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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

La psicomotricità e l’insegnamento degli scacchi

Movimento sulla scacchiera

 “Non abbiamo fatto niente, abbiamo solo giocato.”

 

 

Fino a qualche anno fa usavo la scacchiera gigante come mezzo aggiuntivo per fare sentire, nel movimento, ai ragazzi come si muovono i pezzi. Un paio d’anni fa sono relatore ad un corso di formazione ad Arona e sento parlare per la prima volta di “psicomotricità”. Non colgo più di tanto, e dalla relazione mi pare di capire che più o meno è quello che già sto facendo, dunque non rifletto seriamente sul concetto.

Adesso però la situazione è cambiata, perché da quest’anno insegno scacchi nella scuola di mia figlia, a Merano. Però mia figlia è in prima e il mio corso parte dalla seconda. Perciò ho parlato con la maestra principale di mia figlia e le ho mostrato il programma di Paola Russo sulla psicomotricità sulla scacchiera. L’insegnante è rimasta favorevolmente impressionata e mi ha chiesto di svolgere anche questo progetto. Non è lei la titolare del corso di ginnastica, perciò mi ha fatto parlare con l’insegnante incaricata, che credo sia alla sua prima esperienza e di psicomotricità sa poco o nulla.

Neanch’io so alcunché di psicomotricità, perciò, siccome non mi sembra il caso di fare un corso solamente sulla base di un programma, anche se fatto da un esperto, sono andato in biblioteca e mi sono procurato qualche libro sull’argomento.
Ho così fatto letture molto interessanti, scoprendo che alla base della psicomotricità c’è la visione, della psicologia umanistica.

Che cosa ho capito della psicomotricità
L’esperienza dei movimenti, in generale, dà al bambino l’esperienza di agire sensatamente senza scopi predefiniti e senza considerare risultati o scopi risultanti dall’azione.

I movimenti e il gioco sono attività che vengono eseguite per se stesse e hanno in se stesse la ricompensa o gratificazione.

Le attività motorie, dal punto di vista della psicomotricità, sono sempre anche un intreccio di componenti emozionali, cognitivi e sociali.
Il movimento è l’espressione dello stato generale di benessere o salute del bambino e non può essere visto solamente dal punto di vista biomeccanico. Ad ogni movimento è presente la persona completa.
Il bambino ricerca con sempre maggiore insistenza (con l’età) l’autonomia. Questo voler essere autonomo è una componente principale nello sviluppo del bambino, il bambino è un soggetto creativo che partecipa attivamente al proprio sviluppo.

Le attività educative della società non hanno una unidirezionalità causale dove con mirati interventi si ottengono definiti risultati. Si tratta per la maggior parte di una interazione reciproca dove un soggetto principalmente sicuro di sé e attivo interpreta, valuta ed elabora tutte le azioni educative altrui ed è cosi anche in grado di aggirare o vanificare le varie azioni educative imposte.
(Göppel 1997)

Per la terapia psicomotoria questo significa che il bambino si sviluppa solamente tramite la propria attività (nel senso di attivo). Sono solamente quegli accorgimenti e suggerimenti, che corrispondono alle motivazioni e alle possibilità di azione del bambino, che portano a progressi nello sviluppo del bambino. Il bambino deve essere l’attore del proprio sviluppo. 

I principi della psicomotricità applicati all’insegnamento degli scacchi scolastici
Penso che i principi psico-pedagogici  che ho appena descritto siano applicabili anche all’insegnamento e allapratica degli scacchi nella scuola elementare.
Io ho ricavato le seguenti prescrizioni:
– interferire nel gioco solamente su richiesta;
– proporre cose nuove solamente quando sono relativamente sicuro che la maggioranza sia pronta e richiede anche qualcosa di nuovo.

Questo comporta anche che ai ragazzi più svelti, che frequentano un circolo o vogliano partecipare a tornei e richiedano qualche cosa più impegnativa, dovrò proporre a scuola delle cose più impegnative.

Alla classe, invece, visto che lo scopo è giocare insieme e nulla più, proporrò un programma basato prevalentemente sull’attività del giocare, senza pretese di rendimento o altro.
Per i più bravi e appassionati curerò un programma più agonistico, ma  fatto a parte. Se l’istruttore è un insegnante non particolarmente esperto di scacchi, questa parte spetta al circolo e in classe si gioca soltanto.

Sono giunto a queste conclusioni – provvisorie! – dopo 30 ore di corso e tenendo conto del livello di gioco dei ragazzi in questo momento, che è fermo all’attacco, cattura, ritirarsi o non ritirarsi (faccio riferimento ai livelli illustrati nel mio Manuale per l’insegnante di scacchi, Ediscere edizioni). I bambini di Brunico non sono ancora arrivati al livello in cui si tendono trappole elementari.

