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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    - 2008
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    .

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    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Scacco matto!

Combinazioni di matto! 
Ci sono molte definizioni per il termine “combinazione” di scacchi, ma la mia personale accezione è quasi etimologica: e cioè la combinazione di più temi o minacce in un’unica sequenza di mosse. Infatti essa è distinta dal tatticismo (o “petite combination” secondo la definizione di Capablanca), in cui invece è sufficiente un solo tema per acquisire il vantaggio e il più delle volte non è necessario alcun sacrificio, che secondo la maggior parte degli autori è ciò che caratterizza invece la combinazione.

Qualche anno fa iniziai a inventare delle definizioni per alcuni “quadri di matto”, sulla scorta di quelli più famosi come “Matto del barbiere” o del “corridoio”, perché mi pareva che fosse più facile tenerli a mente una volta che li si potesse associare ad un nome. Così ne inventai – senza esagerazione – qualche migliaio e mi accorsi di essere entrato in una “miniera” inesauribile.

Molti scacchisti “puristi” storsero un po’ il naso, mi dissero “Passi per matto affogato, che è universalmente riconosciuto, ma non puoi definire arbitrariamente un tema di matto”; semplicemente l’ho fatto! Non solo ma il passo successivo fu di “incorniciarli” a futura memoria dei miei bambini nelle carte di scacchi.

Per chi ama la classificazione storica dei motivi di matto posso segnalare il bellissimo libro di Pierluigi Beggi “Impariamo a dare matto”, che contiene una panoramica sui quadri di matto più famosi; oppure l’ottimo libro di Alex Wild “I matti” che ne contiene in gran numero senza alcun intento classificatorio.

Quest’anno invece sperimenterò un ulteriore gradino del mio metodo: la combinazione delle definizioni di matto! L’idea è semplicissima, poiché le definizioni hanno un senso (oltre all’evocazione della fantasia) che è prettamente scacchistico: per esempio i matti che sono resi possibili da una inchiodatura li ho chiamati “Matto del falegname”

Matto del falegname

Matto del falegname

il matto in cui la  Donna è a stretto contatto col Re avversario l’ho chiamato “Matto della nonna”

Matto della nonna

Matto della nonna

ora un matto in cui la Donna che dà matto al Re non può essere catturata a causa di una inchiodatura lo chiamerò “Matto della nonna del falegname” 

Matto della nonna del falegname

Matto della nonna del falegname

In pratica in questo modo si vengono a creare delle vere e proprie storielle, il che è di ulteriore stimolo per la memoria dei bambini.

Altro esempio: questo matto l’ho chiamato “Matto dell’Indiano” perché pare che l’Alfiere lanci una freccia al Re avversario 

Matto dell'Indiano

Matto dell'Indiano

quest’altro matto potrà allora chiamarsi “Matto del falegname indiano” 

Matto del falegname Indiano

Matto del falegname Indiano

Naturalmente le permutazioni combinatorie sono tendenti all’infinito, così i possibili quadri di matto degli scacchi, ciò nonostante i bambini sono stimolati a crearsi il proprio sistema euristico di riconoscimento e potranno esserne avvantaggiati.

 

Gli schemi ricorrenti.
Uno dei contributi più attesi al Convegno di Torino “Gli scacchi: un gioco per crescere” dello scorso febbraio, era quello di Fernand Gobet, sul ruolo cognitivo che possono avere gli scacchi a scuola. Dalla sua relazione emergeva chiaramente che la pratica era molto più importante del talento per raggiungere la maestria a scacchi (e non solo a scacchi), e che sostanzialmente la differenza tra esperto e novizio è puramente una questione di dinamicità o plasticità mentale nell’organizzare la propria memoria in blocchi (chunks) di alcuni motivi o schemi ricorrenti (patterns): il maestro è solo più abile e più veloce nel riconoscere questi schemi o di ripescarli dalla propria esperienza, mentre il dilettante è più lento e possiede in genere meno schemi di riferimento.

Per lo stesso motivo io ritengo che le mie carte scacchistiche possano svolgere un gran ruolo sulla capacità dei bambini di migliorare sia la memoria che l’immaginazione (senza alcuna particolare spinta agonistica nell’insegnamento) e le ho adottate da qualche anno nella mia didattica a scuola.

Le illustrazioni dei matti (semplici diagrammi che vanno dal matto in una mossa fino ad un massimo di 4 mosse per i bambini più bravi) grazie al loro nome vengono memorizzati più facilmente e spesso i bambini mi chiamano quando ne hanno eseguito qualcuno sulla scacchiera. Inoltre io non svelo mai la soluzione e gli raccomando di cercarla con calma, fornendogli in questo modo degli esercizi di visualizzazione per casa: per loro è un piacere perché piace collezionarle e perfino scambiarsele.

