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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    - 2008
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    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Fare scacchi a scuola non è fare scuola di scacchi!

Bambina gioca a scacchiIl test finale fatto dopo il secondo anno del progetto di Brunico ha rivelato un chiaro ulteriore aumento del rendimento dei ragazzi. Il risultato è stato superiore alle nostre aspettative e conferma la direzione didattica intrapresa.
È una mia convinzione che i risultati dei test di gruppo, che rispecchiano l’insieme di tutta la classe, dipendano in gran parte dalle componenti più deboli e medie della classe.
Quello che voglio dire è che il programma didattico deve essere rivolto in prima linea a questi livelli medio-bassi piuttosto che alle possibilità, che ci sono senz’altro, di èlite. 

Negli studi i benefici degli scacchi sembrano esistere solo il primo anno.
Il problema principale che si pone in molti studi sugli effetti degli scacchi scolastici è la decrescita dei risultati positivi nei corsi successivi a quello di base.

Quando il corso diventa più difficile, molti bambini perdono interesse per gli scacchi
A mio avviso questo scaturisce dal fatto che i vantaggi emergono di norma dopo il primo corso. Il primo corso consiste sopratutto nell’insegnamento delle regole e poco altro; i corsi successivi tendono a diventare via via più tecnici e più difficili. Molti dei ragazzi di livello medio e tutti quelli di livello basso iniziano ad avere difficoltà a seguire le lezioni, che diventano anche più veloci (non come da teoria ma come succede in pratica), e pian piano si distanziano dagli scacchi e non partecipano più. Fanno finta di ascoltare e rispondono affermativamente alle domande, ma in realtà si sono dissociati dagli scacchi, anche se a prima vista non sembra cosi.
La conseguenza è che i vantaggi che scaturiscono dalla pratica attiva degli scacchi si diluiscono fino a scomparire nuovamente, portando così i ragazzi di livello medio – basso quasi, se non esattamente, al punto di partenza prima di entrare in contatto con gli scacchi.

Gli scacchi funzionano se c’è passione.
Non è l’imparare le regole che dà il via all’emersione dei vantaggi. Non basta saper giocare per usufruire delle potenzialità presenti negli scacchi. Ci vuole molto di più e non intendo con questo “di più” la teoria scacchistica, che alla fine è anch’essa solo un conglomerato di regole senza una efficacia intrinseca.

Se nei corsi successivi al primo si mette troppa tecnica, come accade quasi sempre, nel test di valutazione cognitiva i valori rilevati saranno necessariamente più bassi. E peggioreranno nel tempo, tornando inesorabilmente indietro in relazione al numero dei ragazzi che si dissocieranno interiormente dagli scacchi.

Avere dei risultati in un primo test non vuole dire niente di speciale, se questi risultati non si prolungano e si sviluppano (migliorano) nel tempo.

Dobbiamo essere coerenti: nella scuola facciamo scacchi a scuola e non scuola di scacchi.
Ritengo inutile parlare dei vantaggi che possono scaturire dagli scacchi nel breve periodo, giusto per entrare nelle scuole, se poi nella pratica razzoliamo male, perseguendo altri scopi da quelli citati quando si parla dei vantaggi degli scacchi. Noto, per inciso, che anche nelle altre discipline sportive la situazione non cambia affatto, si predica bene ma alla fine lo scopo è sempre il proselitismo (idealisti forse esclusi).😉

Non ho niente contro l’agonismo, anzi ci sono ragazzi che guai a non proporglielo. Togliere loro l’agonismo è  come imporre l’agonismo a chi non vuole saperne.

I dirigenti sportivi vogliono numeri e risultati, ma non va bene.
Voglio solo che si differenzino chiaramente gli scopi e le motivazioni. Mi torna qui in mente il convegno di Torino che, senza togliere niente alla riuscita manifestazione, mi ha estremamente deluso e mi ha messo completamente in crisi, al punto che pensavo di non scrivere più. Il titolo del convegno era  “Gli scacchi un gioco per crescere”  e mi aspettavo interventi mirati alla educazione dei ragazzi e allo sviluppo della loro personalità tramite gli scacchi. A parte qualche rara eccezione, invece, gli interventi erano impostati come se il titolo  del convegno fosse stato “Come fare per raccogliere un  maggior numero di tesserati e sponsor tramite la scuola“.  La scuola diventava un mezzo per fare proselitismo, e i vantaggi degli scacchi erano usati come esca.  Piu altolocati i relatori, maggiore era l’attenzione da essi dedicata al numero dei tesserati, all’incremento dei successi sportivi e ai fondi ottenuti grazie ai ciò. Quest’ultimo tema ha riscosso indubbiamente, con le dovute eccezioni naturalmente, il maggior successo nel pubblico e sicuramente anche nei dirigenti.

In buona fede,  penso, si mettono i ragazzi davanti al carro per ottenere il meglio, purtroppo non per i ragazzi e sottolineo che stiamo parlando di scuola, ma per il movimento scacchistico. Che con questa ottica mi si parli dei vantaggi degli scacchi per la crescita dei ragazzi mi lascia alquanto perplesso.

Ma qualcuno si è mai chiesto quante storie, anche tragiche, di insuccessi stanno dietro a tutte le storie di successi sportivi? Credo siano molte di più dei successi. Chi segue i giovani ne sa già tante  ed è solo la punta dell’iceberg. Basta pensare a quanti rimangono al circolo dopo un paio di corsi e tornei; e a quanti invece abbandonano. Per quelli che smettono, qual è stato l’impatto degli scacchi? Cosa è rimasto loro? Un’altro colpo all’ego già fragile?
A scuola questo non deve succedere. Una cosa è il talento e su base volontaria bisogna dargli quello che chiede, forza di gioco, vittorie e quant’altro. Ma quando gli scacchi sono “imposti”, per esempio a scuola, si deve considerare tutto all’infuori dell’agonismo e della ricerca di nuovi tesserati, i quali comunque arriveranno come conseguenza, ma non come scopo implicito.

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