• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
    Il blog è aperto ai contributi dei ragazzi e dei loro genitori e agli interventi di altri istruttori e insegnanti.

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    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Cosa è di più? Appunti per un programma di scacchi scolastici.

SisifoCosa è di più per i bambini quando si fa scacchi a scuola?

Pratica, pratica, pratica!
La regolarità della pratica per un periodo di tempo adeguatamente lungo, come principio di base.

Poi affilare bene gli attrezzi, nel nostro caso prendere dimestichezza con i pezzi, e anche qui ci vuole un tempo adeguatamente lungo, non esistono scorciatoie. Mi spiego meglio, un artigiano per prima cosa impara a conoscere quali sono gli attrezzi che gli servono, poi impara ad usarli e solo quando li sa usare bene il maestro gli consente di metter mano sul materiale; tenendolo però sempre sott’occhio, non si sa mai. Non succede che un apprendista falegname, una volta constatato quali siano gli attrezzi, si metta subito a fare un armadio.
Il pittore prima impara tutto sui colori poi si esercita con i vari attrezzi, fa pratica e alla fine inizia a dipingere. Non credo basti comprarsi un paio di pennelli e poi mettersi all’opera, se calcoliamo quanto costa una tela poi!  Fra parentesi, le eccezioni, che pure esistono, diventeranno comunque dei grandi artisti – o dei campioni di scacchi – anche senza il nostro aiuto.

Secondo me, i ragazzi che imparano a giocare a scacchi, non quelli che vengono istruiti a giocare in un certo modo, devono per prima cosa capire e saper usare gli strumenti, vale a dire i pezzi; devono impararne il valore, non necessariamente numerico (se vogliamo possiamo dire la forza) e imparare a calcolare, ovvero a non lasciare o mettere pezzi in presa.
Imparando da soli, senza nessuno che dia un peso particolare a questi concetti basilari, non bastano 60 ore fra lezione e gioco affinché la maggioranza padroneggi gli attrezzi. Quindi in questo caso sono convinto che meno (meno teoria, meno tecnica) sia di più.

In questo modo i ragazzi imparano veramente a prendere decisioni loro e anche a prendersi la responsabilità  delle loro decisioni e a seguirle fino alla conferma oppure a rivalutare e ridefinire le decisioni prese e cambiarle quando parrà loro necessario.
Sembra ovvio e banale ma spesso non è cosi.
I ragazzi imparano a prendere le loro decisioni e ad assumersi le loro responsabilità solamente se non succede loro niente di spiacevole quando sbagliano.
Se sbagliano in partita, a questi livelli non hanno neppure bisogno di una scusa per giustificare la sconfitta e non pensano alle decisioni e alle responsabilità; non succede niente di veramente spiacevole, a patto che non perdano sempre ovviamente. La vittoria e sì importante, ma le sconfitte non influiscono più di tanto, almeno cosi mi sembra nelle classi dove insegno.

 

Il pericolo di interferire nelle decisioni del bambino.

Interferenza nelle decisioni del bambino?

Ora a scuola o anche nell’agonismo (non solo scacchi) i ragazzi vengono istruiti a fare certe cose in un determinato modo e in un determinato tempo e di rado hanno spazio per prendere delle decisioni autonome senza incorrere nel rischio di  prendere una decisione “non idonea” per chi osserva.
Una parentesi per definire meglio il concetto. Mia figlia quest’anno ha frequentato la prima classe, e visto che gioca a scacchi😉 non ha problemi a scuola ed è abbastanza sicura di sé, ma quando la maestra la guarda, fa le cose a modo della scuola (come è richiesto loro di fare) mentre quando la maestra non è nelle vicinanze fa a modo suo😉.
Purtroppo per i ragazzi, negli scacchi è più facile coglierli con le mani nel sacco, non occorre continuare a guardarli. E quando la loro decisione è contestata dall’istruttore perché errata – e non fa molta differenza nemmeno se si usa un modo, come dire, morbido di richiamarli (“costruttivo” per me non lo è quasi mai anche se si è convinti che esista) – sentono l’intervento dell’istruttore come un’intromissione nella loro decisione. Come dire “interferisci nelle mie decisioni”?