12 Risposte

  1. Se gli dai il pesce pronto…. lo sazierai per un giorno…
    Se gli insegni a pescare……. lo sazierai per la vita!

    SEBASTIANO
    Tu non insegni a giocare a scacchi…….
    Tu gli insegni ad imparare !
    “INSEGNARE AD IMPARARE” è un apprendimento metacognitivo che aiuta a formare categorie mentali che servono ad imparare oggi gli scacchi , domani quant’altro sapremo adattare al metodo associativo.
    Io sono davvero fiera di esserti amica e ti ammiro molto molto!
    Sei grande!
    Carmelita

    • Grazie Carmelita!
      Da buona maestra hai colto il nocciolo del mio metodo, che non è orientato solo agli scacchi ma ad un atteggiamento mentale più globale.
      Infatti con i bambini di prima e seconda elementare prevalgono i giochi di memoria e di associazione, affinchè possano subito sfruttare le “nuove” sinapsi nelle materie scolastiche.
      Ecco perchè la nostra ammirazione è reciproca: tu hai – indipendentemente da me – sviluppato lo stesso approccio didattico.

  2. Voglio proprio imparare gli schemi di cui parli… mi sa che mi intrufolerò fra i tuoi alunni, io per ora vado ad istinto, sviluppo improvvisando.
    E’ un po’ come con la musica;
    una volta iniziato un tema, ne sviluppo la struttura nella maniera più armonica possibile. Sviluppando una certa successione di note, so che si formerà una “successione armonica” che mii porterà ad una “data” conclusione del tema.
    Ma ripensandoci sarebbe meglio conoscere già uno spartito e iniziare ben sapendo quali saranno i possibili sviluppi… come quando un brano lo conosci e lo hai già memorizzato, fatichi meno nell’eseguirlo, “godi” nell’esecuzione e puoi esprimerlo al meglio correggendo le eventuali variazioni che spesso si incontrano.
    L’ultimo libro che ho letto è stato scritto da Averbach&Bejlin
    mi è stato consigliato dal mio primo Maestro Paolo Racioppo autore de: L’albero degli scacchi.
    Per concludere per me hai avuto un’idea eccezionale, posso essere tuo allievo?

    • Caro Raniero sei sempre il benvenuto al nostro circolo!
      I legami tra scacchi e musica sono stati messi in risalto spesso, ma nell’analogia che proponi tu manca un elemento essenziale: nella musica, specie quella “solista”, non c’è contraddittorio, cioè qualcuno che tende al risultato opposto dal tuo; negli scacchi questo è il primo elemento da prendere in considerazione.
      Lo sviluppo di un tema musicale può essere legato all’estro dell’artista, ma quello scacchistico è il frutto di una contesa “dialettica” in cui si confrontano gli “argomenti” e pertanto il giocatore deve rivedere continuamente il proprio piano…
      Gli schemi non possono mai essere esaustivi, ma aiutano a costruire una mappa mentale che ci eviti di mettere il piede in fallo (o almeno di non commettere nuovamente gli stessi errori di percorso).

  3. “la differenza tra esperto e novizio è puramente una questione di dinamicità o plasticità mentale nell’organizzare la propria memoria in blocchi (chunks) di alcuni motivi o schemi ricorrenti (patterns): il maestro è solo più abile e più veloce nel riconoscere questi schemi o di ripescarli dalla propria esperienza, mentre il dilettante è più lento e possiede in genere meno schemi di riferimento.”
    Questa è la teoria espressa da Hans Berliner in “Il Sistema”.Attenzione, però: gli schemi non si imparano con la pratica, ma con un insegnamento efficace, capace di infondere (come in una tabula rasa) un modo di pensare efficace e corretto.

    • Sono daccordo!
      Poi quando si insegna ai bambini (anche di 6 o 7 anni!) è importante che gli schemi non siano astratti, ma concreti ed associati ad un’immagine semplice e ben familiare…
      In questo modo la loro memoria avrà qualcosa su cui fare leva nel procedimento di riconoscimento. La pratica invece serve per creare una rete di situazioni ricorrenti che i bambini possano confrontare con le conoscenze acquisite.
      Ti faccio un esempio: molti quadri di matto differiscono per piccolissimi particolari e pertanto ho assegnato loro lo stesso nome, eppure i bambini riconoscono subito che la “carta” corrispondente è diversa e non la scambiano per un altra!
      Mi pare che questo confermi che il loro atteggiamento non sia acritico o passivo, ma rispondente alle circostanze date.

