• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
    Il blog è aperto ai contributi dei ragazzi e dei loro genitori e agli interventi di altri istruttori e insegnanti.

    Per domande, interventi o collaborazioni ci potete contattare ai seguenti indirizzi di posta elettronica:


    Stefano Tescaro stefano.tescaro@gmail.com
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  • Istruttori

    Sito degli istruttori di Federscacchi

    Il Forum degli istruttori del sito/blog Scacchierando

    Gli istruttori premiati dalla FSI per il 2010:

    FOTO: Gli istruttori dell'anno 2010: Roberta De Nisi, Olga Zimina, Eugenia Di Primio, Andrea Rebeggiani, Sebastiano Paulesu, Giuseppe Rinaldi

    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Il materialismo, malattia infantile dello scacchismo.

Lenin gioca a scacchiNel sito chessteacher un delizioso aneddoto ci ricorda che i bambini giocano per il piacere di giocare e che catturare materiale è un piacere a cui non sanno rinunciare, neanche se vedono un matto in una o due mosse.

 

 

Ogni tanto qualcuno dei nostri allievi si rivela molto promettente. Tim era uno di questi ragazzi talentuosi e sembrava capire molti aspetti del gioco senza neppure che glieli spiegassimo. Amava già gli scacchi quando si unì al circolo scacchistico. Era sempre fra i primi a trovare le risposte giuste agli esercizi.

Ma mi sorprese quando osservai alcune delle sue prime partite. Aveva la possibilità di vincere la partita con un facile matto in due, ma catturò un pedone. Poco dopo mancò un matto in una.

D’accordo, alla fine vinse la partita, ma mi sorprese che non fosse capace di  sfruttare tutte le possibilità che aveva avuto in partita.

In seguito gli dissi che non aveva visto un matto in una. Mi risposte che l’aveva visto. E aveva visto anche altre opportunità di matto in due e in tre mosse. Ma mi disse che se avesse dato scaccomatto, la partita sarebbe finita. E questo sarebbe stato un peccato, perché c’erano ancora tanti pezzi sulla scacchiera da catturare. Così aveva deciso di continuare la partita.

Potevo solo dirgli  che aveva ragione. Aveva ragione per il momento. è più importante godersi  il gioco piuttosto che godere della vittoria di una partita.

Una lezione da Gladwell

malcomgladwellIn una breve presentazione del suo nuovo libro, Outliers, il giornalista e scrittore Malcolm Gladwell, ha segnalato 3 fattori che determinano la la mancata o ridotta valorizzazione delle potenzialità umane (qui il video). Gladwell parla della situazione nordamericana, ma mi pare che quello che sottolinea possa valere anche da noi …con la parziale eccezione degli scacchi! ed è questo il motivo per cui segnalo il suo intervento. Una volta d’accordo sui fattori di limitazione delle potenzialità umane, possiamo affermare, davanti a scuole, genitori e sponsor, che gli scacchi si sottraggono, magari solo in parte, a tutti e tre questi elementi negativi.

Vediamo quali sono i fattori di limitazione individuati da Gladwell:

  • la povertà
    Gladwell fa l’esempio del football americano, che paga l’università agli studenti poveri che giocano bene a football, ma che considera solo gli studenti delle superiori, perdendo perciò i poveri che sono troppo poveri per frequentarle. La stima del “tasso di valorizzazione delle risorse umane” per il football americano è del 16 per cento appena.
  • la stupidità
    Gladwell fa l’esempio dell’hockey su ghiaccio in Canada, che seleziona i bambini solo una volta all’anno, ed essendo uno sport molto fisico, favorisce per questo motivo i bambini nati nei primi mesi, che sono avanti nello sviluppo fisico rispetto a quelli nati nella seconda metà dell’anno. In questo caso il tasso di valorizzazione delle risorse umane è del 50 per cento. Ma siamo nella nazione in cui l’hockey è sport nazionale.
  • il sistema di valori propri di una cultura
    Gladwell fa l’esempio dei cinesi americani, che hanno risultati scolastici e professionali migliori dei bianchi americani non perché siano più intelligenti – hanno anzi risultati mediamente inferiorni nei test di intelligenza – ma perché sono più tenaci e si applicano di più.

