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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

In principio era il caos

Quanto caos sopporta un insegnante?

CaosQualche articolo fa scrissi sull’attenzione e la tranquillità nelle classi seguite nel 2012/2013 (qui).

Probabilmente sopravvalutiamo la disciplina e l’ordine nelle classi, almeno durante gli scacchi. A me sembra che sia cosi. Dopo 15 ore di scacchi, in orario principale, non osservo fra le classi differenze significative per quanto riguarda il gioco, la competenza nel gioco e l’attenersi alle regole. Mentre le differenze riguardo l’attenzione e la quiete nelle classi rimangono presenti. Si potrebbe pensare che questo fattore influisca in maggior misura sulla comprensione scacchistica (materia), ma non è cosi, almeno nella mia esperienza.

Devo fare una premessa: i bambini “sentono” più o meno il 50% di quello che un insegnante dice e probabilmente si ricordano il 10% del sentito. In aggiunta sembra che un insegnante parli per il 70-80% del tempo scolastico.

Il silenzio non implica attenzione
Adesso cerco di evitare di parlare troppo, dove possibile, e usare di più la pratica. All’inizio del corso di scacchi sembra che non si possa fare a meno di verbalizzare molto. Dobbiamo pur spiegare le regole dei movimenti dei pezzi e cosi via. Nelle classi dove i bambini sono più attenti e silenziosi mi lascio trasportare a parlare di più, e spesso non mi riesce di evitarlo, rispetto alle classi “difficili”. Sembra che se prendiamo in considerazione la predisposizione di una classe ad ascoltare (o almeno sembra che ascoltino) non necessariamente questo fatto si riflette su una maggiore comprensione dei temi insegnati. Per i bambini le parole dell’insegnante significano tempo perso a discapito del gioco e per loro non è piacevole aspettare che io finisca di parlare per poter finalmente giocare. Più ore di scacchi passano e meno sopportano le “lezioni”. Anche se non conoscono ancora tutti i pezzi e i loro movimenti, la maggioranza vuole comunque giocare con tutti i pezzi e la parlantina dell’insegnante è “sopportata”  per forza fino ad un certo punto però. In aggiunta si può dire che anche  se la classe è in silenzio, la maggioranza può non essere presente. Questa impressione “silenzio = attenzione” spesso ci inganna.

Nelle classi “difficili” poco concentrate sono costretto a lasciarli in maggior misura a “se stessi” e seguire poi individualmente chi ne ha bisogno e in classi più numerose non ho il tempo materiale per farlo con tutti. Anche se non suona bene questo “lasciarli a se stessi” credo sia stato anche utile. Sembra che l’apprendimento non sia inferiore a quello delle classi con più disciplina e più insegnamento. Alcuni autori propongono di insegnare loro giusto le regole necessarie per poter fare da soli il resto e poi mettersi da parte. Osservare gli sviluppi del gruppo, non interferire se non a richiesta  e rispondere in modo adeguato (per i bambini ovviamente) alle loro richieste di aiuto. Nessun intervento almeno fino a quando non abbiamo raggiunto uno base comune abbastanza solida per poter proporre nuove tematiche che possono poggiare su questa base. Credo che questo modo di procedere sia più “ a norma di bambino”, più adatto alle loro esigenze di imparare a modo loro.

Alla fine le differenze nelle classi sono state cosi minime da non influire sulla competenza negli scacchi. Una sola eccezione conferma la regola, una classe con troppi bambini “difficili” con varie problematiche, alcuni anche certificati, è rimasta indietro. Probabilmente ci vorrà almeno il doppio del tempo per far trovare a questi bambini uno stimolo per partecipare meglio. Seguire in modo particolare i singoli bambini è molto difficile perché sono troppi e il tempo non basta mai.

I bambini sanno cosa è meglio per loro
A mio parere noi adulti sbagliamo quando crediamo che “i bambini non sanno cosa è meglio per loro”. Credo che sappiano esattamente cosa vogliono e cosa siano disposti a sopportare per cimentarsi attivamente in una qualsiasi attività. Senza dimenticarci che non tutti i bambini in una classe vogliono giocare a scacchi, sono le eccezioni a volere gli scacchi anche fuori dalla scuola. Per molti bambini gli scacchi sono solo meglio della materia scolastica. Anche se devo dire che questo già basta per far lavorare gli scacchi sulla personalità dei bambini.

Per molti bambini gli scacchi sono affaticanti e dobbiamo anche prendere in considerazione questo fatto, indipendentemente dalle belle storie di successi che sentiamo, che volentieri esagerano mostrando solo il luccichio o non sono molto oggettive.  Se – dopo 15 ore di lezione – offrissi un invito per venire a giocare al circolo insieme ai bambini di altre classi ponendo la condizione che il bambino in questione debba essere in grado di giocare almeno 90 minuti senza innervosirsi e che gli piacciano veramente gli scacchi anche fuori dalla scuola e non solo come alternativa alla lezione di matematica, avrei un 80-90 per cento di adesioni. Sembrerebbe che tantissimi bambini vogliano giocare a scacchi. La realtà è che una volta che i primi, le eccezioni, accettano la mia proposta segue l’imitazione di gruppo, generata dal bisogno di ogni bambino/bambina di sentirsi premiato – “anche io sono bravo e voglio anche io ricevere l’invito” – sia che gli piaccia il gioco sia che non ne voglia assolutamente sapere di affaticarsi ulteriormente con gli scacchi. Nella realtà fra il 10 e il 30%, nel migliore dei casi, vuole qualcosa di più dagli scacchi.

