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    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

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Agonismo per i bambini? Meglio di no

Bambino gioca a scacchi

I bambini  hanno bisogno di misurarsi?
Probabilmente si!

I bambini hanno bisogno di agonismo?
Assolutamente no!
 

 

 

 

Non sempre prima vuol dire meglio.
Con la scusa che gli scacchi fanno bene, li si propone a bambini di età sempre più bassa. Al convegno di Torino, Gli scacchi, un gioco per crescere, ho saputo che in Cina propongono gli scacchi ai bambini dai tre anni in su. Più o meno lo stesso si sta facendo in India e in Turchia, e persino nella patria degli scacchi scolastici, la Germania, hanno sviluppato programmi di “allenamento” per bambini dell’età prescolare. Subito dopo i primi rudimenti, ci sono i tornei, e questo è male, come cercherò di dimostrare nel mio articolo.

Io penso, e me ne convinco ogni giorno di più, che far praticare l’agonismo ai bambini prima dei 10 anni (ma sarebbe meglio fossero 12) è deleterio per la loro riuscita come persone.

agonismo [a-go-nì-smo] s.m.
Strenuo impegno, volontà di vincere una competizione
SIN combattività: acceso agonismo
Dizionario Sabatini-Coletti

I bambini  hanno bisogno di misurarsi, non di agonismo.
Chi è favorevole all’agonismo anche per i piccoli sostiene, fra l’altro, che è necessario che i bambini possano misurarsi. Sono d’accordo, ma vediamo cosa vuol dire davvero misurarsi.
I bambini iniziano all’incirca dai tre anni in poi a voler vedere cosa sanno fare rispetto ad altri. Si tratta di un motore importante del loro sviluppo, dal quale – ma non solo – dipende anche lo sviluppo dell’autostima, della sicurezza, del sé. Per questo è importante che nel misurarsi abbiano successo. Non sempre, non su tutto, ma almeno qualche volta e su qualche cosa devono poter essere i migliori.
Uno studio condotto negli USA ha rivelato che bambini che hanno frequentato scuole con pochi alunni hanno raggiunto posizioni di rilievo nella società in misura maggiore rispetto ai bambini che hanno frequentato scuole con molti bambini. Il motivo di ciò è che nel piccolo gruppo il bambino trova facilmente qualcosa che sa fare meglio degli altri, mentre man mano che il gruppo si allarga, trova più facilmente qualcuno che sa fare quella cosa meglio di lui.
Il bambino può misurarsi a scacchi semplicemente giocando partite con i compagni, senza un adulto che controlla chi è il più forte, senza alcun diploma per aver vinto. Il gioco serve al bambino a dimostrare a se stesso che sa farlo bene. L’unico scopo è il gioco/sport e si gioca con gli amici punto e basta.
L’agonismo porta qualcosa in più?  Io non ne sono convinto.

I bambini non hanno la maturità per dare alla sconfitta o alla vittoria il giusto peso. Viceversa si identificano con il risultato, e se perdono, perdono autostima. Questo è assodato fino ai dieci anni, ma per andare sul sicuro possiamo anche aumentare la soglia di sicurezza a 12 anni.
Dopo una certa età non associano  più la sconfitta con il valore di sé, ma come conseguenza di un azione eseguita male. Questo non vuole ancora dire  accettare la sconfitta, ma solamente capire che la sconfitta non diminuisce il valore del soggetto.

Lo sport si interroga sull’agonismo
Chi si occupa oggi di sport giovanile si interroga sulla pratica agonistica dei bambini. Si chiede quando e come avvicinare i bambini all’agonismo e sta smontando precedenti entusiasmi e accelerazioni agonistiche.
Ad esempio, lo psicologo dello sport Vittorio Prunelli, annota:

Sempre di più oggi vediamo atleti attenti ai doveri e alle rinunce, pronti al massimo impegno e alle richieste degli allenatori, ma al tempo stesso spesso privi di autonomia, creatività e iniziativa
(…) sono troppe le potenzialità della mente che gli attuali metodi di formazione sportiva trascurano, non coltivano e a volte addirittura mortificano: lo sport si richiama ancora ad un agonismo sbagliato, alla specializzazione precoce, alla richiesta di pronte e fedeli esecuzioni, a pressioni costanti e difficilmente tollerabili, al divieto di sperimentarsi al di fuori di schemi fissi, alla condanna dell’errore e a metodi a volte privi di strumenti scientifici moderni.
Vincenzo Prunelli, Sport e agonismo. Come conciliare testa e gambe per formare uno sportivo completo,

Prunelli  non è contrario alla pratica agonistica, anzi, lavora perché sia realizzata al meglio. Ma non può fare a meno di rilevare i molti fallimenti dell’agonismo.