Bene, vediamo come si comportano gli scacchi rispetto a questi tre fattori:
povertà – gli scacchi sono insegnati nella scuola elementare, che in Italia è, ancora, accessibile a tutti, e, soprattutto, per essere praticati non richiedono costose attrezzature né impianti sportivi, che di solito si trovano più facilmente nelle zone ricche che in quelle povere. Quindi la ricchezza non crea barriere di accesso;
stupidità – gli scacchi non ne sono immuni, ma non riesco a pensare a casi di limitazione legati a comportamenti stupidi come la selezione degli hockeisti in Canada citata da Gladwell;
valori, cultura, atteggiamenti – gli scacchi stimolano la tenacia, la ricerca di soluzioni, anche l’autorealizzazione personale.

Possiamo sfruttare la popolarità di Gladwell, autore è famoso, considerato fra i primi 8 relatori per popolarità e cachet negli Stati Uniti, per vantare i benefici degli scacchi soprattutto con sponsor ed enti pubblici. Gli scacchi sono perciò un ambito di valorizzazione e non di limitazione delle potenzialità umane.

Poi però non divulghiamo troppo che l’Italia è al quarantesimo posto nel mondo e che qualche limite allo sviluppo del potenziale evidentemente ancora persiste. 🙂

Sotto i 12 anni meglio evidenziare i successi che gli errori.

Il bambino impara dai suoi successi

Il bambino impara dai suoi successi

La moderna pedagogia suggerisce di aiutare i bambini ad imparare gratificandoli per quanto di giusto riescono a fare. Adesso uno studio olandese ha confermato la correttezza di questa raccomandazione. I ricercatori olandesi, utilizzando anche le tecniche moderne di risonanza magnetica del cervello, hanno documentato come i bambini fino a 12 anni imparino in modo diverso rispetto agli adulti.

Fino a 12 anni l’approvazione aiuta a migliorare
ll cervello dei bambini, fino ai 12 anni circa (le classi d’età oggetto di studio comparativo sono state tre: 8–9 anni, 11–13 anni, e 18 –25 anni)  reagisce di più e meglio in presenza di riscontri positivi. Il bambino dunque impara dai suoi successi – se, ovviamente, questi successi gli appaiono tali, per intervento esterno o perché se ne rende conto lui stesso.
Intorno ai 12 anni il cervello è equidistante rispetto ai segnali positivi e a quelli negativi.

Feedback negativo

Gli adulti imparano dai feedback negativi


Gli adulti, invece, imparano dagli errori
A partire dai 13 anni, invece, sono i segnali negativi a stimolare di più la risposta cerebrale. E gli adulti studiati in Olanda (18-25 anni), hanno realizzato risultati migliori quando il feedback era negativo. Hanno, cioè, imparato di più dagli errori che dalle risposte corrette.

 

 

Il blogger da cui ho preso la segnalazione di questa ricerca ne commenta così i risultati:

Le osservazioni di questo studio sono interessanti e potrebbero avere implicazioni importanti per i gentitori e gli insegnanti. I bambini che trasgrediscono le regole o “combattono” con le materie scolastiche sono generalmente rimproverati per non saper imparare dai loro errori. Ma non è che il problema sta nelle nostre aspettative di apprendimento che sono inappropriate?

Quali consigli ricavarne per l’insegnamento degli scacchi
Questa notevole ricerca ci dà modo di tarare l’insegnamento degli scacchi in relazione all’età. Fino ai 12 anni bisogna evidenziare e sottolineare ciò che di buono fa il bambino. Segnalargli gli errori serve a poco. Dai 12 anni, invece, bisogna far lavorare il bambino sui suoi errori e segnalandoglieli gli facciamo un favore.

Lo sgobbone batte l’intelligente

Mentre ricercavo documentazione sulla pratica intenzionale, mi sono imbattuto in una presentazione dello psicologo Fernan Gobet (che è anche MI di scacchi con Elo attuale di 2398) intitolata What does research into chess expertise tell us about education? (Clicca qui per scaricarla).

Non è un documento, ma una presentazione con diapositive che riassumono alcuni risultanti importanti di studi sull’apprendimento degli scacchi e lo sviluppo della competenza scacchistica.

Ad un certo punto Gobet mostra due grafici, che ho cercato di riassumere in un’unica immagine qui sotto. I due grafici sono intitolati “Il ruolo dell’intelligenza nell’acquisizione delle abilità” e mostrano chiaramente come una quantità maggiore di pratica (nello studio in questione, 200 ore annue contro 50) possa annullare in meno di tre anni la differenza nel quoziente di intelligenza (si parla di intelligenza logico-matematica).

Fernand Gobet, 2007

fonte: Fernand Gobet, 2007

L’allenamento e lo studio sono dunque più importanti dell’intelligenza logico matematica, che possiamo considerare una approssimazione del talento.

