intendiamo noi.

Meno potere = più autorità.
Gli insegnanti perdono il potere e guadagnano in autorità; essi sono gli accompagnatori e non più quelli che fanno le cose, non più i depositari della sapienza.
Dall’altra parte, se trattati bene, i ragazzi metteranno questi insegnanti su un piedistallo. I ragazzi hanno un sistema radar che individua se l’insegnante lavora per loro oppure ha dei secondi fini. Mai un ragazzo farebbe un dispetto ad un insegnante simile.
Dare fiducia ai ragazzi vuol dire lavorare di più, la preparazione deve essere ottimale. L’insegnante accompagna i ragazzi e interferisce solamente a richiesta. La materia oggetto di lezione viene preparata e messa in uno scaffale (anche l’insegnante) e nel caso ideale si chiama il maestro a lavoro finito.

I genitori sono coinvolti
Coinvolgere i genitori è parte integrante di questi programmi, essi devono abituarsi che i ragazzi non portano compiti o voti a casa, e tramite colloqui e corsi di formazione vengono istruiti sul come e sui motivi per le quali si fanno certe determinate cose in un modo invece che in un altro. Se uno scolaro è debole non lo si emargina, ma si fa in modo che si senta parte importante della scuola. Non si può fare di uno scolaro debole un talento, ma si può insegnargli ad usare tutte le risorse che ha a disposizione al meglio.

Test su misura
I test sono a disposizione dei ragazzi negli scaffali insieme alle soluzioni. Non si può pretendere che dopo aver studiato una certa materia, di presentare un test. Date le velocità diverse di apprendimento sarebbe una disuguaglianza tremenda, i più lenti partono troppo svantaggiati. Cosi in queste scuole i test se gli scelgono i ragazzi, quando si sentono pronti e non c’è più bisogno di imbrogliare, dato che non si fanno comparazioni di valore fra loro.

L’insegnante lavora di più.
Gli insegnanti che accompagnano solamente i ragazzi devono sempre sapere cosa ha fatto il ragazzo finora e a che livello sta.
Anche se il lavoro per gli insegnanti aumenta esso è molto più gratificante, quando si cambia un modo di insegnamento si cresce anche personalmente, si diventa migliori (di solito). Ovviamente la base deve essere il piacere nell’insegnare ai ragazzi e non il bisogno di insegnare una materia.

Esiste!
Hartmut von HentigUna direzione simile è stata intrapresa da Hartmut von Hentig, pedagogo, filosofo e scrittore. Egli rimette ai ragazzi la responsabilità di imparare quando e come vogliono loro. La loro autonomia nel gestire le materie da imparare è molto vasta. Responsabilizzando i ragazzi essi sono più propensi ad imparare, soprattutto se l’insegnamento fila come vogliono loro. Il motto di Von Hentig è: “Rafforzare l’uomo e chiarire le cose” oppure “Learning by doing”. Benché Von Hentig sia, dal 1945, un punto di riferimento nella pedagogia in Germania, e nonostante i successi ottenuti, non è considerato dalla politica, salvo quando si tratta di dargli dei premi o riconoscimenti. Anche in queste realtà togliere il potere è incomprensibile per la maggior parte delle persone soprattutto in politica. Se tutti noi ci assumessimo le nostre responsabilità potremmo crescere senza bisogno del laureato di turno che ci dica cosa dobbiamo fare in ogni occasione.

Scacchi scolastici senza potere.
Ora torniamo agli scacchi. Quando implicano il potere? Come fare a riconoscere gli scacchi per sé come strumento per aiutare i ragazzi?
Scacchi scolastici senza potere vuol dire dare ai ragazzi  il gioco e mettersi da parte fino a richiesta contraria, vuol dire mettere da parte il nostro ego che vuole essere accarezzato per la nostra padronanza della materia, vuol dire dare loro il gioco ed osservare cosa fanno e a quale punto sono, vuol dire rispettare i ragazzi e le loro necessità e realtà di sviluppo e infine vuol dire dare loro la possibilità di prendersi le loro responsabilità. 
Parlo sempre di età comprese fra i 6 e i 10 anni.

