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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    .

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    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Differenze sostanziali fra scacchi scolastici e scacchi nel circolo, che chiamo agonistici.

Tre modi di fare scacchi con i bambini: scuola, doposcuola e circoloA scuola.
A scuola gli scacchi sono imposti e richiedono una certa dose di cautela nel programma didattico, se non voglio rendere gli scacchi alla pari delle materie scolastiche.

Al circolo e al club scolastico.
I ragazzi che scelgono l’agonismo, quasi sempre per loro volontà, si dividono in due gruppi: quelli che vogliono sapere di più sugli scacchi e quelli che  credono di volerlo.
Questi ultimi arrivano all’agonismo o per compiacere i genitori o perché l’istruttore accattivante è riuscito a motivarli nel corso scolastico. Credono di voler sapere, ma man mano che passa il tempo e si accorgono della mole di lavoro che l’agonismo richiede, si allontanano di nuovo. Continuano solo quelli che vogliono e hanno bisogno di sapere.

Per gli agonisti la qualità tecnica dell’insegnamento è importante.
Per chi prosegue l’attività agonistica i concetti sviluppo dei pezzi, il valore relativo dei pezzi, l’arrocco, la tattica, la strategia e quant’altro c’è, sono importanti; anzi costituiscono l’ossatura dello sviluppo scacchistico degli agonisti. Senza queste conoscenze non si può partecipare con successo alle competizioni.

A scuola.
Negli scacchi scolastici il livello è necessariamente molto più basso, ma non solo il livello anche la pratica del gioco è di gran lunga inferiore, e questi concetti sono dettagli marginalmente influenti. Lo scopo dell’insegnamento scacchistico nella scuola è di far loro scoprire il gioco in modo personale, non dar loro la pappa gia masticata. Non sono io istruttore a decidere quale sia il loro modo individuale.

Scuola e circolo: punti di vista diversi.
Spesso nell’evolversi delle discussioni i miei interlocutori si ritrovano a riflettere sulle mie affermazioni da un’ottica agonistica e non ci capiamo, parliamo di due cose diverse.

Ovviamente conta anche l’età degli allievi.
Senza poi contare il fatto delle età dei ragazzi, cambia la sostanza delle informazioni se uno ragiona in un’ottica di scuola media con l’altro che parla di elementari. Si può anche iniziare una discussione sullo stesso piano, ma col progredire di quest’ultima ci si allontana, ognuno sulla sua posizione rendendo difficilissima la comprensione.
Quindi nel mio programma didattico per la scuola riesco a rimanere nell’ottica quasi esclusivamente scolastica; non ci sono temi o concetti importanti ma solamente indirizzi da esplorare e, nel caso i ragazzi trovino qualcosa che va loro bene, da usare.

Niente compiti a casa.
Teniamo conto che i bambini della scuola elementare dimenticano la maggior parte delle cose imparate da una settimana all’altra; e se non si esercitano a casa (compiti) dimenticano ancora più facilmente. I compiti servono a questo, ma sono “agonistici”, servono cioè a portarli più velocemente a un certo punto, ad aumentare il rendimento nella materia scolastica scacchi.
A me questo non non serve, dato che aumentano anche le differenze nella classe, rendendo gli scacchi una materia scolastica in più, cosa che voglio evitare. Gli scacchi devono essere qualcosa di diverso.

Punteggio a perdere.
Se alle prime lezioni menziono i punteggi numerici per dare un valore ai pezzi, non lo faccio come un assioma, bensì solamente per dare una direzione. So che la maggior parte di loro dopo due settimane avrà dimenticato completamente questo valore numerico, e io non lo menzionerò più, salvo che me lo chiedano esplicitamente.
Lo dimostra il fatto che dopo due anni di corso (60 ore) almeno il 60 % dei ragazzi si deve sforzare per ricordarsi il valore numerico di un pezzo. Mentre quei ragazzi che sono potenziali agonisti se li ricordano quando catturano pezzi avversari, gli altri non ci pensano.  E va ancora bene cosi.
Quando parlo di conoscenza del valore dei pezzi da parte dei ragazzi intendo l’aver scoperto – ognuno a modo suo – che non è utile scambiare un pezzo per un Pedone o una Torre per un pezz; quali pezzi hanno più possibilità di scelta per muoversi; ecc. Insomma, conoscere quali pezzi sono più forti, e, di norma, non scambiare un pezzo più forte  per uno più debole.