Una conferma ulteriore della teoria della pratica intenzionale (che, sia detto per inciso, Gobet contesta, ritenendo la pratica necessaria ma non sufficiente. Ma di questo parleremo più avanti).

Ho mostrato il grafico ai bambini del circolo. Non so se sono riuscito a convincerli dell’importanza di dedicare agli scacchi tempo e impegno costante, ma confido che almeno alcuni possano essere motivati a lavorare con più criterio.

Mr Basman, bring me a dream

Il MI Basman con un gruppo di giovani scacchisti.

Se voi foste l’organizzatore di tornei giovanili cui partecipano oltre 70.000 bambini ogni anno, da 3-4 anni a questa parte, sareste ancora insoddisfatti?

Ebbene, il Maestro Internazionale Michael Basman, insoddisfatto lo è. Non si capacita che meno del 10 per cento della popolazione scolastica elementare partecipi!
Ce lo rivela nell’intervista curata da Allard Hoogland e pubblicata sul volume “The Chess Instructor 2009” (a breve una recensione; non correte a compralo comunque, non ne vale la pena).

Ma come ha fatto Basman ad ottenere questi numeri davvero considerevoli?

Le ragioni del suo successo sono così riassumibili:
– insegnamento diffuso;
– limitato impegno di tempo e di risorse per le prime fasi del torneo;
– premi per tutti;
– le occasioni per qualificarsi per le finali sono molteplici.
Vediamole una ad una.

Diffusione capillare dell’insegnamento degli scacchi
Basman, dopo le prime esperienze nella scuola del figlio, ancora nel 1981, ha cominciato a cercare e qualificare tanti insegnanti in varie zone del paese, scegliendo le persone che avevano maggiore attitudine ai rapporti umani e facilità di comunicazione. Significativo l’aneddoto della commessa di negozio che era gentile con tutti i clienti; Basman la notò e le propose di diventare insegnante di scacchi, anche se lei non sapeva nemmeno giocare.

Cominciai a cercare persone che fossero socievoli e in grado di relazionarsi facilmente con gli altri. Una di queste era una commessa di un negozio di alimentari. Aveva sempre parole gentili per tutti, perciò pensai che sarebbe stata un’ottima insegnante di scacchi. Non sapeva giocare, perciò glielo insegnai. Adesso (…) i suoi corsi sono molto popolari.

Come ci ricorda sempre Alex su questo blog, non serve essere esperti scacchisti per insegnare scacchi ai bambini, conta molto di più saper comunicare con loro, entrare in rapporto e farsi accettare.

Impegno limitato di tempo e di risorse
Le scuole hanno poco tempo per gli scacchi e ancora meno risorse. Per questo Basman ha previsto quattro fasi successive per i suoi tornei. Solo la prima, quella più partecipata, si svolge a scuola con una partita sola alla settimana che richiede appena mezz’ora di tempo, senza orologi.  Così nei mesi di gennaio e febbraio, 7 turni di gioco definiscono i qualificati alla fase successiva, che aggrega le scuole di una contea, in 36 “Megafinali”. Basman usa nomi iperbolici per le varie fasi, per gratificare ancora di più i bambini: la terza fase, che aggrega le zone a Nord e quelle a Sud, prevede due “Gigafinali”. E la finale nazionale, in agosto a Londra, si chiama “Terafinale”.
Mega, Giga e Tera finali si svolgono con tornei 6 turni, di un solo giorno per Mega e Giga, di due giorni per Tera. Nelle Giga e Tera finali si usano gli orologi, nemme Mega, invece, dipende dagli organizzatori locali. Dove non c’è l’orogologio le partite sono assegnate col criterio, grezzo ma trasparente, dei punteggi del materiale (fitta al cuore mentre lo scrivo). I tempi di gioco salgono a 40 minuti per turno nelle finali Mega, 30 minuti a testa nelle Giga e 85 minuti a testa nelle finali Tera.
Fin dalla seconda fase di gioco i partecipanti scendono di molto: 8.000 nelle Mega finali, poi 400 nelle Giga e 250 nelle Tera, dove si gioca tutti insieme, senza divisione per fasce d’età.
La fase scolastica prevede una quota di iscrizione per scuola di 36 sterline (circa 50 euro). Nelle tre diverse finali, invece, ogni bambino paga 9 sterline (13 euro) per torneo.