Un esempio può essere l’arrocco. I miei allievi di terza continuano a non usarlo e non succede niente; continueranno a non usarlo fino a quando non cambieranno la loro decisione, ma è la loro responsabilità. Quando sentiranno i vantaggi dell’arrocco lo useranno, ma deve essere una loro decisione e io devo rafforzare questa loro libertà di giocare come vogliono. Mica devo far loro vincere un torneo. Credo che quando padroneggeranno bene gli strumenti inizieranno ad intuire anche altre cose.
Visto che i ragazzi di questa età non imparano dagli errori, ma dai successi è bene che giochino, scoprano i piccoli segreti degli scacchi da soli e che rafforzino l’autostima prendendo decisioni e responsabilità autonomamente. E sapere che la loro decisione va bene è molto importante anche quando si tratta di decisioni sbagliate: saranno comunque istruttive e entreranno a far parte della loro esperienza.
Nel senso che va bene per loro. Man mano che scoprono che sanno e possono fare a modo loro (questo spesso non è cosi nemmeno nella vita quotidiana) osano sempre di più e vengono rafforzati come persona. E con la sicurezza diventano anche sempre più curiosi di scoprire di più sugli scacchi (e questo vale anche negli altri campi o materie).

Quando avranno imparato ad usare bene gli attrezzi saranno pronti per essere nuovamente impercepibilmente diretti verso nuove frontiere. Mostreremo loro una torre panoramica dove una volta saliti avranno un nuovo panorama da esplorare. Diamo loro qualche direzione e li lasciamo liberi di esplorarle o meno. Se ne diamo troppe ci sarà l’imbarazzo della scelta e per molti è motivo per non andare da nessuna parte.

Credo che gli scacchi non si possano insegnare o imparare solamente, ma debbano essere “esperienziati” da ognuno a modo suo personale, per essere efficaci. Non si tratta di tecnica ma di effetto.

Minimo comun denominatore
Nei gruppi non esiste la lezione a carattere individuale e nemmeno lontanamente posso soddisfare le esigenze di tutti, quindi devo trovare il minimo denominatore comune, a qualsiasi livello siano, proporlo e lasciare al gioco degli scacchi il compito di fare il resto. Sempre impercepibilmente diretti, non inteso come manipolazione ma come direzione e quasi sempre in gruppo, visto che lo voglio mantenere.

Si gioca tutta l’ora di “lezione”.
Gli scacchi nelle mie classi sono materia obbligatoria. I bambini non hanno scelta, devono giocare per forza. Per capire se giocano volentieri o meno inserisco, dopo un periodo iniziale, delle ore intere di solo gioco.
All’inizio pochi reggono tutto il tempo, i primi gia dopo nemmeno mezz’ora richiedono una pausa (possono farlo, non succede niente) e la maggioranza non ne può più dopo 40 minuti. Sono messi in conto anche quelli che fanno finta di giocare.

Metto anche in conto che gli scacchi richiedono concentrazione, attenzione e riflessione, a qualsiasi livello di gioco. Per i ragazzi “normali” è molto faticoso e in alcuni crea anche malessere fisico, soprattutto agli inizi. Una volta allenati in “C.A.R.” il conto torna meglio.

Dopo due anni (circa 60 ore) nelle ore intere di gioco non vengono richieste pause e due o tre sfruttano gli ultimi 10 minuti di gioco libero che ci sono in tutte le lezioni, per giocare come vogliono, con le loro regole , a volte con le partite ridotte con le regole degli scacchi e a volte le proprie regole anzichè quelle degli scacchi. Grazie a questo sono abbastanza sicuro di arrivare in quinta con il gruppo compatto.