Niente relativismo!
Pensare di dare valori relativi lo trovo, a questi livelli, un tantino utopistico.
I bambini devono scoprire da soli con quali pezzi giocano meglio. Questi pezzi saranno per un bel po’ i pezzi più forti, i pezzi con i quali raccolgono più successi.

Non mostro loro quali pezzi siano più veloci o quali pezzi diano matto più facilmente. Primo perché il pezzo più veloce per loro è il pezzo che preferiscono; secondo perché  il matto che riconoscono sempre a prima vista è il matto affogato con il Cavallo (sono tutti matti in una sola mossa).
Ma siccome non è sempre il pezzo più forte a dare matto più facilmente, li lascio completamente liberi di dare un loro valore ai pezzi, nonostante nelle prime lezioni dia un valore di scambio ai pezzi.

La differenza sta solamente nell’importanza che do alle lezioni. Posso mettere l’accento sul valore di scambio oppure posso semplicemente trattarlo come un concetto dei tanti da usare se uno vuole oppure no, la scelta deve rimanere e rimane comunque al ragazzo.

La differenza è che negli scacchi scolastici i concetti sono meramente indirizzativi, mentre nell’agonismo sono basilari e di fatto imposti ma comunque accettati o cercati dai ragazzi.

Qui c’è una differenza sostanziale e se manca la sostanza, secondo la mia modesta opinione, allora la materia diventa agonistica.

Lo scopo degli scacchi scolastici è l’esplorazione individuale
Alcune cose e il modo in cui proponiamo certi concetti sono dettagli marginali nell’ottica scacchi scolastici, visto che lo scopo non è la forza di gioco o la perfezione riguardo agli scacchi, ma l’esplorazione individuale.

Non gli scacchi davanti ai ragazzi, ma i ragazzi prima di tutto.
Si potrebbe obiettare: che male c’è se imparano a giocare meglio prima? Posso solo dire che i ragazzi adatti al circolo (agonismo) sono una minoranza a scuola e non si deve vedere la situazione dall’ottica di questi ragazzi, che invece catturano maggiormente la nostra attenzione perché reagiscono in un modo a noi piacevole, ma si deve tenere in considerazione la maggioranza della classe.
Nel circolo i ragazzi tendono per sé agli scacchi e richiedono un altro trattamento di fondo, mentre nella scuola la maggioranza è molto ma veramente molto lontana dalla realtà agonistica del circolo di scacchi.

Influisce anche pesantemente la differenza nella pratica di gioco, ridotta a scuola, accentuata, invece, al circolo. Questo fatto viene spesso sottovalutato quando si parla di scacchi nelle scuole: non si tiene conto di tutte le differenze che ci sono e si propongono programmi che mettono, nella pratica, tutti i bambini sullo stesso piano (di solito è quello dell’agonismo).

Criticare le scelte del bambino?
Estrapolo una parte dell’ottima lezione per istruttori di Andrea Serpi, che non dovrebbe mancare nel curriculum di un istruttore, per spiegare che la critica cosiddetta costruttiva non va bene per tutti e oggi come oggi credo siano di più i ragazzi ai quali non va bene.

Le contrapposizioni [fra allievo e istruttore] spesso sorgono sul giudizio di valore. Quello che faccio io è giusto perché lo faccio io, quello che fai tu è sbagliato perché lo fai tu. E lì la risposta dell’allievo sarà negativa. La comprensione va messa sullo stesso piano, il ruolo [invece] va giocato.