I mali dell’agonismo precoce.
L’agonismo comporta principalmente la ricerca per la vittoria. Combattimento e rivalità sono i punti salienti che escono dall’agonismo. Ma la vita non è solo battaglia e rivalità, che anzi occupano una minima parte nella vita dell’adulto

Il primo torneo è un’esperienza stressante e pesante per molti. Per quanto l’allenatore/istruttore si sforzi per sminuire l’importanza del risultato e sottolinei che “l’importante è partecipare”, il bambino si aspetta comunque di vincere, e questo gli porta tensioni varie. Inoltre l’allenatore è spesso un agonista (o ex) e questo è percepito dal bambino e attenua la portata delle parole sdrammatizzanti dell’adulto.
Alcuni bambini smettono subito a causa dell’eccesso di stress, mentre altri continuano anche senza provare piacere, per l’azione trainante del gruppo (i miei amici ci vanno, DEVO andarci anch’io).

Ai Campionati Italiani Giovanili di Merano del 2008 ho portato tre bambine di 8 anni e una di 6. Sapevo che avevano la padronanza del gioco per poter fare almeno 3 o 4 punti, e credevo che questo fosse sufficiente ad evitare loro frustrazioni eccessive. In più sembrava proprio che fossero motivate a partecipare, perché io non le avevo forzate in alcun modo e, generalmente, non do molto peso all’agonismo. Per prepararle al meglio ho fatto loro un piccolo corso di allenamento in vista del torneo. Le ragazze andavano d’accordo fra loro e facevano gruppo, sostenendosi a vicenda. I genitori – persone equilibrate, che sostenevano le figlie senza metter loro troppa pressione – erano favorevoli alla competizione perché ritenevano che avrebbe aiutato le loro figlie a misurarsi con i problemi della vita.
Considerati tutti questi elementi, ero ragionevolmente sicuro che le mie ragazze non avrebbero avuto problemi. Invece sbagliai clamorosamente.
Non avevo tenuto in considerazione l’incomprensione linguistica. Da noi a 7/8 anni iniziano ad imparare l’italiano e le conoscenze che hanno acquisito non bastano per dialogare con chi non sa il tedesco. La mancanza di dialogo con le avversarie non ha permesso alle bambine di Merano di abbassare il livello di tensione che questi tornei comportano. Mal di testa, vomito, mal di pancia e pianti si sono susseguiti per quasi tutta la durata del torneo.

Riporto questo episodio per sottolineare quanto sia difficile capire se ci sono tutte le condizioni perché l’agonismo non abbia effetti negativi sui bambini. E quindi, nel dubbio, preferisco sconsigliare a tutti la scelta agonistica.
Lo scrivo, da genitore io stesso, soprattutto per i genitori perché ci entusiasmiamo quasi sempre per i nostri figli e pensiamo che possano misurarsi nelle competizioni anche quando sono piccoli. Ma, salvo rare eccezioni, questo non è vero.

L’esperienza di Merano mi ha convinto a non proporre MAI in alcun caso l’agonismo, visto che non ho la competenza e obiettività necessarie per decidere chi abbia bisogno dell’agonismo prima dei 12 anni.
Perciò nelle mie classi non parlo né a favore, né contro l’agonismo; rispondo alle richieste di informazioni dei bambini e se qualcuno vuole dedicarsi all’agonismo lo indirizzo al circolo più vicino (sempre se quel circolo possa essere adatto al bambino, cosa che non è affatto scontata).

L’agonismo è utile (e necessario) solo per un esigua minoranza.
Se chiediamo agli agonisti di successo, ci sentiamo rispondere quasi sempre che lo sport ha dato loro molto – ovvio, hanno avuto successo –  ma ci sentiamo anche spesso dire che non farebbero rifare un percorso simile ai propri figli. Chissà perché! Forse perché il successo nello sport non è tutto? Forse perché le privazioni sono tante? Cosa direbbero tutti quelli che hanno smesso per i svariati motivi? Come ne sono usciti? Hanno avuto qualcosa dall’agonismo o è stato loro tolto qualcosa?
Un bel po’ di domande sulle quali si può riflettere.

