• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    .

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    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Interventi su misura

Due bambini “difficili”
Due ragazzi in terza elementare (25 ore di scacchi ca.), Claudio e Giorgio hanno comportamenti in classe simili. Claudio un ragazzo robusto e Giorgio più sul magro, tutte due si distinguono per una passività nelle lezioni. Non partecipano, sono sempre assenti e non collaborano mai. Claudio o non fa niente e guarda in giro o rimane immobile con la testa fra le nuvole oppure armeggia con matite, puntine gomme o altri materiali che ha a disposizione. Giorgio non fa niente, guarda in giro o rimane immobile con la testa fra le nuvole.
Quando parlo con loro rimangono impassibili e ho la sensazione di parlare nell’aria vuota. Claudio ogni tanto dice si, mentre Giorgio non dice niente. Giorgio mi ignora, rimane fermo e mi guarda con uno sguardo perso nel vuoto, come se fossi trasparente. Claudio non mi guarda, ma rimane comunque fermo e raramente dice qualcosa.
Claudio e Giorgio sono annoiati.

Bisogno d’attenzione
A volte (spesso) i bambini che si sentono incompresi protestano nell’unico modo che conoscono, con il comportamento. Essi non hanno la capacità, spesso nemmeno la possibilità, di esprimersi correttamente e assumono un comportamento – errato e inefficace – che richiama l’attenzione dell’insegnante con la speranza inconscia di venire compresi.
Di norma però la reazione degli altri è opposta. Il bambino viene rimproverato continuamente per il suo comportamento e diventa cosi un “cattivo” alunno che non partecipa e crea solamente problemi.
Diventa cosi un circolo vizioso dove il bambino assume sempre più questo comportamento fino a che diventa parte della sua personalità.
Mentre nelle materie scolastiche è costretto a un minimo di partecipazione, altrimenti si riflette sui voti, nelle ore di scacchi egli può lasciarsi andare e portare la sua protesta fino agli estremi.

Nel secondo anno di corso si lavora esclusivamente sulla scacchiera, non uso la lavagna magnetica, detto le posizioni e gli allievi a coppie analizzano la posizione. Al momento siamo a posizioni di matto in uno con pochi pezzi. I bambini devono prendere il pezzo che dà matto, cercare di scoprire la casa dalla quale il pezzo può dare matto e al mio via posizionarlo sulla scacchiera.
Giorgio rimane impassibile e a malavoglia posiziona i pezzi e la sua compagna continua a lamentarsi che non fa niente e che deve fare tutto da sola. Gli dico che non è giusto non aiutarla, che non è corretto da parte sua verso la sua compagna, non verso di me insegnante, ma verso la sua compagna. C’è una grossa differenza in questo, tocco il loro senso di “giustizia”.
Poco dopo dico la stessa cosa a Claudio e nemmeno lui sembra reagire alla cosa. Aggiungo che a me non piace questo modo di fare e poi non dico più niente. Finisco la lezione e li faccio giocare. Osservando più attentamente il loro gioco vedo qualche differenza fra i due. Giorgio gioca nello stesso modo nel quale partecipa alle lezioni. Muove i pezzi senza scopo, si fa catturare senza quasi mai riprendere e alla fine si ritrova senza pezzi e perde quasi sempre. Assente, di proposito, anche nel gioco.
Claudio invece nel gioco trova qualche scopo, attacca i pezzi avversari e li cattura e segue un piano di attacco, cattura e ritirata. Alla fine si deconcentra e restituisce il malloppo.
Giorgio assume il ruolo di chi non ha bisogno di partecipare, visto che già sa tutto e se vuole riesce a capire quel tanto che basta. Claudio invece gioca il ruolo di chi non capisce niente comunque.
Claudio ha un leggero handicap, mentre Giorgio non dovrebbe averne.