Magari riuscirò a unire le due classi, quando saranno in quinta e proporre con successo due ore di gioco senza molte richieste di pausa. Credo anche che tutti, su due non sono sicuro, vorrebbero continuare a giocare anche nelle medie, a scuola, ovviamente.

Quanti andranno al circolo dopo la quinta è ancora difficile da dirsi: al momento sono in sette a partecipare ai tornei giovanili. Probabilmente qualche ragazza si aggiungerà al gruppo, ma si arrangiano loro e i genitori, io non menziono mai di mia iniziativa i tornei. Rispondo però alle domande ad essi relative, come sempre su richiesta. 

8 Risposte

  1. «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti»
    Bernardo di Chartres, XII secolo

    Carissimo Alex ho aspettato un po’ prima di lasciare questo commento, perché non vorrei che tu lo prendessi come un appunto polemico: io comprendo benissimo la validità del tuo approccio coi bambini di scuola, e finchè posso cerco di imitarti…
    Però – e veniamo alla citazione di sopra – il nostro compito è spesso quello di caricarci metaforicamente i bambini sulle spalle e fargli vedere un panorama che difficilmente potrebbero ammirare senza il nostro aiuto!
    Il nostro compito è essenzialmente questo quello di fornire spunti forti del nostro sapere e delle nostre esperienze pedagogiche: dobbiamo guidarli e orientarli nel gioco e quindi lasciarli liberi di scoprire quello che vogliono sia seguendo i principi che – perché no – trasgredendoli.
    Prendiamo l’esempio dell’arrocco: a noi interessa soprattutto che loro abbiano compreso bene le regole (una volta persino Korchnoj chiese all’arbitro se poteva arroccare con la torre sotto attacco!) e non il concetto di valore strategico dell’arrocco, che confesso anche giocatori di 1^ nazionale non hanno compreso appieno…
    Però se ci chiedono a cosa serve l’arrocco, e talvolta anche se in circostanze adatte ci dicono “Non so cosa fare” allora possiamo in maniera non dogmatica dare qualche spiegazione più approfondita: il Re sta più al sicuro dietro i pedoni; con l’arrocco mettiamo in gioco anche la Torre; togliere il Re dal centro consente una disposizione più armoniosa di tutti gli altri pezzi… eccetera.

    La tua esperienza scolastica non ha quasi paragoni in Italia, nel senso che gli scacchi non sono mai una materia obbligatoria (a meno che tu non intenda che sia sufficiente procedere nelle ore curricolari con tutta la classe), pertanto lasciare ai bambini solo la pratica di gioco senza alcuna “interferenza” seppure sia un ipotesi affascinante rischia di ridimensionare parecchio il nostro ruolo di istruttori…

    Relativamente invece al senso critico e allo sviluppo della capacità di riflettere autonomamente sono pienamente daccordo con te: ma la capacità di scelta dei bambini può essere favorita anche in presenza di varie alternative indicate dall’istruttore!

    Fammi sapere cosa ne pensi!