L’uso del potere nell’insegnamento degli scacchi
1. Potere vuol dire rispondere ad una domanda del tipo “Ma quanto vale un pezzo” con una risposta del tipo “negli scacchi conta il matto, non il valore dei pezzi, il valore dei pezzi è relativo” Questo è potere, questo è farsi accarezzare, questa è materia d’insegnamento!!
Alla domanda del ragazzo rispondo con un’affermazione che:
– è al di fuori del suo livello di sviluppo cognitivo;
– non è quello che per lui era importante sapere (altrimenti non l’avrebbe chiesto).
In definitiva, non si è preso sul serio il ragazzo. Un paio di risposte cosi e il ragazzo in questione non chiederà più niente, rimarrà in silenzio. Magari riuscirà a sapere da altri la risposta e continuerà a seguire la lezione, oppure no. Il potere ha colpito ancora e  nessuno disturba ancora con domande che non si adattano alla materia, che non sono in linea con la materia.

2. Potere vuol dire proporre dall’inizio la storia degli scacchi. La storia ai ragazzi ancora non interessa, serve solamente all’istruttore preparato nella materia scacchistica per dimostrare la sua preparazione. Per i ragazzi la storia è un elemento che prolunga l’attesa per poter giocare. Magari c’è pure qualche insegnante che riesce a raccontare la storia degli scacchi in un modo adatto a catturare l’attenzione dei ragazzi e magari può anche essere utile. Rimane però il fatto che la storia fa parte della materia e non del gioco.
Negli scacchi a scuola l’obiettivo deve essere “tutta la classe ha piacere nel giocare”. Solo dopo si inizia a proporre nuove strade (tattica, strategie, storia, finali e cosi via). La pratica fa intuire che questo è un buon sistema.

3. Potere vuol dire interferire nel gioco dei ragazzi (non è uso del potere se lo si fa su loro richiesta) con commenti, sia positivi che negativi. Ogni commento è un’interferenza nel gioco fra due ragazzi. I ragazzi imparano più in profondità se li lasciamo esplorare a modo loro il gioco. Quello che capiscono da soli è quello che rimane sempre presente. Questo non vuol dire che non daremo mai più consigli sul gioco efficace, vuol solo dire che bisogna dar loro il tempo di sperimentare a modo loro il gioco più efficace in base alle loro capacità poi, quando avranno un bel po’ di pratica saranno in grado di capire i consigli o commenti degli istruttori. Spesso i nostri consigli sul gioco sono anche ancora incomprensibili per loro e non bisogna dimenticare che dall’esterno si vede di più. Spesso siamo soltanto noi istruttori a cercare di migliorare più rapidamente possibile il gioco dei ragazzi, dato che la bontà dell’istruttore dipende dai risultati agonistici dei ragazzi da lui istruiti. Non si può avere la velocità e raggiungere tutti i ragazzi. O l’uno o l’altro. Nell’agonismo può anche andare bene accontentarsi di pochi ragazzi che diverranno forti giocatori, ma nella scuola è d’obbligo cercare di raggiungerli tutti.

4. Potere vuol dire creare dei programmi didattici rigidi, del tipo: nelle prime 10 ore bisogna insegnare questo e questo e quest’altro, nelle prossime 10 ore questo, questo e quest’altro. Questo è potere di imporre il ritmo e il materiale dell’insegnamento della materia e non del gioco.

Un programma flessibile di insegnamento.
Ogni classe o gruppo ha la sua realtà e necessita di un programma abbastanza flessibile da poterlo gestire in conformità alla classe o gruppo. È mia opinione personale che ci vogliono almeno dalle 15 – 30 ore di gioco pratico affinché la maggioranza abbia una sicurezza nel movimento dei pezzi tale da vedere eventuali mosse errate dell’avversario e da poter giocare in tranquillità. Questa è la prima fase di gioco dove il gioco si basa sul mordi e fuggi e lentamente si sviluppano piani fino a due mosse successive.
A questo punto potrebbe essere utile programmare qualche lezione insieme ai ragazzi. Per esempio si mostra qualche posizione in cui si può guadagnare materiale in una mossa, oppure posizioni di matto in una mossa, oppure di difesa e scambio di pezzi o altri esercizi tattici in una mossa.
Fatto questo si decide insieme cosa vogliono fare prima e cosa più tardi, si decidono i tempi di insegnamento e i tempi per il gioco, per esempio se preferiscono fare 20 minuti di lezione e 40 di gioco oppure un’ora di esercizi e poi due ore di gioco. Le possibilità sono varie, basta parlarne, spiegare ai ragazzi le esigenze dell’insegnante (istruttore) per poter lavorare bene, e poi si discute e si decide insieme come fare. I ragazzi seguiranno anche meglio le regole uscite dalla discussione che quelle imposte.

