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Gli scacchi come materia scolastica. Una conferenza stampa a Dresda.

Il 17 novembre scorso, in coincidenza con l’inizio delle olimpiadi, la Fondazione tedesca per gli scacchi ha effettuato a Dresda una conferenza stampa sugli scacchi nella scuola primaria. Io sono stato invitato per parlare dell’esperienza di Brunico. Ecco le mie impressioni e riflessioni.

Il convegno di Dresda (foto tratta dal sito della Fondazione tedesca per gli scacchi)

I partecipanti alla conferenza. Da sinistra a destra: Alexander Wild, Cornelis van Wijgerden, Matthias Dräger, Detlef Koch, Ernst Bonsch, Marion Bonsch Kauke (foto tratta dal sito della Fondazione tedesca per gli scacchi)

La conferenza stampa è stata indetta per coordinare le organizzazioni di lingua tedesca che si occupano di scacchi nella scuola  per proporre ai ministeri dell’istruzione dei vari paesi l’inserimento degli scacchi nel curriculum/programma scolastico e per lanciare una petizione alle scuole nel mondo affinché inseriscano gli scacchi nella scuola.

Cornelis van WijgerdenA discutere dell’argomento sono stati chiamati, Matthias Dräger presidente della Fondazione Scacchistica Tedesca; Detlef Koch consigliere della Fondazione e istruttore nazionale; Cornelis (Cor) van Wijgerden, ex allenatore della Nazionale Olandese e autore della Stappenmethode; Dr. Ernst Bönsch, ex allenatore della Nazionale Tedesca, autore del programma per allenatori in Germania e organizzatore della scuola per istruttori di scacchi FIDE a Berlino;  la Dottoressa Marion Bönsch- Kauke, Docente di pedagogia e autrice di numerosi saggi e scritti sulla psicologia del gioco degli scacchi. Come detto sopra, c’ero anch’io, a raccontare le mie esperienze.

Nella conferenze stampa si è discusso sia sui programmi didattici che sui tempi ottimali dell’insegnamento scolastico.

Scacchi come gioco o come materia?
Devo dire che su alcune cose mi sono trovato non in sintonia con gli altri relatori.
Io sostengo che il gioco degli scacchi dev’essere “fine a se stesso” e insegnato (ed eventualmente imparato) dall’insegnante elementare CON i ragazzi.
Gli altri intervenuti erano invece focalizzati sulla qualità tecnica scacchistica delle lezioni, sulla forza di gioco che i bambini avrebbero potuto raggiungere. E quindi prevedevano un ruolo importante anche per l’esperto di scacchi. I miei colleghi a Dresda erano tutti a favore di forme di valutazione del rendimento scacchistico dei bambini, come in una qualsiasi altra materia.
Fra loro c’erano però differenze sul tempo di insegnamento. Ad esempio van Wijgerden ha sostenuto che un solo anno potesse bastare. Viceversa, l’appello di Dresda parla di 2-4 anni.
Tutti vedevano una evoluzione agonistica delle lezioni, con intervento di esperti istruttori.

Gli scacchi a scuola sono utili ai ragazzi
Ci sono però anche convinzioni comuni. Un punto in comune a tutti i partecipanti è la necessità che i ragazzi a scuola imparino a giocare a scacchi perché è utile per il loro sviluppo, scolastico e soprattutto umano.

Un altro pensiero che abbiamo in comune è che l’insegnante/istruttore e i ragazzi sono decisivi e hanno la maggior parte dell’influenza sul successo o meno dell’insegnamento scacchistico, mentre  i vari programmi usati sono secondari (al riguardo vedi quest’altro post).