Un premio per tutti
Tutti i bambini ricevono un premio per ogni partita giocata.
Anche il sistema dei punteggi fa in modo che la sconfitta riconosca un punto in classifica. Nessuno perciò resta a zero, e anche questo è gratificante per i bambini e li invoglia a partecipare.
I premi sono di piccolo valore: spille (con marcavittorie!), portachiavi, ecc.
I vincitori hanno coppe e, per le finali, anche premi in denaro. Una parte delle quote di iscrizione, infatti, viene devoluta al montepremi. Il vincitore assoluto del 2008 guadagnerà 2.000 sterline, quasi 3.000 euro!

Tante categorie per favorire le qualificazioni
Nei tornei scolastici i bambini sono divisi per fasce d’età e questo evita eccessive disparità nel gioco e aiuta a qualificare più persone.
Solo nelle finali nazionali (Tera) maschi e femmine di tutte le età gareggiano insieme.

I tornei promossi da Basman (v. sito internet ufficiale) hanno visto raddoppiare le presenze a partire dal 2001, quando un grosso sponsor, British Land, ha cominciato a finanziare queste attività, fornendo risorse per aumentare i premi e la promozione nelle scuole.

Personalmente non apprezzo molto la formula, ma ritengo che due idee siano da valutare molto attentamente:
1) il torneo scolastico “lungo” gestito dalla scuola che paga l’iscrizione e riceve i premi dall’organizzazione nazionale;
2) il gadget per tutti (e il sistema di punteggi che evita lo zero anche a chi perde tutte le partite).
Ero contrario a dare medaglie o premi a tutti i bambini, ma ora, dopo aver letto le motivazioni di Basman, mi sto convincendo che un piccolo regalo a tutti aiuti l’entusiasmo verso gli scacchi; purché si tengano distinti i gadget dai premi, trofei e medaglie, che spettano solo ai vincitori.

Il titolo è ispirato a questa canzone.

Bambini più vivaci intellettualmente, più tranquilli in classe. Effetto degli scacchi a scuola.

immagine rielaborata da foto di  clarkstown67 su FlickrI bambini che praticano gli scacchi a scuola migliorano nelle capacità intellettive e nel comportamento rispetto a quelli che non lo fanno.
Insegnanti elementari e genitori saranno molto contenti di questa “scoperta” (o conferma?) che i ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia, hanno fatto studiando per un anno i bambini di due scuole elementari della città in cui si pratica il tempo pieno.

La notizia è stata segnalata ancora una volta dall’ottimo blog di di Susan Polgar, che ha ripreso il tutto dal sito del quotidiano The Scotsman. La ricerca registra i miglioramenti, ma non presenta alcuna ipotesi su come questi siano stati generati.

La domanda importante è perché questo succede“, ha detto Dod Forrest, della School of Education [dell’Università di Aberdeen]. “Abbiamo esaminato le capacità di lettura prima e dopo che i bambini imparassero a giocare a scacchi, e abbiamo visto che migliora notevolmente, ma non riusciamo a capire bene come

Uno studente di Edimburgo, commentando la notizia sul sito dello Scotsman che riportava la notizia, ha ricordato uno dei vantaggi degli scacchi nella scuola, e cioè che

Gli scacchi (…) sono una competizione dove i bambini possono eccellere indipendentemente da chi sono o da dove provengono.

Gli scacchi, insomma, livellano le differenze sociali o fisiche di partenza. Ma non solo: la pratica degli scacchi migliora le capacità di relazione del bambino, perché lo porta a confrontarsi e misurarsi con gli altri, e lo porta a girare per città e paesi per partecipare ai tornei.

Alexander Wild ci racconta su questo blog quanto gli scacchi aumentino la concentrazione e la tranquillità dei suoi piccoli allievi. Ma vale anche per quelli un po’ più grandi. Pochi giorni fa una mia collega, mamma di un bambino di 13 anni che gioca a scacchi solo a scuola, mi ha riferito che “è l’unica ora in cui sta fermo, perchè è molto interessato”.

immagine: elaborazione da foto di clarkstown67/Flickr

Allenamento e miglioramento scacchistico secondo Dvoretskij.

Mark DvoretskijNel suo articolo su ChessCafè.com, pubblicato oggi, Mark Dvoretskij ci dice come la pensa sui  metodi di studio e allenamento per scacchisti ambiziosi che vogliano migliorare. Lo fa dall’alto dei numerosi successi sportivi dei suoi allievi. Oggi, infatti, è uno degli allenatori di scacchi più quotati. Dvoretskij ha in mente giocatori di livello magistrale (ben oltre i 2000 punti elo) tendenzialmente giovani e con buone potenzialità di crescita scacchistica. Ma alcune considerazioni sono utili, secondo me, anche per chi voglia allenare di giovani agonisti “normali”. Quelli che ancora studiano al circolo, per intendersi.