  2. Gli scacchi sono, per me, imposti quando tutti devono per forza cimentarsi con essi. Con la minor intromissione possibile cerco di attenuare leggermente questa imposizione. Gli scacchi, nelle mie scuole, non sono “materia” obbligatoria, nel senso stretto, ma sono comunque un obbligo per tutta la classe durante l’orario scolastico principale.
    Fino ad alcuni anni fa ero convinto che gli scacchi dovessero divenire materia scolastica. Adesso sono giunto alla conclusione che negli scacchi come materia scolastica ci sono molti svantaggi e pochi vantaggi. Credo che il problema di fondo sia proprio il rendimento o il voler controllare quanto abbiano compreso oppure la competenza, “forza di gioco” nel nostro caso, raggiunta.
    Ora non c’è nulla di sbagliato nel voler migliorare la forza di gioco dei bambini, ma solamente a coloro che sono adatti e che lo richiedono, non nel senso che lo richiedono a voce, ma sulla base delle loro capacità o talenti. A mio parere possiamo equiparare gli scacchi alle materie scolastiche che pongono l’accento appunto sulla “forza di gioco” e questo credo sia un nodo fondamentale nei problemi che accompagnano l’insegnamento in generale. Non importa quale materia insegniamo, è un fatto che la maestria specifica è appannaggio di pochi. Mi spiego, in una classe ci saranno uno o due talenti “allround”, che per i svariati motivi sono bravi in tutte le materie, due o tre saranno bravi in materie specifiche e la maggioranza naviga fra la media oppure scarsino in tutte le materie. Magari non hanno ancora trovato la materia giusta dove possono eccellere. Ora se confrontiamo le materie con gli scacchi possiamo, dagli scacchi, dedurre che il rendimento necessario ad una minoranza è sfavorevole alla maggioranza. Non intendo che il miglioramento del gioco della classe intera, non di singoli bambini, sia da evitare, anzi più il gruppo migliora il proprio gioco meglio è. Il miglioramento dovrebbe però uscire dalla loro pratica ed esplorazione delle possibilità nel gioco. Quale potrebbe essere lo scopo o la motivazione nel catalizzare un miglioramento più veloce, nel senso di più concetti, senza tener conto che la maggior parte della classe o non recepisce o si sente sopraffatta? È quest’ultimo il nodo centrale. Il metodo deve essere a misura dei più deboli. Per gli altri la pratica dovrebbe essere, al momento, ancora abbastanza. Ce ne vuole di pratica prima che da un corso base escano bambini che non mettono pezzi in presa, e ci vuole ancora del tempo per essere in grado di capire ma sopratutto assumere o accettare concetti strategici non esperienziati sul campo, ma suggeriti dal istruttore. Molti non accettano il suggerimento, non lo trasmettono sulla scacchiera, però sono in grado di ripeterlo a richiesta. Una buona memoria? Probabilmente si. Proponendo poco materiale rallento sicuramente i più talentati, che credo trovano comunque abbastanza spunti, ma non faccio “danni”. Se però propongo troppo materiale sovraccarico i non “volontari” e difficilmente collaborano per 4 anni. Lo scopo è raggiungerli tutti, e mantenerli, fino alla fine del progetto. La forza di gioco mi sembra più un desiderio nostro che una necessità per i bambini. La forza di gioco non ha ne negatività ne positività intrinseca quindi quale dovrebbe essere la motivazione per imporla? Nel singolo contesto va benissimo, dopo un po’ sappiano come reagisce il bambino specifico, ma nel gruppo troppe sono le particolarità da considerare ed è molto facile sbagliare l’analisi della posizione del gruppo.
    Quello che voglio dimostrare con gli scacchi scolastici proposti nel mio metodo, è che si può raggiungere una competenza, quanto basta per loro, anche senza dare loro “suggerimenti” su come migliorare le prestazioni e senza farli andare più a fondo subito dall’inizio. Sono convinto che si raggiunga cosi, positivamente, un numero maggiore di bambini. Il traguardo non è migliorare il loro gioco, ma le loro doti. Nessuno dice loro (da piccoli) come camminare meglio o come imparare meglio a parlare, imparano da soli emulando gli adulti. Non hanno bisogno di consigli, che spesso non vengono nemmeno presi in considerazione, anzi spesso fanno l’opposto. Ora è anche vero, almeno in parte, che i bambini stimolati imparano prima soprattutto nel parlare. Ma anche qui l’effetto dello stimolo è soprattutto individuale e in ambito familiare, come le lezioni individuali. Lo stimolo principale per una buona dialettica (competenza linguistica) nel bambino è la lettura da parte dei genitori, quando sono piccoli. Leggendo spesso, in prima persona (una voce conosciuta) li stimoliamo a voler leggere e assumono un linguaggio simile a quello che leggiamo, si ricordano le parole e man mano le usano anche correttamente. Stimola anche la voglia di scrivere il leggere e il raccontare storielle, anche inventate li per li, a casa da parte dei genitori.
    Non è che li lascio li senza stimoli, al momento opportuno propongo un nuovo stimolo. Un interferenza nel loro gioco, anche se potrebbe migliorare il gioco ed anche se si rivela utile al gioco, non è equiparabile agli stimoli. Lo stimolo deve essere disinteressato o almeno cosi deve essere interpretato dal bambino, chi ha bambini sa cosa intendo, altrimenti non funziona, non viene accolto. In classe cerco di tener da conto che mi trovo davanti ad un gruppo e che nel gruppo un certo stimolo può andare bene per uno ed essere controproducente per un altro. Per non correre troppi rischi propongo nuovi stimoli più o meno disinteressati, ad intervalli più o meno regolari, solamente quando mi sembra il tempo giusto. Soprattutto per questo motivo il mio metodo richiede un tempo di attuazione più lungo. Questo è voluto di proposito.