L'agonismo può far male

 

I benefici dell’agonismo si possono ottenere anche senza agonismo!
Cosa porta in più l’agonismo?  Un campo di battaglia più vasto? La conferma ufficiale (coppe, medaglie ecc.) di essere il piú forte? I soldi? La notorietà? Tutte cose che servono soprattutto agli adulti, i bambini ancora non ci pensano, soprattutto se non sono ancora stati educati a ciò dalla società o dai media.

I benefici VERI più spesso associati all’attività sportiva sono la socializzazione, la disciplina la responsabilità e l’autonomia.
Ma ho veramente bisogno di agonismo per realizzare questi scopi?

La socializzazione: Mettiamo insieme 2, 4 o più bambini e vediamo cosa succede. Corrono, giocano, socializzano, discutono, insomma fanno tutto quello di qui hanno bisogno di fare per svilupparsi. Sono i bambini stessi a muoversi e a socializzare, l’agonismo può aggiungere qualcosa? Al massimo allarga il numero dei bambini, ma, come abbiamo visto dallo studio USA sulle scuole con pochi e tanti allievi, un numero maggiore di bambini può essere addirittura svantaggioso. Qualcuno socializza di più e qualcuno di meno, dipende dalla loro personalità e dalla personalità e possibilità dei genitori, non dall’agonismo.
L’agonismo però rende le cose leggermente più semplici ai genitori, ma i risultati non sono gli stessi. Se portiamo i bambini in contatto con altri bambini senza altro scopo che quello chiesto da loro stessi, essi “socializzano” anche per tutta la giornata senza interventi da parte nostra. Nell’agonismo, invece, si aggiunge la competizione: i bambini sono avversari, non compagni di gioco; si combattono anziché cooperare. Perciò se un bambino è poco socievole, rimane tale anche nel gruppo agonistico. Il comportamento sociale è un dato personale, di carattere e l’agonismo non credo sia adatto a migliorarlo.

Responsabilità, autonomia e accettare sconfitte: Anche tutto questo lo imparano senza intromissioni da parte nostra quando giocano semplicemente insieme. I bambini non fanno partecipare quei bambini che non si attengono alle regole del gruppo. Regole che si danno loro stessi e che se non vengono accettate da singoli, i singoli non parteciperanno al gioco, saranno estromessi. Non riuscire a convincere gli altri a fare un particolare gioco è una sconfitta per il bambino, ma una sconfitta che accettano relativamente presto e possono accantonarla in un angolino. Ma quando si aggiungono gli adulti che osservano o quando si tratta di vincere, allora la sconfitta si tramuta in una caratteristica personale negativa per la loro persona (autostima). Non hanno la facoltà di digerire la sconfitta (ma anche la vittoria che è per pochi) come un fattore indipendente da loro.
A parte il fatto che non si può imparare a perdere, al limite si impara a far buon viso a cattiva sorte, ma non si impara ad accettare la sconfitta.  Accettare la sconfitta è una caratteristica personale interiore e o si ha o non si ha. Non si impara, si impara a controllare l’emozione “sconfitto” e a non mostrare questa emozione.
L’autonomia è garantita quando non ci immischiamo nei loro giochi, quando decidono da soli chi accettare nel gruppo e chi non.  Essi si inventano continuamente giochi, apparentemente senza scopi, ma che servono anche ad imparare cose utili per il loro sviluppo. Sanno intuitivamente cosa va bene e cosa non va bene. In piena autonomia. L’agonismo non aggiunge niente alla loro autonomia, anzi al contrario li rende meno autonomi (vedi Vincenzo Prunelli).

La disciplina: La definizione disciplina può avere molte interpretazioni, a seconda dei casi dove viene usata. A me “disciplinare” suona simile a “condizionare”. Rimanendo in ambito familiare i bambini hanno comunque già sviluppato una certa disciplina. Ad esempio si svegliano in tempo per poter partecipare a giochi, feste di compleanno o altre cose per loro importanti. I bambini sono di una disciplina scrupolosa quando indagano o esplorano nuove cose.
Anche la disciplina deve venire da dentro e non credo si possa introdurre dall’esterno, sempre se con disciplina intendiamo determinazione e ordine di vita e non condizionamento. L’agonismo aggiunge veramente qualcosa?  Probabilmente non abbastanza da giustificare la pratica agonistica. Negli scacchi la disciplina avanza di pari passo con il piacere di giocare.