Cosa ci dice Dvoretskij nel suo articolo?

  • non serve concentrare troppo lo studio sulle aperture. Conoscerle è sì indispensabile, ma non se il tempo loro dedicato sovrasta quello destinato al miglioramento e all’allenamento nel mediogioco e nel finale, che sono più importanti.

  • La conoscenza scacchistica è importante e non è vero che oltre un certo livello, cresce di poco, perché anche i grandi maestri commettono molti errori, alcuni di livello elementare, nel mediogioco e nel finale. Quindi, se anche i GM hanno ancora molto da imparare, chi è ad un livello inferiore ha tanto da studiare.

  • Citando Rowson (da Chess for Zebras),  Dvoretskij ci dice che acquisire abilità (skill) è più importante che acquisire conoscenza. Da ciò il corollario che l’esercizio di analisi di posizioni e partite fa migliorare molto di più rispetto allo studio.

  • Perciò il ruolo dell’allenatore / istruttore, oltre ad analizzare il gioco dell’allievo per individuarne i punti di debolezza, è quello di trovare situazioni (posizioni) scacchistiche da analizzare a fondo per poi sottoporle all’allievo nelle sedute di allenamento. Ovviamente l’allenatore deve proporre all’allievo quelle posizioni e situazioni che lo aiutano a sviluppare le competenze e le abilità in cui è più carente.

  • Infine un cenno ad una cosa che Dvoretskij mette all’inizio dell’articolo. Citando Botvinnik, egli sottolinea l’importanza della preparazione psico-fisica.

    Gli scacchi e il counseling scolastico

    Bambini giocano con scacchi gigantiLo psicologo Fernando Moreno, consulente delle scuole della contea di Montgomery nel  Maryland  (USA) promuove da anni gli scacchi come strumento di intervento verso gli alunni bisognosi di aiuto, sia esso psicologico, sia relazionale.
    Su questo ha anche scritto un libro, Teaching Life Skills Through Chess (Insegnare le competenze della vita attraverso gli scacchi), pubblicato nel 2002 dall’editore American Literary Press, Inc..
    Il libro, di 78 pagine appena, è diviso in quattro capitoli:
    – Gli scacchi come analogia della vita
    – Come usare gli scacchi nel counseling
    – Le posizioni di scacchi da usare nel counseling
    – Programmi di counseling con gli scacchi
    Chi fosse interessato ad una recenzione può consultare quella del sito chessville.com, o anche questa. Io mi limito a riportare, tradotto, il soffietto editoriale ripreso dalla scheda di Amazon.com:

    Presentando gli scacchi come una metafora della vita, Moreno realizza una corretta applicazione delle abilità e delle strategia necessarie per vincere a scacchi e per fare scelte vincenti nella vita. Ricco di riferimenti a ricerche cognitive e pedagiche collegate, così come di casi di studio e aneddoti riguardanti gli scacchi usati in interventi di counseling, Teaching Life Skills Through Chess  è una guida pratica e facile da seguire per consulenti, insegnanti e genitori che abbiano a che fare con studenti di ogni età.

    Qualche idea in più sul contenuto del libro ce la dà questa  presentazione sul counseling con gli scacchi realizzata per un seminario dell’agosto 2006. Moreno sostiene:
    1)  che gli scacchi sono ideali per l’insegnante perché nel gioco sono annullati gli effetti delle condizioni socio-economiche e linguistiche di partenza, conta solo la capacità di pensare;
    2) il gioco (degli scacchi) permette  di ridurre o azzerare le barriere fra l’educatore o lo psicologo e il bambino. Giocando, il bambino esprime se stesso,  e nel gioco non percepisce più come minaccioso l’intervento dello psicologo;
    3) la caratteristica di gioco strategico permette al bambino di esprimere i suoi disagi e, soprattutto, all’educatore/psicologo di usare le situazioni di gioco come metafore di possibili comportamenti o atteggiamenti nei confronti della vita.

    Gli scacchi nelle scuole sono dunque, secondo Moreno, uno strumento potente per favorire l’apprendimento di risorse emotive (controllare gli impulsi, ritardare la gratificazione, identificare ed esprimere sentimenti ed emozioni, ridurre lo stress, ecc.), di risorse organizzative e strategiche.