Psicomotricità e sviluppo del bambino
Nella psicomotricità il bambino è inteso come un “soggetto che agisce”, che è capace di assumersi delle responsabilità e di conseguenza anche di prendere delle decisioni in riguardo a se stesso.
Di conseguenza le azioni decise da sé e sotto la propria responsabilità non sono solo il traguardo alla fine di un azione dei ragazzi coronata dal successo, ma diventano anche il metodo dell’azione.
Rimane la domanda per il pedagogo su come poter aiutare il ragazzo a gestire meglio i problemi presenti, ovviamente rimanendo sempre nell’ambito delle possibilità del ragazzo, come ampliare le sue competenze attive (nel senso che; il bambino partecipa attivamente al suo sviluppo, che influisce direttamente sul modo e come raggiungere una competenza. )  e  arrivare ad usarle correttamente. Al posto della terapia si rende il bambino capace di agire il più autonomamente possibile a tutti i livelli, siano essi motori, sociali, emotivi o cognitivi.
La psicomotricità può essere intesa come un’unità, composta dal corpo con movimento e processi psichici e intellettuali. Lo sviluppo del bambino è perciò sempre psicomotorio.

La psicomotricità si avvale di attrezzi specifici, nati inizialmente per aiutare bambini con deficienze nel movimento e nello sviluppo  e poi utilizzati anche nella semplice ginnastica psicomotoria e nell’attività sportiva. 
Gli strumenti o materiali usati non bastano a fare psicomotricità, anche se arricchiscono l’esperienza di movimento per i bambini. È molto più importante del loro uso il metodo proposto ai bambini, come essi scoprono il movimento e come gestiscono questi movimenti, lo scopo che il ragazzo dà alle varie occasioni proposte e come si sentono quando interagiscono con i materiali.

Scacchi: guardo al modo in cui i bambini svolgono gli esercizi
Per gli scacchi scolastici lo traduco in osservare attentamente come svolgono gli esercizi (si scopre anche il grado di interesse e dove stanno le difficoltà) e come giocano per potermi regolare di conseguenza.
Più facile a dirsi che a farsi.
Faccio un esempio: una ragazza, sfruttando le sue conoscenze e la sua attenzione superiori all’avversaria, muove spesso i pezzi senza rispettare le regole di movimento. Quando hanno finito la partita le chiedo di giocare con me e alla prima occasione le mangio un pedone in modo irregolare. Mi guarda di sottocchi ma non dice niente, qualche mossa dopo le prendo un pezzo ancora in modo irregolare. Sta incominciando ad arrabbiarsi mi guarda più incattivita ma io faccio il tonto e ancora non dice niente. Dopo altre due mosse irregolari dove ancora non si lamenta le catturo la Donna, sempre con mossa irregolare. Questo è davvero troppo – guai a toccarle il pezzo più forte! – e la bambina protesta. Le chiedo se le è piaciuta la partita; vi la lascio immaginare la risposta. Io approfitto e le spiego che le regole servono anche per evitare soprusi del genere da parte di giocatori più esperti; le spiego che può sempre chiedere il rispetto delle regole del gioco ma che deve anche attenersi alle regole. Questa volta ha funzionato. (il suggerimento deriva dal libro “Teaching Life Skills Through Chess” di Fernando Moreno. Anche se il libro mi sembra scritto per medie e superiori qualche suggerimento utile si può trovare anche per i più piccoli)

Scopro inoltre che la psicomotoricità (in Germania) è collegata al nome di E.J. Kiphard che di solito viene considerato il padre della psicomotricità.  Le radici si possono trovare nel 1955 quando Kiphard incontra lo studente dello sport e psicologo per bambini Hünnekens. In una clinica psichiatrica per bambini scoprono le possibilità di cura psicologiche nel movimento. Inoltre hanno constatato che la maggior parte dei ragazzi era sovraccaricata (effetto contrario) dagli esercizi sportivi tradizionali basati sull’agonismo e crearono cosi il principio della psicomotorica: “gioco libero e impercepibilmente diretto. Al posto del tradizionale agonismo un gioioso giocare insieme”.

Al posto di un orientamento verso il rendimento e il prodotto, che spesso non sfiorano nemmeno le esigenze dei ragazzi, invece di un orientamento al difetto che vede solamente errori, disturbi e deficit, mettiamo un orientamento verso l’esperienza (vivere, sperimentare) e la personalità, dove i  bambini giocano liberi senza imposizioni, dove si esprimono agendo e dove possono svilupparsi (crescere)
(Kiphard 1989)

Questo è esattamente il mio pensiero quando insegno nelle scuole elementari gli scacchi scolastici. Fa sempre piacere una conferma sulle proprie idee da altri autori più esperti di se stessi🙂.

D’ora in avanti farò “scacchi scolastici psicomotori” !!
A parte gli scherzi non credo che muovere i pezzi sia un movimento in senso psicomotorio, ci vuole tutto il corpo che si muove per questo, ma continuerò sicuramente a porre la maggior attenzione a come i bambini si relazionano con la scacchiera, con i pezzi e il gioco, piuttosto che sul rendimento. Gioco che manterrò il più possibile sull'”impercepibilmente diretti”🙂. Credo che se la maggioranza della classe arriva ad apprezzare il gioco, lo farà se riesco a centrare le esigenze specifiche di ogni ragazzo/a. A quel punto le qualità e piacevolezze del gioco e l’effetto traino del gruppo saranno stimolo sufficiente anche per i meno motivati. E gli scacchi potrebbero raggiungere tutti i bambini e bambine della classe. Questo per me è fare “scacchi scolastici” un po’ psico, un po’ motorii e un po’ sociali.🙂

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