    L’interferenza:

    Cosa vuol dire non interferire e cosa è un consiglio o una regola necessaria ? Dove sta il confine fra i due concetti? Spesso sta nell’interpretazione da parte del istruttore definire cosa è necessario e cosa non lo è. Dipende poi dall’ottica dell’istruttore, sugli scopi dell’insegnamento, come mette in pratica i concetti. Più l’istruttore si vede in un’ottica agonistica, più darà peso al miglioramento del gioco del ragazzo. Mentre se è più indirizzato sulla persona del bambino darà meno peso al miglioramento del gioco e considererà maggiormente l’influenza degli scacchi sul modo di agire e confrontarsi dei bambini.
    Ora spesso agiamo in base ad automatismi consolidati, molte volte inconsci, e non riflettiamo su cosa stiamo facendo e soprattutto su quali siano le reazioni di tutta la classe, non solamente quelle dei talenti.
    A questo si aggiungono anche fattori che “vogliamo” vedere in un certo modo, dal punto di vista del adulto, che non equivale necessariamente al punto di vista del bambino.
    Voglio dire che è molto difficile da stabilire dove interferiamo e dove diamo un suggerimento valido, rimanendo nell’ottica scolastica del bambino. I suggerimenti validi per l’agonismo non necessariamente sono anche validi per la classe e spesso anche il contrario.
    Visto che i bambini imparano dai successi, credo sia meglio, per andare sul sicuro, interferire il meno possibile. Non solo in teoria ma anche in pratica.

    L’arrocco:

    Quando tratto l’arrocco menziono ovviamente che il Re sta più al sicuro dietro i pedoni. Leggermente diversa è la situazione con “con l’arrocco mettiamo in gioco anche la Torre” dove capita a volte che i più coraggiosi ti dicono che loro mettono in gioco la Torre più velocemente tramite per esempio a4 e Ta3. Non posso dare loro torto, dall’ottica dei bambini, è più efficace portare la Torre subito in combattimento. Questa strategia, naturalmente riferita alla fase di gioco nella quale si trova il gruppo, porta effettivamente spesso al successo e man mano che gli avversari trovano una soluzione contro questa strategia “poco corretta” il bambino abbandona da sé a4 e Ta3 per fare un esempio. Anche se dicessi loro (già sperimentato) che gli Alfieri possono impedire l’uscita della Torre, il consiglio raramente viene preso in considerazione. Non è neppure sbagliato visto che poi la Torre diventa un ottimo bersaglio.
    Se do più peso al arrocco tolgo ai bambini la possibilità di scoprire in autonomia il perché sia meglio portare altrimenti la Torre in gioco. Ci vorrà molto tempo, tempo che gli agonisti hanno prima nel senso che giocano di più, prima che si convincano che la Torre dopo l’arrocco sia meglio. Nella fase di gioco nella quale si trovano, la Torre in f1 non è meglio della Torre in a1 e anche se tentassi con partite od esempi di sottolineare il fatto che le Torri sulle linee centrali siano più forti, il suggerimento non raggiunge molti ragazzi, ci sono troppi concetti e sequenze da considerare. Questi concetti strategici esulano dalle loro competenze. In più per accettare il fatto che in realtà non è cosi hanno bisogno di conoscenze superiori, altrimenti è solamente automatismo. Si eseguono delle mosse perché sono state “suggerite più o meno”, e non scaturite dal proprio livello di comprensione. Invece la menzione “togliere il Re dal centro consente una disposizione più armoniosa di tutti gli altri pezzi” è gia un interferimento sul modo di giocare più obbligante. Un disposizione più armoniosa è gia strategia e non è chiaro se la percepiscono a questo livello. Se non la percepiscono, credo siano in maggioranza coloro che non sanno che farsene, allora giocano o senza nessuno scopo (come è di solito in questa fase di gioco) oppure giocano a portare fuori i pezzi senza consapevolezza di quello che fanno, visto che ripetono quello che abbiamo suggerito. Posso anche sbagliare, ma dopo il secondo anno di corso e esclusi due o tre bambini, giocano una via di mezzo fra giocare con i pedoni e con un pezzo per volta (finche non è catturato) e il cercare di portare in gioco più pezzi. Nel progetto principale di Brunico ho menzionato verso la fine del primo anno una linea generale sul come iniziare una partita e gli scopi iniziali. Il risultato è stato che quasi nessuno abbia tentato, per più di due tre mosse, di seguire queste linee generali e dopo qualche settimana nessuno ci ha più pensato. Sono abbastanza sicuro che con l’aumentare della pratica ci arriveranno da soli, anche se non allo stesso livello di gioco dei bambini istruiti più agonisticamente. Credo che qualsiasi suggerimento, per migliorare il gioco, tolga qualcosa alla propria sperimentazione, creatività e autostima. Devono trovare la loro strada verso il loro gioco e non quello che crediamo noi sia il loro gioco o quello che crediamo sia meglio per loro…

    «lasciare ai bambini solo la pratica di gioco senza alcuna “interferenza” seppure sia un’ipotesi affascinante rischia di ridimensionare parecchio il nostro ruolo di istruttori…»

    Credo che l’effetto di ridimensionare il ruolo del istruttore valga dal punto di vista agonistico, ma nell’ambito scolastico sia piuttosto una valorizzazione del ruolo. È più facile “interferire” al “non interferire”. La non interferenza richiede un maggiore autocontrollo per un istruttore soprattutto, quando vuole trasmettere quello che sa per migliorare il loro gioco. Resta da vedere, confermare o negare in quale misura o ottica sia utile o necessario interferire.

    Mi piacerebbe sperimentare con una classe a proporre solamente il movimento dei pezzi e la cattura del Re o lo scacco matto. Dare subito all’inizio la scacchiera e tutti i pezzi e farli giocare da subito. All’inizio eventualmente con le loro regole, c’è sempre qualcuno che ne sa già un paio, e a richiesta spiegare al singolo il movimento del pezzo richiesto. Rimanere poi a disposizione per eventuali domande. Giocare con chi vuole giocare con me e nient’altro. Ovviamente cerco di giocare al meglio o quasi.
    Un esperimento simile è stato fatto a Satka in Russia, dove alcune insegnanti hanno imparato a giocare a scacchi insieme ai bambini. I risultati furono negativi, nel senso che non c’era nessun aumento del rendimento nei bambini, cioè, non serve a niente il solo gioco…, fu la conclusione finale. Dopo un sopraluogo sul posto si scopri però che gli insegnanti non hanno ricevuto nessuna istruzione specifica riguardo all’insegnamento degli scacchi.