Per una via contemplativa allo sport. Il Buddha gioca a scacchi.
Cosa cerchiamo di trasmettere ai bambini? Cosa serve loro per poter agire e non solamente reagire meccanicamente? Quali sono le basi per una vita piena di soddisfazioni?
Forse:
• decidere consapevolmente le proprie azioni.
• agire senza aspettative.
• accogliere serenamente qualsiasi risultato.
Purtroppo queste cose non le imparano dove dovrebbero impararle. In nessun caso le imparano dall’agonismo.

Questi tre punti valgono anche per l’allenatore/istruttore, ma raramente vengono rispettati. Le nostre azioni sono sempre legate ad aspettative precise, che spesso sono disattese dai risultati a causa anche della non idoneità della maggioranza dei bambini alla pratica agonistica.

Come sono i bambini? Sono egoisti, vogliono tutto subito, vogliono tutto per loro, vogliono sempre essere i primi, vogliono essere i migliori e cosi via. Tutte caratteristiche necessarie in questa età per progredire. In questa fase del loro sviluppo possono imparare ad agire come vogliamo noi, ma non ne comprenderanno il motivo. Lo faranno per compiacere all’adulto, sia esso genitore, insegnante o istruttore di scacchi. Quando gli adulti non sono presenti, i bambini agiscono secondo la loro natura egocentrica.
Solo quando saranno in grado di immedesimarsi nell’altro inizieranno a capire che anche gli altri hanno gli stessi desideri e inizieranno ad agire di conseguenza. (E non è detto che ci riescano: una volta chiesi ad uno psicologo che si occupa di studenti delle scuole superiori quando i bambini riescono ad immedesimarsi negli altri. Scoppiò in una risata e mi disse che la maggior parte degli adulti non ci riesce…)
Prima di questo periodo si sviluppano solamente automatismi, ma mai comprensioni sulle necessità di agire in un certo modo. Non sono necessari condizionamenti,  ma comprensione e la comprensione necessita di una maturità che i bambini raggiungono in una fase di sviluppo successiva. Anche qui l’agonismo non aggiunge niente allo sviluppo personale. Anzi credo aumenti l’egocentrismo per quelli che vincono e riduce l’autostima per tutti gli altri, che appena possono smettono di cimentarsi con lo sport.

Molti sono convinti che confrontarsi con la competizione o con i problemi in generale, aiuti ad affrontare meglio le durezze della vita.
Io penso però che ogni cosa vada fatta a suo tempo. Se il bambino deve confrontarsi con la competizione invece di misurarsi solamente, è meglio che lo faccia quando il suo sviluppo cognitivo e psicologico lo rende più pronto a gestire la situazione stressante della gara agonistica. E io penso che questa età sia intorno ai 12 anni.
Con questo non voglio dire che l’agonismo sia una buona cosa a partire dai 10 o 12 anni. Sono convinto che i cosiddetti vantaggi dell’agonismo siano prerogativa di pochi, siano essi bambini, adolescenti o adulti, e che, in generale, gli svantaggi siano maggiori dei vantaggi.
Questo non vuol dire reprimere situazioni di conflitto ne iperprotezione, ma semplicemente un ragionevole aspettare che il bambino abbia le capacità cognitive e psicologiche necessarie per poter ragionevolmente sperare in un successo nel risolvere il conflitto.
Se non c’è una ragionevole possibilità di avere successo il danno è certo in partenza. Non impediamo loro, con questo, di aver paura, ma semplicemente aspettiamo che siano maturi abbastanza da destreggiarsi nella paura. Se li costringiamo troppo presto, quando non sono ancora in grado di confrontarsi o non ne hanno desiderio, le nevrosi sono assicurate!

“Gli scacchi sono in assoluto lo sport più violento su questa terra”
Garry Kasparov

 

5 Risposte

  1. Caro Alex sono fondamentalmente daccordo con te! Per anni ho evitato di far partecipare i bambini alle competizioni agonistiche e solo recentemente, su richiesta di molti genitori, ho iniziato ad avviarli anche alla pratica sportiva… Come ti ho detto a Courmayeur alcuni episodi mi spingono a fare un nuovo esame critico: diversi bambini non hanno retto la tensione di gara; per alcuni di loro la mia sorpresa è stata enorme, perchè invece in tutte le fasi di qualificazione non avevano mai dato mostra di particolari defaillances emotive.
    Sono convinto però che questa difficoltà debba essere affrontata con buon senso: coi bambini, coi compagni, coi genitori e persino con gli “avversari”, con una più ampia cultura sportiva…
    Non si deve esasperare il concetto di vittoria e di sconfitta (personalmente so di non averlo mai fatto) e si deve lavorare per farli arrivare a questi appuntamenti consapevoli e sereni.
    Il tema mi è molto caro e credo che presto lo approfondirò meglio…