Ernst BoschErnst Bönsch è convinto che bisogna iniziare al più presto i ragazzi agli scacchi e conferma che a tre anni già si può/deve iniziare. Matthias Dräger invece ribadisce l’importanza di avere gli scacchi come materia scolastica a partire dalla prima elementare. La stessa cosa la dice anche Cor van Wijgerden ma aggiunge che solo il primo anno gli insegnanti scolastici sarebbero in grado di proporre un programma didattico scacchistico ai ragazzi, mentre dopo questo periodo è richiesta una competenza scacchistica superiore che di norma gli insegnanti scolastici non hanno. In un breve intervento Razuvaev spiega che è in grado di istruire qualche bravo insegnante scacchisticamente, ma non le centinaia che sarebbero necessari se gli scacchi dovessero diventare materia scolastica.

Io dico che gli scacchi dovrebbero essere insegnati a partire dalla seconda elementare e non come materia ma semplicemente come attività fine a se stessa, ma mi sento un po’ fuori posto. D’altra parte sono a Dresda perché la valutazione dei progressi dei bambini di Brunico ha dato risultati molto positivi, non certo per le mie teorie poco ortodosse. Mentre spiegavo come avessimo insegnato gli scacchi e su quale programma vedevo soprattutto incredulità o incomprensione in molti ospiti.

Un istruttore tra il pubblico non è d’accordo con i tempi da me richiesti e si dice d’accordo con van Wijgerden che un anno di scacchi basta e avanza e nello stesso tempo dice che in alcuni suoi corsi c’erano tanti ragazzi senza motivazione (ci credo, visto come la pensa).
Rispondo facendo notare che dando loro più tempo, e quindi diluendo il programma in almeno 2 anni, i ragazzi imparano meglio, il gruppo resta più unito e gli scacchi restano importanti per la classe e non solo per uno sparuto gruppetto di bravi. (di questo parlerò più approfonditamente in un articolo a parte).

Metastudio sugli effetti degli scacchi sulla persona
Marion Bonsch-KaukeMarion Kauke Bönsch, autrice di un libro di 400 pagine che analizza i risultati sugli studi fatti negli ultimi 100 anni nel mondo sugli scacchi, sottolinea il ruolo degli scacchi nello sviluppo di capacità manageriali. Cita come esempio Miniscacchi, gioco inventato dagli allenatori amburghesi van de Velde, Lengwenus e Israel nel 1997 e alcuni suoi studi pubblicati in precedenza, oltre che libri di Bleis e Hoffmann (1980) e Goetz (2004).
Il libro della Kauke Bönsch tratta anche di come si possano sviluppare  competenze utili agli insegnanti tramite gli scacchi, basandosi sui lavori di tesi realizzati dai suoi studenti.
E non dimentica l’anedottica, quando racconta della città di Ströbeck, la cui scuola ha inserito gli scacchi come materia scolastica ancora nel 1823, e dove il partito degli scacchi ha la maggioranza in comune.
Kauke Bönsch analizza come dal modo di giocare delle persone si possano intuire i punti di forza e le debolezze (ad esempio tramite Miniscacchi) e di conseguenza elaborare piani per rinforzare i punti forti e smorzare o eliminare le debolezze (tesi di laurea in  psicologia e scienze sportive di Christian M. Warneke).
Importante il riferimento al progetto di Satka, cittadina nei paraggi di Mosca, dove si sta realizzando un importante e ampio programma di inserimento degli scacchi a scuola. Una o due volte la settimana due ore di scacchi in classe su base volontaria, ma la partecipazione al corso degli scacchi dipende anche dal miglioramento del rendimento scolastico. I risultati in termini di miglioramento delle prestazioni scolstiche sono stati maggiori delle aspettative.

Quanto tempo serve?
Una piccola conferma per me è stata l’affermazione, da parte di un responsabile giovanile della federazione tedesca presente fra il pubblico, che sempre più genitori preferiscono che i ragazzi imparino a giocare a scuola senza frequentare alcun circolo, spaventati dal troppo agonismo. Ci sono alcuni gruppi in varie città che insegnano a giocare a scacchi come gioco, senza agonsimo. Purtroppo non sono riuscito a trovarlo dopo il convegno per chiedere maggiori particolari.