  3. Come sempre Alex i tuoi argomenti sono vasti e profondi! Probabilmente il mio diverso approccio è legato al triplo ruolo che svolgo: istruttore a scuola, istruttore al Centro di avviamento allo sport e – last but not least – formatore di istruttori di base…
    Nel primo ruolo, come ti ho spesso ripetuto, sposo in pieno i tuoi presupposti pedagogici e le mie lezioni (molto apprezzate anche dalle maestre!) sono improntate ad una interdiciplinarità che spazia dalla logica, alla geografia, alla matematica, all’Italiano, alla storia sino all’educazione motoria!
    Già dai primi incontri coinvolgo tutti i bambini nelle lezioni, facendoli venire a turno ad eseguire le mosse sulla scacchiera ideografica murale che è stata concepita apposta per questo: la scacchiera è di dimensioni di poco maggiori di una scacchiera da torneo e quindi facilmente posizionabile sulla cattedra o su un banco e sorretta dalla lavagna di classe; quando chiedo ai bambini come muove un pezzo gli consegno un’immagine magnetica raffigurante un’impronta di piede che loro devono posizionare nel percorso del pezzo in esame; se talvolta uno sbagliasse non segue alcuna critica, ma si passa al prossimo che trova modo di segnalare una mossa giusta.
    Quando ho la fortuna di iniziare già nella prima elementare non ho alcuna fretta di elevare il loro livello di gioco o la loro competenza strategica (spero di non aver dato questa impressione coi miei interventi…), ma il mio imperativo è appassionare i bambini inventando sempre giochi nuovi! Il risultato è che sono accolto dai bambini come un “papa” e molto raramente registro qualcuno con poco interesse per l’ora settimanale di scacchi.

    Gli scacchi come materia scolastica.
    Per quanto detto sono quindi del parere che gli scacchi sarebbero un’ottima materia scolastica di raccordo con tutte le altre: uno strumento pedagogico senza uguali per disciplinare i bambini verso una più consapevole attenzione, memoria e visualizzazione (solo per fare alcuni esempi!).
    Il senso dei miei interventi andava in questa direzione.

    Posterò presto un altro commento!

  4. Vantaggi degli scacchi a scuola!

    Come ampiamente documentato anche nell’introduzione del tuo immancabile Manuale per insegnanti molte ricerche mondiali hanno registrato delle evidenze sull’aumento di alcune capacità cognitive nei bambini che hanno fatto scacchi a scuola: mi sto adoperando per condurre uno studio anche a Sassari, cercando di fare attenzione ai criteri scientifici della ricerca, ma i miei dati “empirici” mi hanno persuaso che davvero i nostri corsi diano una marcia in più ai bambini!
    Una delle ipotesi di lavoro più affascinanti – lo scopersi esattamente dal tuo libro! – è l’aumentata capacità di lettura: e proprio questa evidenza cercherò di testare nel prossimo anno scolastico, grazie ad una sinergia che coivolgerà Comune, Provincia ed Università di Sassari.
    Per quanto riguarda il non interferire mi piacerebbe rivolgerti ancora una domanda che investe la pedagogia da qualche secolo (almeno da Russeau in poi…): se sia meglio lasciar fare il suo corso alla natura o se sia meglio invece far intervenire la cultura nell’educazione dei bambini? Non si corre in una classe lasciata alle proprie dinamiche “istintive” che proprio i più dotati spicchino nettamente sui più lenti (ognuno ha un proprio ritmo di apprendimento), diventando così nel bene e nel male i leader e i modelli per tutti gli altri, quando questo ruolo potrebbe essere svolto con molta più consapevolezza e lungimiranza dall’educatore?
    Concludo spezzando ancora una volta una lancia a favore del gioco: recentemente ho incontrato un validissimo istruttore che si diceva molto contrario all’utilizzo delle varianti eterodosse degli scacchi con i bambini… Io, coi ragazzi che seguo al circolo, invece sono molto favorevole che loro si divertano come vogliono quando hanno fatto un’ora di lezione ed abbiano voglia di un diversivo che li “disimpegni”…
    Ti ringrazio ancora per le tue risposte, a presto!