    • Se ci fosse una cultura sportiva, concetto che lascia spazio a molte interpretazioni, forse cambierebbe qualche cosa. Purtroppo la cultura sportiva a parole c’è dappertutto, ma i fatti sono lontani mille miglia. Preferisco non rischiare😉

  2. Ebbene, facendo un po’ di introspezione mi vengono alla memoria le mie esperienze agonistiche giovanili: dagli 8 ai 13 anni ho praticato calcio, e contemporaneamente ho praticato pugilato dagli 11 ai 13 anni. In entrambi i casi ho gareggiato, vinto e perso, mi sono esaltato e demoralizzato, insomma ho fatto esperienza. Soprattutto nel pugilato ho imparato non solo l’amarezza della sconfitta, ma anche il dolore fisico della lotta: ma paradossalmente questo è l’aspetto più positivo dell’intera vicenda. Da bambino ero una specie di bulletto che provocava i compagni con qualsiasi pretesto per fare a botte, e poichè ero più aggressivo di loro generalmente la spuntavo io.
    Col pugilato appresi la sensibilità di trovarsi dall’altra parte ed “assaggiai” sul mio corpo il sapore delle batoste.
    Bene chiudo questa parentesi con una battuta: la “violenza” del pugilato è niente in confronto a quella che orbita intorno al calcio!
    A 13 anni ho imparato il gioco degli scacchi ed è stata per me una rivelazione: tutta la mia carica aggressiva è stata canalizzata e direi pure sublimata grazie al gioco.

    Ora però vorrei tornare sull’utilità o dannosità dell’agonismo: anche io ho argomentazioni a sfavore ben maggiori di quelli a favore, ma voglio provare – dialetticamente – a sostenere l’ipotesi positiva.
    Intanto partiamo col significato di sport che dalle origini latine (deportare) è passato in Francia (diporter) e poi all’Inglese (disports) per tornare quindi in Italia col termine ormai universale di Sport: secondo questa etimologia lo sport era sostanzialmente un “portar fuori” e l’agone era il luogo deputato alle gare sportive.
    Il gioco invece è qualcosa di innato, e senza neppure scomodare Huizinga è evidente ad ognuno di noi che tutti i cuccioli animali giocano tra loro e coi loro genitori.
    Quasi sempre col gioco vengono messe in “commedia” (in inglese play significa sia giocare che recitare) tutte le attività tipiche della vita “adulta”: basta vedere lo sgambettare dei piccoli leoncini che è propedeutico alle future azioni predatorie.

    Ma anche i giochi tradizionali dei bambini imitano attività degli adulti: così i maschietti fanno spesso giochi di forza per “accreditarsi” nei confronti dei propri genitori mentre le bambine giocano a fare le mamme (con le bambole, oppure inventando la disposizione delle loro case immaginarie).
    Tutta questa lunga introduzione mi serviva come paragone per l’agonismo scacchistico: è vero, molti bambini non reggono all’ansia di una competizione nazionale, con tutta la “parata” di genitori e accompagnatori che nei primi 5 minuti – e anche io sono del parere che sarebbe meglio non farli giocare in quel lasso di tempo – bombardano i bambini di fotografie e filmati.
    Personalmente però io ricordo la stessa ansia per il mio primo giorno di scuola, e persino per la mia prima visita dal dentista, ma entrambe le cose sono necessarie e salutari.
    Ecco, io credo che non sia l’agonismo il problema, ma come detto nel commento precedente la mancanza di una vera cultura sportiva.
    Troppo spesso vengono esasperati aspetti davvero diseducativi da parte sia di genitori sia di istruttori o allenatori; non vorrei che anche negli scacchi si arrivi alla tristissima abitudine di contestare a priori ogni intervento arbitrale, ogni insignificante movimento dei genitori in quei “roventi” 5 minuti di inizio…
    Inoltre noto con rammarico che già nelle categorie under 8 e under 10 alcuni bambini mettono in pratica dei comportamenti che sono tutto fuorchè sportivi: questa è la vera sfida che ci investe in qualità di istruttori. Dobbiamo fare il nostro lavoro con la coscienza di dare ai nostri allievi il nostro miglior esempio non in relazione alla vittoria finale (che è sempre aleatoria) ma alla condotta leale.
    Questa è l’accezione vera di “disciplina” che mi interessa: il rispetto delle regole del gioco e poi del giusto contegno sportivo servono a dare una dimensione civile ai nostri bambini.
    Nel pre-partita e nel dopo-partita dobbiamo accompagnare psicologicamente i bambini mostrando loro tutte le cose che sanno far bene e che hanno fatto bene, evidenziando le cose eccellenti – quando hanno perso o vengono da una sconfitta – e mostrando loro i possibili miglioramenti quando commentiamo una loro vittoria (anche questo è un momento fondamentale!)
    Insomma: l’aspetto sportivo (che poi non è necessariamente sempre agonistico) nel suo significato di “portar fuori” (anche e-ducare ha lo stesso significato etimologico!) è il seguito naturale del lavoro svolto a scuola, ed io ritengo che sia ancora il grado intermedio di quella che è poi la lotta quotidiana della vita.