Interventi su misura
Credo di aver compreso abbastanza sul ruolo o posizione di questi due ragazzi e nella lezione seguente decido di passare a qualche azione più concreta, appena si presenta l’occasione giusta, per Claudio e Giorgio.
Inizio la lezione e noto subito che Claudio questa volta partecipa un po’ alla lezione e trova qualche soluzione corretta. Do qualche indicazione, sulla posizione, in più del solito anche per permettergli di trovare più spesso la soluzione giusta. In questo modo posso fargli capire che “sa giocare”, che ha capito come funziona, posso lodarlo senza che sembri una lode eccessiva.
Giorgio invece guarda da un’altra parte e istintivamente decido di agire. Con lo stesso tono con il quale do le indicazioni durante la lezione gli dico di prendere la sua sedia e di portarla in un angolo, di sedersi e guardare dalla finestra. Un attimo di perplessità si mostra sul suo volto e ripeto l’istruzione con molta calma, cercando di non far trapelare nessuna emozione dal mio viso, come se fosse la cosa più normale al mondo.
Quando è ora di giocare l’insegnante mi precede nel toglierlo dalla finestra e farlo giocare. Avrei preferito farlo io cosi avrei avuto la possibilità di chiedergli se ora avesse voglia di giocare. Io l’ho messo lì e avrei dovuto essere io a farlo tornare, ma va bene comunque, non è cosi importante.
Dopo un po’ di gioco, per la prima volta in 25 ore, si alza e viene a chiedermi qualcosa sulla sua partita.  Vuoi per conoscenza e vuoi per una dose di fortuna, sono riuscito a raggiungerlo esattamente dove stava. Sono riuscito a “capirlo”, non brontolando cose tipo “stai attento” o “cosa stai facendo” o simili, ma facendoli fare le stesse cose che sta facendo (protestando, guardare dalla finestra) con la differenza che ora è consapevole che lo ho “visto” e che sto cercando di considerare la sua protesta. Con lui la lode o premi non funzionano, o funzionano solo temporaneamente, dovevo fargli capire che lo sto vedendo e che registro la sua protesta (modo di comportarsi).

È bastato poco per ottenere la loro partecipazione
La lezione successiva, che svolgo normalmente senza aumentare i suggerimenti, Claudio partecipa ad ogni esercizio con zelo e Giorgio pure e senza che io debba fare più niente. A Claudio basta un mio cenno con la testa per vedere che sa giocare, mentre a Giorgio basta un’occhiata ogni tanto per confermargli che è visto. Quando poi arriva la fase di gioco, ogni volta che passo da Giorgio inizia a riflettere ad alta voce. Per esempio “qui non posso andare perché perdo il pezzo” o “questo pezzo lo posso attaccare perché non è difeso” e cosi via. Ha iniziato subito a partecipare attivamente al gioco e ora le sue posizioni sono più equilibrate. Qui faccio un cenno con la testa e sorrido, perché so che mi sta osservando.
Ci vorranno ancora alcune lezioni, dove devo dare più attenzione a questi due ragazzi, per consolidare i risultati.
Claudio quando gioca non riesce a concentrarsi a lungo e purtroppo l’insegnante interferisce e gli chiede di pensare di più visto che perde/restituisce i pezzi presi in precedenza. Questo è un errore piuttosto grave per il semplice fatto che i bambini non sanno che farsene di questo tipo di affermazioni. Loro “sanno” di pensare e non capiscono cosa l’insegnante voglia da loro, visto che già stanno pensando e non riescono ad immaginarsi di pensare di più. Già suggerire loro di guardare meglio sulla scacchiera, senza un esempio pratico, è di difficile comprensione. Non vedere una cosa è un fatto quasi normale per i bambini e non si preoccupano più di tanto. Ovviamente se continuiamo a colpire sullo stesso punto, prima o poi il non vedere alcune cose inizia a diventare un problema anche per il bambino.