Dare più spazio ai bambini e al «peer to peer»
In passato spiegavo un pezzo a ogni lezione, dilungandomi un po’ di più per spiegare cavallo, pedone e re. Nel frattempo mi sono convinto che dare più voce in capitolo ai bambini sia una strategia migliore. Vorrei dare loro la possibilità di scelta se trattare tutti i pezzi brevemente in un’ora e poi giocare solamente per le dieci o quindici ore successive, oppure per i bambini che vogliono prima capire bene i singoli pezzi prima di giocarci. Per i secondi posso seguire il programma a piccoli gruppi oppure gestirli nel modo che preferiscono. Significherebbe trattare più programmi diversi nella stessa classe con tutte le difficoltà del caso. Siccome la competenza nel gioco non si modifica significativamente, almeno posso raggiungere meglio le esigenze dei bambini e magari funziona anche meglio. Forse le differenze presenti fra le classi possono in questo modo influire di più. Forse basterebbe per alcuni uno o due poster (o singoli fogli) appesi in classe con un riassunto del movimento dei pezzi per renderli in grado di giocare in qualche modo già da subito. In questo momento non ha ancora una particolare importanza come sia il loro gioco, se fanno le mosse corrette oppure no, impareranno in tempi brevi a giocare correttamente. Se hanno bisogno di aiuto, ce lo faranno sapere e noi saremo presenti con risposte adeguate. Interferenze devono essere limitate e da usare con parsimonia. Il modo migliore per imparare, almeno negli scacchi scolastici, è quello che imparano fra loro. Le affermazioni dei coetanei hanno spesso un maggior valore (vale la pena ricordarsi) o attendibilità delle parole degli adulti, che spesso hanno un secondo fine. In ogni caso ascoltano più attentamente i loro compagni.

Caos in classe = incompetenza dell’istruttore? Per le scuole è spesso così.
Il problema di questo metodo è che le scuole, sia di lingua italiana, sia di lingua tedesca, vogliono che gli si presenti un programma e vogliono anche vederlo eseguito, possibilmente alla lettera. Il Caos o confusione che genera un programma basato sulla scelta dei bambini, democratico nel vero senso della parola, è visto dalla maggioranza del corpo docente come segno dell’incompetenza dell’istruttore di scacchi, i bambini non imparano niente ai loro occhi. Sentono la mancanza dei metodi che hanno imparato e usato finora per semplificare i concetti e facilitare la comprensione. Vorrebbero interferire, e lo fanno anche, per “aiutarci” a fare meglio. Ma se il loro “ meglio” non lo fosse? Il caos e le insicurezze sono alti ma chi dice che i bambini non sappiano gestirli da sé? Ai bambini importa molto meno che a noi il rumore quando giocano a scacchi, non si sentono affatto penalizzati quando si allenano vicino a due chiacchieroni. Cambia poi con l’età. Ho notato che a 13 o 14 anni iniziano a richiedere più silenzio, parlo ovviamente di dilettantismo e non di agonisti a questo punto.

Difficile non immischiarsi
Un’ulteriore difficoltà sta nell’osservare i bambini da parte dell’istruttore che si immischia raramente nel gioco e solamente quando richiesto. I bambini godono della situazione di libertà non controllata ed è una pacchia il poter giocare senza “indicazioni” quasi imposte. Dal punto di vista della scuola non sto facendo “niente”, la mia presenza è inutile visto che i bambini non imparano niente di tangibile, di conseguenza anche il corso di scacchi non serve più e viene soppresso. Questo, a parte i bambini, è male anche per me che ci vivo sopra. Se però seguissi il mio programma, ancora relativamente poco invasivo e leggero, alla lettera e portassi ogni lezione una tematica nuova, magari anche con “effetti speciali” allora il corso degli scacchi sarebbe un’attività stupenda e utilissima. Dal punto di vista della scuola.

Ci sono, per fortuna, anche insegnanti più abituati a gestire un grado maggiore di caos (più rumore e movimento) e si destreggiano abilmente fra bambini e programmi vari. In queste classi posso lasciare i bambini più a se stessi che in altre classi. Può sempre valere la giustificazione che dopotutto la classe è difficile senza incorrere in problemi da parte della scuola. Ho anche visto in passato direttori passeggiare per i corridoi e entrare in classe a fare una sfuriata se il rumore superava i suoi limiti di tolleranza.

Nelle scuole con indirizzo “Montessori” trovo già presente una certa comprensione per il metodo “democratico”, qui la libertà è più importante del programma. Sto sempre ancora sperimentando e ancora trovo spunti su cui riflettere ed eventualmente discutere, riguardo a convinzioni che sembrano consolidate da tempo.

Una Risposta

  1. da insegnante ed istruttore di scacchi ho sempre diffidato delle classi silenziose… partecipare alla spiegazione significa anche intervenire a sproposito perché durante la spiegazione, per associazione d’idee, si sono percorsi sentieri diversi dagli altri…, significa anche confrontarsi con il compagno per capire meglio quanto ascoltato…
    quando poi si passa al gioco libero o controllato il coinvolgimento emotivo dei ragazzi in genere porta inevitabilmente ad alzare progressivamente il livello dell’intensità sonora in classe… le maestre allora ci guardano stupite… ma come, io pensavo che gli scacchi aiutassero la concentrazione e favorissero il silenzio… di solito sorrido e gli spiego che è normale che sia così… capita dappertutto dove vado io… con qualche altro istruttore magari no ma dove vado io è sempre così… non possiamo consumare il tempo e le energie dedicandoci al controllo della classe… alla fine meglio una classe effervescente e coinvolta, una classe che ogni tanto bisogna richiamare all’ordine perché troppo casinista piuttosto che una classe silenziosa e con il freno a mano tirato…🙂

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