  3. Ad alcuni bambini può servire l’agonismo per mettere „la testa a posto“, ma quanti sono?
    I cuccioli smettono di giocare, quando il gioco non serve più ed inizia la ricerca del cibo e tutto il resto. Se gli animali si mettessero a fare gli agonisti probabilmente morirebbero di fame. Forse diventeranno i migliori a “saltare sull’altro” o “a mordere la coda dell’altro meglio di tutti”? Nel regno animale non c’è Mc. Donalds che sponsorizza il cibo e le femmine. Il gioco è propedeutico, d’accordo. È necessario? D’accordo anche qui. Meno male che ancora non ci sono tornei nel giocare con le bambole. Nei giochi di forza però i tornei ci sono, ma non sono più propedeutici. Non sono più un gioco propedeutico per acquisire abilità o capacità future. Non possiamo rimanere bambini, forse dovrei dire non dovremmo, per sempre. L’agonismo cambia la valenza del gioco, il valore e il ruolo che il gioco rappresenta per loro. Non credo si possa mettere sullo stesso piano, intendo con gli stessi valori, il gioco come aspetto propedeutico e perché no come soggetto di studi con relative conclusioni sul loro valore per lo sviluppo umano, con il gioco agonistico. Il gioco agonistico prolunga un piacere (giocare) al di là del tempo necessario. Nella nostra società non si muore di fame giocando, ma si può addirittura diventare famosi o vivere dalla pratica del gioco. Non è più la stessa cosa. Sono due concetti differenti e hanno scopi differenti.

    Non vale affiancare il primo giorno di scuola, la visita dal dentista, le battaglie con i genitori e con fratelli/sorelle maggiori, le battaglie per farsi capire, le battaglie per trovare il proprio ruolo nel gruppo di amici e tante altre battaglie che si risolvono con sconfitte e vittorie, con l’agonismo.
    Le prime sono obbligatorie e necessarie e sono tante le cose per le quali i bambini combattono e imparano. Lo sport in generale o anche l’agonismo sono necessari cosa portano in più? Il movimento? Si muovono tutto il giorno e quei pochi che non si muovono non si muoveranno comunque. Al massimo si fanno un mazzo a causa delle lezioni obbligatorie di ginnastica a scuola e appena possono le evitano. Ma pure i bambini ai quali non piace la ginnastica in un ambiente più adatto giocano corrono si muovono e non necessariamente hanno bisogno di agonismo o sport particolari per muoversi.
    Non voglio mettere in discussione lo sport, ma solamente la necessità o utilità aggiuntiva dello sport agonistico. Il bambino non ha bisogno di ulteriori combattimenti per “imparare” ad accettare vittorie e sconfitte. Per alcuni può essere utile praticare sport agonistici, per alcuni possono anche essere necessari, ma sono e rimarranno sempre una minoranza. Il problema è capire a chi serve, a chi è utile.
    Non bastano tutte le battaglie e discussioni nel corso della loro ancora breve vita a dare loro una dimensione civile? Almeno per la maggioranza? Serve a qualcosa aggiungere anche la competizione? A chi?
    La disciplina intesa come rispetto per le regole del gioco, (del giusto contegno sportivo?), del concentrarsi, l’attenzione, del silenzio durante il gioco, dell’immergersi nel gioco, nel cercare di scoprire le mosse migliori, nel calcolare, nel destreggiarsi in posizioni sfavorevoli, insistere nel cercare soluzioni, non arrendersi prima del tempo, riflettere e cosi via.
    Sono convinto che la base sia il piacere nel gioco almeno negli scacchi. Se piace il gioco la disciplina esce dal gioco e non devo aggiungere niente. Il tempo necessario e abbastanza (individuale) pratica. La disciplina scaturisce dal gioco, non dall’agonismo. L’agonismo può forzare i tempi e la forza, ma non la qualità della disciplina, che sarà comunque sempre individuale.