(Tratto dalla dispensa preparata dal Comitato Regionale Scacchi del Friuli trascritta da un corso per istruttori del 2006 tenuto dal M. Andrea Serpi, formatore FSI;  clicca qui per scaricarla)

La citazione rende bene l’idea che non si deve trasmettere al ragazzo il concettp, ma forse ancora di più la sensazione/l’emozione che quello che faccio io è giusto perché lo faccio io e e perché sono più forte. Un comportamento simile scatenerebbe una reazione di chiusura da parte del ragazzo.
Ma la frase citata sopra lascia intendere che sia comunque sempre  l’istruttore, col suo modo di fare, a controllare l’interpretazione del ragazzo, il che credo sia vero solo in parte, nei casi ovviamente negativi.

Ma se lo stesso istruttore usasse sempre lo stesso tono di voce e la stessa strategia con bambini diversi e per quanto possibile anche nelle situazioni uguali, i bambini potrebbero interpretare  le stesse parole in modo diverso. Alcuni  proprio il messaggio che si cerca di evitare “Quello che faccio io è giusto perché lo faccio io, quello che fai tu è sbagliato perché lo fai tu”.
I bambini sono diversi e qualcuno potrebbe pensare “l’istruttore vuole il meglio per me”, mentre altri potrebbero pensare “a questo non gliene va mai bene una” oppure “questo ce l’ha con me”.

Le nostre intenzioni possono essere le migliori, ma cosa pensa o recepisce il bambino, o come interpreta il sentito dipende soprattutto e in prima linea dal ragazzo.
Per questo motivo le critiche siano esse costruttive o meno non fanno parte del minimo denominatore comune nella classe.
Le posso e devo anche usare nella lezione individuale una volta capito come interpreta i miei “consigli”, ma a scuola non è utile e nemmeno necessario, ovviamente se non guardo alla scuola tramite l’ottica dell’agonismo, che invece prevede di insistere sul modo giusto di giocare (ma giusto per chi, per gli scacchi?).

A scacchi ognuno giochi con la propria testa.

A scacchi ognuno giochi con la propria testa.

Non dobbiamo dimenticare che un programma didattico, un modo particolare, un sistema o quello che sia, che funziona per uno non funzionerà mai per tutti. Nemmeno il minimo denominatore comune funziona con tutti, ma credo non arrechi gravi danni ai più “forti” scolasticamente parlando visto che possono sbizzarrirsi giocando di più.
Un fattore importante è la non interferenza, perché da molti ragazzi ricevuta negativamente. Anche quando sottolineo delle cose positive durante il gioco dei ragazzi, posso sempre essere interpretato, per esempio, di preferire l’avversario.

Il senso spiccato di giustizia o eguaglianza dei ragazzi è leggermente diverso da quello degli adulti.

Non interferendo nelle partite e nel modo di giocare evitiamo anche di farci trasportare, senza accorgercene, da preferenze che normalmente sviluppiamo man mano che procedono i corsi.

Concludendo: il pubblico a scuola è diverso dal pubblico al circolo e i corsi nel doposcuola hanno ancora un altro tipo di ascoltatori.
Certi programmi vanno usati a scuola, altri, diversi, vanno usati al circolo e altri ancora nei doposcuola, con una diversa impostazione del ruolo dell’istruttore nelle tre diverse realtà.
È troppo difficile, almeno per me, tenere il piede in tre staffe. Quindi i miei programmi sono per i corsi in orario scolastico.

Non basta sapere che i ragazzi non sono dei piccoli adulti, la frase deve essere interiorizzata esperienziata o capita sul campo e usata di conseguenza anche in pratica. È troppo facile dimenticarsene.

Una Risposta

  1. […] Il seguito di questo articolo:  Differenze sostanziali fra scacchi scolastici e scacchi nel … […]

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