Quando i problemi sono simili non è detto che lo siano anche i bambini.
Due bambini con problemi simili, ma con soluzioni opposte. Questo non vuole dire, con bambini dalle caratteristiche simili, che lo stesso sistema funzioni sempre. Spesso le cause, del comportamento, possono essere molto diverse e i risultati pure. Conviene anche integrare le impressioni dell’insegnante sul bambino nelle proprie valutazioni e fare molta attenzione a non esagerare con i “rimedi”. Quanto la consapevolezza del nuovo ruolo, più efficace, del bambino si riflette sulle altre materie dipende dalla fiducia che il bambino ha nei confronti degli altri insegnanti.
Se non agisco né in senso positivo né in senso negativo, dal punto di vista del bambino, rimango neutrale. Quando poi ne so di più posso agire; fino ad allora rimango in “aspettativa” di giudizio da parte del bambino. Appena agisco direttamente sono valutato, nel senso se merito fiducia oppure non la merito. Una volta conquistata la fiducia ti seguono per lungo tempo e di conseguenza influisci sul loro modo di pensare e agire nel futuro.
Se però valutiamo un bambino come “casinista” o “problematico”, già la nostra valutazione o impressione si trasmette al bambino ed egli si comporterà di conseguenza, nel senso che farà “di tutto” per essere cosi come lo vediamo (“vogliamo che sia” per confermare il nostro giudizio).  Consiglio di non dare mai giudizi affrettati sui bambini, ma di ponderare bene tutte le possibilità prima di giudicare e di agire.  I bambini sono degli esperti nel linguaggio non verbale e spesso rispecchiano la visione che abbiamo di loro.

2 Risposte

  1. Molto interessanti queste riflessioni “dal campo”, per me poi che sono insegnante anche di materie tradizionali risultano doppiamente stimolanti.
    Una curiosità (magari l’hai già scritto da qualche altra parte, confesso di non aver letto tutti gli articoli di questo bellissimo sito, ma mi riprometto di farlo): sono convinto che la didattica degli scacchi possa collaborare molto positivamente con le discipline tradizionali, avete messo a punto qualche modalità di confronto con gli insegnanti delle materie curriculari sulle problematiche della classe o dei singoli allievi? C’è la possibilità per l’istruttore di scacchi di far conoscere la propria esperienza agli altri insegnanti della classe?

    • Ho fatto un corso per insegnanti elementari.
      Dal corso in questione (link sopra) sono usciti 11 insegnanti, con conoscenze di base comuni (quello che bene o male sanno tutti), che hanno poi messo in pratica le riflessioni da me proposte. Alla fine del corso sono riuscito a motivarli abbastanza per convincerli che potevano farlo.
      Il primo feedback lo ho avuto ieri. Dal punto di vista dell’insegnante in questione (religione) alle elementari il corso è andato benissimo.

      Al momento sto tenendo un corso di trenta ore all’università di pedagogia con 20 Studenti.
      Pensavo fosse più facile motivare, nel senso che credano di poterlo fare, gli studenti.
      Il nocciolo del corso è “ un’ora di scacchi per osservare i ragazzi nel punto dove si trovano realmente, nel senso del ruolo che impersonano durante il gioco senza principi di competizione e – valutazione, vale a dire come sono veramente”. Un’ora per “sbizzarrirsi” , per usare tutte le competenze imparate a scuola e all’università per riuscire a capire meglio i bambini.. Sto cercando di far capire loro, oltre a imparare a giocare a scacchi, la filosofia dietro ai corsi di scacchi (come li intendo io), solamente con questa comprensione credo sia utile che propongano gli scacchi come glieli sto insegnando.
      Proprio qui sta il problema, gli studenti hanno ancora poca pratica nel mondo del lavoro e con concetti filosofici non sanno ancora che farsene, mentre gli insegnanti più esperti sono più facilmente raggiungibili. Essi hanno già fatto esperienza con i limiti della teoria in classe.
      Il corso al momento è a metà percorso e sto imparando😉.

      La possibilità di parlare, per passare esperienze, con gli insegnanti in classe c’è. Di solito riesco a inquadrare abbastanza bene i bambini e questo mi da qualche punto in più nelle discussioni con gli insegnanti. Ultimamente “credo” di aver scoperto che gli scacchi lavorano meglio se mi concentro completamente sui bambini e non parlo più (quasi) in classe con gli insegnanti. Ma credo che un buon insegnante guarda cosa faccio e come lo faccio e fa le sue deduzioni comunque.

      Sotto due link su articoli che mi vengono in mente riguardo al tema.
      Bambini invisibili, bambini assenti e bambini senza pace.

      Il rapporto fra insegnanti e istruttori.

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