    I discorsi che collegano le posizioni sulla scacchiera con situazioni della vita reale promuovono [nel bambino] lo sviluppo di risorse e capacità emotive e di socializzazione.

    Ecco una posizione usata da Moreno nell’attività di counseling:

    Evitare lo scontro fa vincere la partita

    Ed ecco come la affronta nell’aiuto terapeutico ai bambini:

    Soluzione dei conflitti / lotta
    Il Nero ha appena spinto in g6 il suo pedone. Tocca al Bianco muovere, cosa faresti?
    Se il pedone bianco avanza, nessuno potrà più fermarlo. Sarà promosso a Donna e in seguito darà scaccomatto al re nero. Ma se il pedone bianco cattura quello nero,l’altro pedone lo catturerà a sua volta e nessuno vincerà. Finirà patta.
    Consiglio per la vita: quando qualcuno ti sfida, ti infastidisce o entra nel tuo spazio, la tua prima reazione potrebbe essere di reagire e cacciarlo. È la decisione migliore? Potrebbe essere meglio pensare prima di muovere. Concentrati sul tuo obiettivo e allontanati dai guai. Il conflitto non risolve, nessuno vince.

    Concludo dicendo che questo approccio mi convince poco. Sono convinto, come la dottoressa Filipp dell’Università di Treviri (leggi qui l’intervista), che gli scacchi non siano la panacea. Aggiungo di mio che trovo molto “americano” questo utilizzo disinvolto di qualsiasi attività – per Moreno gli scacchi – per trasformarla in terapia. Gli scacchi sono talmente vasti che si possono trovare posizioni che dimostrano qualsiasi strategia di vita o principio comportamentale vogliamo trasmettere. Ma anche il suo contrario.

    Scacchi e matematica nella scuola elementare

    La scacchiera può essere usata anche per altri giochi.La notizia è stata segnalata da Susan Polgar nel suo ottimo blog. Un’altra scuola elementare, quella di Ortonville (stato del Minnesota, negli Stati Uniti d’America), ha introdotto l’insegnamento degli scacchi per migliorare l’apprendimento della matematica. Clicca qui per leggere l’intera storia (in inglese).

    Il miglioramento delle capacità matematiche nei bambini che praticano gli scacchi nella scuola elementare è riscontrato spesso. Ed è uno dei motivi per cui gli scacchi sono ben accetti da parte della scuola.

    Aggiunta del 2 dicembre 2007

    Qui un’altra esperienza di utilizzo degli scacchi per migliorare le capacità matematiche dei bambini. Anche questa segnalata in origine dal blog di Susan Polgar. Il sito che riporta la notizia ci informa che:

    I bambini della quarta della Scuola elementare di Forest Lake imparano gli scacchi e il cribbage (un gioco con le carte) come parte di un nuovo programma scolastico che, nelle speranze degli insegnanti, trasferirà la teoria delle lezioni nella pratica del gioco e darà agli studenti la possibilità di continuare ad imparare divertendosi giocando anche a casa.

    mentre gli insegnanti intervistati sottolineano che:

    gli scacchi introducono lo studio del rischio e di strategie che siano premianti.

    foto: Kimberly P. Mitchell/DFP

    dxc6 o bxc6?

    Con quale pedone riprendo?Vicenza, 21 ottobre, si sta giocando l’ultimo turno del torneo B del Grand Prix. È un torneo fra bambini che hanno imparato da poco a giocare; quelli un po’ più esperti o scafati giocano nell’A. Un bambino riprende in c6 col pedone d. Correttamente, perché mantiene due sole isole pedonali e apre la diagonale c8-h3 al suo alfiere.

    L’istruttore del bambino, colui che gli ha insegnato e gli sta insegnando a giocare a scacchi nei corsi delle scuole elementari, lo rimprovera dicendogli di riprendere coi pedoni sempre verso il centro.

    Sono presente e fra me e l’altro istruttore, del mio stesso circolo, nasce una pacata discussione. Io sostengo che non si dovrebbe intervenire per correggere una mossa valida. L’altro istruttore sostiene invece che è meglio rinforzare un concetto – una “regola” nel linguaggio del bambino – anche nei casi in cui la sua applicazione si dovesse rivelare scorretta, come in questo caso.

    Razionalmente capisco la sua logica: i bambini hanno bisogno di regole certe, sono molto più “assolutisti” di noi e questo serve anche a non disorientarli. Ma resto dell’idea che avrebbe fatto meglio a non intervenire, anche se sono confuso al riguardo.
    Sbaglio?