Ora non dico che questo sia il sistema migliore né che funzioni sempre e in ogni circostanza, voglio dire che questo sistema può permettere all’insegnante di imparare insieme ai ragazzi il gioco degli scacchi. Anche se non ha la (presunta) competenza per decidere quando, dopo la fase iniziale di teoria e pratica, continuare con le lezioni non ha una grande importanza. Dopo 30-40 ore il primo anno di scuola è finito e se giocano dieci ore in più (senza lezioni) non influisce negativamente sulla voglia di giocare dei ragazzi. Quindi nel secondo anno dopo alcune ore di pratica, per rientrare nello spirito del gioco, si può continuare con alcune lezioni. Non nuoce decidere insieme ai ragazzi come continuare. Questo per dire che anche l’insegnante che non sa giocare può insegnare ai ragazzi senza svantaggi per il loro sviluppo scolastico.

Vantaggi per gli insegnanti che abbandonano il potere
I vantaggi che ne derivano all’insegnante sono principalmente due:
1. egli imparando insieme ai ragazzi ottiene dai bambini un riconoscimento simile alle scuole di von Hentig di cui si è parlato sopra. Guadagna “punti”, e i ragazzi saranno più propensi a seguirlo anche nelle altre materie scolastiche che insegna. L’insegnamento diventerà più facile se i ragazzi lo seguono di più e con più attenzione e l’insegnante avrà del tempo in più a disposizione per seguirli meglio.

2. Il secondo vantaggio per l’insegnante è di scoprire immediatamente sulla propria pelle i limiti che i ragazzi hanno nell’imparare gli scacchi.
Le difficoltà dei ragazzi sono quasi identiche alle difficoltà dell’adulto che impara a giocare a scacchi, soprattutto nelle prime lezioni. Cambia cosi l’aspettativa dell’insegnante su cosa, come e quando devono imparare i ragazzi, dato che egli è consapevole delle difficoltà che stanno dietro gli scacchi. Se cambia l’aspettativa cambia anche l’approccio dell’insegnante verso i ragazzi.
L’insegnante ha cosi uno strumento in più per l’insegnamento, ma ha anche conseguito una maggiore sensibilità verso i ragazzi migliorando cosi di rimando la propria persona. Senza poi contare la gratificazione di essersi avvicinato (di aver raggiunto ) di più ai ragazzi.

2 Risposte

  1. Questo articolo mischia cose interessanti e condivisibili (l’insegnante che accompagna i ragazzi, la flessibilità nella proposta didattica degli scacchi) ad altre con cui sono in totale dissenso.

    Alcuni elementi dell’insegnamento degli scacchi basato sul potere che tu, Alex, evidenzi, sono caricaturati o solo immaginati.
    Ad esempio, usare aneddoti storici già quando si spiegano le prime regole, se fatto correttamente, cioè con brevi cenni e in relazione a quanto si sta spiegando, è cosa gradita dai bambini e aiuta a fissare i concetti. Spiegare che l’alfiere si chiama elefante in russo e che è diventato il folle in Francia perché due elefanti messi nuca contro nuca sembravano il cappello a sonagli del buffone di corte non è stressare i bambini.
    Da quello che scrivi sembra che qualsiasi informazione o proposta dell’insegnante sia una imposizione autoritaria.

    Ottimo, invece, segnalare che insegnare scacchi dando spazio ai bambini può apportare benefici all’insegnamento delle altre materie (oddio, ho usato questa parola orribile🙂.

    Su altre questioni risponderò con post.
    Ai post l’ardua sentenza!

  2. Magari c’è pure qualche insegnante che riesce a raccontare la storia degli scacchi in un modo adatto…….
    Non mi sono spiegato bene, aneddoti e storielle divertenti che aiutano a comprendere e a rafforzare la comprensione (anche se si possono considerare storia degli scacchi) vanno probabilmente bene.
    La storia che intendo nell’articolo è la storia come la abbiamo imparata noi…. Le storielle inventate o no aiutano i ragazzi quando hanno alcune caratteristiche.
    Devono essere interessanti per il ragazzo (non per l’adulto, ci sono delle differenze riguardo a cosa sia divertente o no) ,divertenti o colpire la loro curiosità.
    Poche volte la storia come la conosciamo dalla scuola ha avuto queste caratteristiche. Le eccezioni ci saranno sempre. Comunque vale sempre il discorso che dipende dall’insegnante come propone le cose, Se si propone a misura di ragazzo non si può sbagliare nemmeno se propone la storia. Resta da scoprire però cosa è a misura di ragazzo e cosa no. Qui siamo chiamati tutti noi ad osservare e ad aiutare a definire quello che può andare bene per i ragazzi (o quello che funziona meglio) oppure no.

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