  5. “Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno”
    Karl Krauss

    Quando ho iniziato a giocare a scacchi (1973) al circolo di Bari, l’offesa più grande che gli scacchisti, tutti degli esperti veterani con ore ed ore di gioco pratico, potevano rivolgere ad un giovane inesperto era: “Quello è tutta teoria!” Il loro sentimento era chiaro: solo la Santa Pratica aiuta il giocatore a maturare (“a prendere decisioni”).
    Ahimè, era molto doloroso per me annunciare loro, alla fine di una partita: “Matto,matto, Le ho dato scacco matto!”….

  6. Per gli scacchi, ma probabilmente questo può andare bene anche per le altre materie, se in una classe, lasciata alle proprie dinamiche “istintive”, spiccano i più dotati nel gioco o nelle materie non sono automaticamente visti come modello e men che meno come leader, ricordiamoci dei “secchioni” e come spesso vengono trattati. Ci vuole qualcosa di più. I bambini hanno “ancora” un particolare senso di giustizia e una propria opinione su cosa è bene o male. I leader non si distinguono di norma per essere i più bravi, ma soprattutto per come trattano gli altri. Gli educatori vorrebbero che i migliori fossero sempre i modelli o leader. Comunque in ogni caso “il timone” resta sempre in mano agli educatori, sia nel corso naturale che quello se vogliamo più “guidato” L’educatore rimane sempre, durante le lezioni, il punto di riferimento dei bambini. Nel tempo libero o quando l’educatore non c’è allora intervengono i meccanismi del gruppo con le rispettive gerarchie.
    Gli educatori hanno comunque uno scopo anche personale, di solito quello di trasmettere più conoscenze possibili ai bambini. Questo implica renderli omogenei che a sua volta implica togliere loro individualità. Immagina di essere in una classe di 20 bambini, che non sono ancora omogeneizzati, e invece di un bambino che non si accontenta della tua versione e ti fa domande del tipo “ma…se…perché cosi e non cosa ecc. ecc. per le quali impieghi minimo 5 minuti per rispondergli, magari ti fa anche perdere il filo, ne hai 10 che non si contentano della risposta classica. Il programma preparato va a farsi benedire, sei necessariamente tenuto a rispondere continuamente alle domande.
    Riguardo al circolo sono pienamente d’accordo con te, ovviamente dopo un’ora di lezione,
    altrimenti si perdono quelli che vogliono imparare😉.

  7. In effetti non nascondo che a volte la difficoltà di insegnamento nasce soprattutto dalla capacità di attenzione dei bambini: quando è molto scarsa bisogna davvero inventarsi di tutto per catturarla, ma quando è al massimo allora si moltiplicano gli interventi dettati dalla curiosità…
    Nel primo caso in genere li stupisco con un gioco nuovo, o con una piccola variazione, ma non tiro mai troppo la corda e limito la lezione teorica a 15 o 20 minuti, quindi li faccio giocare.
    Nel secondo caso sperimento talvolta una sorta di “brain storming” che può essere anche molto divertente: chiedendo ai bambini cosa sono gli scacchi per loro, cosa hanno imparato dalle lezioni precedenti, cosa è cambiato nella loro vita da quando giocano a scacchi… insomma quando le lezioni sono interattive ho notato che sono molto coivolti e non danno segni di “insofferenza”.

  8. […] con Alex Wild che l’agonismo possa essere molto negativo per la crescita emotiva dei bambini (vi invito a leggere in proposito questo scambio di idee). Lo stress conseguente alla competizione ed alla ricerca della performance può giocare brutti […]

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