    Penso che la loro lotta quotidiana per la vita sia già abbastanza dura senza dover aggiungerne altre.

    Visto che gli svantaggi sono maggiori dei vantaggi, o nel dubbio, credo sia meglio non aggiungere un ulteriore fardello. Magari quando ne saprò (sapremo) di più, sul come identificare i bambini che possono trarre dei vantaggi dall’agonismo, se ci sono al di fuori dei luoghi comuni, allora forse il rischio vale la candela.

    Voglio anch’io aumentare i giocatori di scacchi, non necessariamente, ma eventualmente solo in conseguenza dell’aumento di giocatori (giocatori nel senso che piace loro il gioco), i soci della federazione scacchistica per esempio. Alla fine dei conti è alla federazione sportiva dove ci conduce l’agonismo. .. e nessuno lo può negar..
    Mi piacerebbe convincerti che i vantaggi sono molto esigui😉 relativi?

  4. A scuola l’agonismo non serve
    Alla base di questo scambio di vedute c’è sempre un equivoco di fondo: tu parli quasi sempre esclusivamente di scacchi scolastici, come se fosse l’unico contesto in cui possono essere proposti gli scacchi ai bambini.
    Naturalmente in questo ambito io sono abbastanza daccordo con te, specialmente nelle scuole primarie. Del resto la stessa Federazione Scacchistica Italiana propone i GSS per le primarie solo in forma promozionale. Concordo, insomma, che nella scuola gli svantaggi dell’agonismo siano superiori ai vantaggi.

    Gli scacchi sono anche uno sport
    Non sono invece così daccordo quando parliamo di scacchi sportivi, che non sono quelli che si praticano a scuola, ma quelli che si praticano nei CAS, nelle scuole scacchi e nei circoli, e dove gli istruttori passano a delle lezioni più tecniche e mirate alle competizioni, quindi all’agonismo…
    Sono però anche io del parere che l’agonismo sia tutto da ripensare, perché non è ammissibile che i nostri giovani perdano di vista i valori in campo più importanti della vittoria spicciola: per contegno sportivo intendo il massimo rispetto per il prossimo, che sia il proprio antagonista, l’arbitro o chiunque altro; intendo che non si ricerchi la vittoria con dei mezzucci che vanno dal disturbo psicologico, dalla derisione dell’avversario, da vere e proprie scorrettezze come quella di richiedere l’intervento dell’arbitro per denunciare a sproposito un “pezzo toccato”, per intenderci…

    Fatta questa chiarezza io però sono del parere che per il progresso tecnico e la crestita caratteriale anche l’agonismo abbia il suo valore: la discrezionalità decisionale viene forgiata anche da situazioni sotto stress; tutti i momenti importanti della vita sono spesso sotto la pressione di agenti esterni che devono essere affrontati. Per sostenere una prova di esame spesso i candidati devono misurarsi nei limiti ristretti di un tempo prefissato, per fare un esempio.
    Inoltre non avremmo avuto un progresso nella teoria del gioco degli scacchi se non ci fossero stati i campionati per il titolo mondiale.

    Niente agonismo negli scacchi sociali!
    C’è infine un altro contesto, pochissimo esplorato, dove l’agonismo non dovrebbe assolutamente entrare: sono gli scacchi sociali!
    Negli scacchi sociali, rivolti come elemento ludico e di aggregazione (per esempio ad anziani, a disabili, a giovani in situazioni di rischio devianza) gli scacchi dovrebbero essere solo un modo di collaborare insieme e la vittoria o sconfitta non dovrebbero avere alcun peso.

    Ecco, questo per chiarire il mio pensiero, perché non devi “convincermi” visto che per lo più sfondi porte aperte…😀

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