  4. io parlo da alievo di sebastiano, uno dei primi, e secondo me è tra i migliori in italia perchè non solo mi ha insegnato a giocare bene a scacchi, ma mi ha fatto venire la passione di giocare e la voglia di insegnare, per questo mi piacerebbe seguirele sue orme e diventare istruttore.
    gazie

  5. ps: raniero il libro di cui parli è forse lezioni di scacchi? io l’ho letto molto bello

  6. Sono pienamente d’accordo a metà col Mister
    (Luigi Garzya, difensore del Lecce)

    Sono convinto che le carte abbiano una grandissima presa fra i bambini e le bambine.
    Mettere posizioni di scaccomatto su di esse è senz’altro un modo per farli familiarizzare con queste posizioni, perché le guarderanno molte volte e con emozioni positive. Due elementi, ripetizione ed emozione, che aiutano l’apprendimento.

    Quello che non mi convince è l’associazione predefinita con una descrizione (fantasiosa) di ogni matto. Questo, secondo me, toglie forza all’iniziativa, perché:
    1) impone l’associazione fra posizione scacchistica e sua nominalizzazione scelta dall’istruttore e non dal bambino;
    2) riduce il tutto ad un esercizio di memorizzazione e di riconoscimento sulla scacchiera.

    Propongo invece:
    – che le carte con posizioni di matto abbiano uno spazio dove il bambino può scrivere la SUA definizione;
    – che le carte siano distinte graficamente, in modo che quelle con i matti di base – non so come altro definirli – e quelli con i matti “combinati” siano facilmente individuabili. Si potrebbe fare, ad esempio con colorazione diversa del dorso o con raffigurazione diversa del dorso delle carte;

    I matti di base possono essere mostrati ai bambini – sulla scacchiera ideografica o come l’istruttore preferisce – chiedendo loro di trovare un nome e di scriverlo sulla carta.

    Poi, quando i bambini conoscono un numero sufficiente di matti elementari per poterli combinare, si possono dare loro le carte e chiedere di trovare nomi che tengano conto degli schemi di matto usati nella combinazione. Gli esempi mostrati da Sebastiano nell’articolo possono essere usati per spiegare il meccanismo di questo gioco / attività (non chiamiamolo esercizio).
    Ogni bambino cerca una definizione combinata.
    Il tutto con tempi adeguati, e forse senza obbligo.

    In questo modo, con la scusa delle definizioni, i bambini:
    – associano fortemente le posizioni di matto elementare a qualcosa per loro importante, quindi le dovrebbero ricordare di più;
    – si esercitano nell’arte della combinazione degli elementi, che non guasta;
    – imparano che gli elementi di base degli scacchi si possono combinare.

  7. Caro Stefano grazie per gli spunti costruttivi!
    In effetti ho spesso consentito ai bambini di inventare loro stessi certi nomi per i matti proposti, accettandoli di buon grado quando rendevano bene l’idea.
    E’ vero il nome dato dall’istruttore può sembrare un po’ arbitrario, ma se tu vedessi il lavoro creativo che c’è dietro potresti ricrederti…
    Prendiamo il matto della nonna: quando insegno ai bambini il matto fondamentale di Re e Donna contro Re parto da un metodo che nelle mie intenzioni dovrebbe scongiurare la possibilità di stallo; quindi recito la pantomima della nonna che va ad abbracciare il nipotino (il Re, ma nella scacchiera gigante sarà il bambino stesso) ponendosi ad un salto di Cavallo; naturalmente il bimbo sfugge alle braccia tese della nonna. Ma con abili mosse, restando sempre ad un salto di Cavallo la nonna segue le orme del nipotino sino a costringerlo in un angolo; a questo punto al nipotino non restano che due case dove poter muovere, allora si avvicina anche il nonno (l’altro Re) per dare manforte alla nonna ed “abbracciare” il nipotino che è così catturato.
    Ora ti sarà forse più chiaro che per i bambini questo siparietto costituisce una lezione “teorica” e il nome “Matto della nonna” non apparirà affatto astruso.
    Concludo col dire che, per quanto numerosi, tutti i nomi da me inventati hanno alla base una storia simile da raccontare ai bambini.
    Mi pare invece ottima la possibilità di lasciare alla fantasia dei bambini le possibilità combinatorie… credo che ci penserò su e poi vedrò se sperimentarlo in qualche classe.

    • (…) ma se tu vedessi il lavoro creativo che c’è dietro potresti ricrederti…
      Prendiamo il matto della nonna: (…)

      Ci hai taciuto cose importanti (e molto belle). Vedi di rimediare con un articolo🙂

      Messa così, la scelta di nominare i matti di base mi pare ragionevole.

  8. […] una mia invenzione (e mi auguro che piaccia); ne avevo parlato già nell’estate del 2009 su Scacchi012 sulla possibilità di creare vere e proprie combinazioni di temi di […]

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