Tutti i partecipanti alla conferenza sembrano convinti che i vantaggi che gli scacchi portano ai ragazzi si basino sull’esperienza che hanno nel gioco. Con esperienza intendo la pratica mirata del gioco: più ore ti cimenti con il gioco e la teoria, magari con un buon allenatore, meglio è per i risultati scolastici.
Quasi tutti gli studi citati nel libro di Marion sono studi che cercano risultati nei campi dove la logica e la strategia primeggiano. I risultati confermano che i GM (esperti) sono più efficaci degli amatori (M) e ancora di più dei principianti. Io penso che con tutto l’allenamento che fanno i GM, e in misura minore i maestri di scacchi, è abbastanza ovvio che primeggino nei test logico matematici. Ma il mio è un parere personale, non molto condiviso.

Il cervello degli esperti lavora meglio
Interessanti, infine,  gli studi che mostrano le aree del cervello che vengono attivate durante una partita di scacchi ad alto livello oppure a livello amatoriale. L’attività cerebrale è più ampia e diffusa nell’esperto mentre lo sforzo o meglio il dispendio di energia è maggiore nell’amatore (gli studi citati da Marion Bonsch-Kauke sono quelli del Dr. Roland H. Grabner, Prof. Anton Neubauer dell’Università Karl-Franzens-Graz, e Prof. Elsbeth Stern dell’Istituto Max-Plank Berlino. Per qualche indicazione in più si veda questo sito internet)

Tutto sommato sono tornato a casa con una bella esperienza in più, alcune nuove idee e concetti e nuovamente carico, motivato rispetto all’insegnamento.
Ho appreso nuove idee riguardo alla visualizzazione, che ho provato subito (vedi i due articoli rispettivamente sulle geometrie sulla scacchiera e sugli esercizi di visualizzazione)

Ma le competenze apprese con gli scacchi sono trasferibili?
Non sono riuscito a togliermi di dosso la sensazione di dubbio sul mio modo di vedere l’insegnamento degli scacchi nelle elementari visto che sembrano tutti convinti che il rendimento scacchistico sia decisivo.
Ma leggendo il libro di Marion trovo un trafiletto interessante si tratta di uno studio effettuato da Ericsson e Charness 1994 che si pongono la domanda se l’aumento della forza di gioco favorisca lo sviluppo della personalità e la socializzazione o se rimane confinata solamente nel gioco.
Possono le competenze e capacità sviluppate negli scacchi essere trasferiti nelle situazioni di vita quotidiana?
Gli scacchi sono cultura per tutti?
Ericsson e Charness rispondono che un trasferimento diventa più improbabile quanto più un soggetto sale nel livello di competenza scacchistica, perché la specializzazione occupa gran parte dell’energia e del tempo. Viceversa, un amatore non ha bisogno di diventare GM e non deve mantenere ad altissimi livelli la sua competenza scacchistica, perciò può sfruttare e trasferire nella vita quotidiana e anche nel suo mestiere i modelli appresi dagli scacchi.
Il mio punto di vista ha ricevuto una piccola conferma che fa sempre bene.

Prima di partire Marion mi ha svelato di essere d’accordo sulla maggior parte delle cose che ho detto, ma non abbiamo fatto in tempo a discutere sulle cose in disaccordo! Sarà per la prossima volta visto che sono diventato un collaboratore della Fondazione, che fra le altre cose sta finanziando, senza che glielo avessi chiesto, il progetto di Brunico per la metà delle spese, visto che l’intendenza scolastica ha dimezzato i fondi.
Il Dr. Hilpold, della Fondazione, si è già reso disponibile a fare una breve valutazione sugli effetti del secondo anno.
Non era previsto un ulteriore esame e staremo a vedere cosa ne esce fuori:  un po’ di margine per migliorare ancora c’è.

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