• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
    Il blog è aperto ai contributi dei ragazzi e dei loro genitori e agli interventi di altri istruttori e insegnanti.

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    Stefano Tescaro stefano.tescaro@gmail.com
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    FOTO: Gli istruttori dell'anno 2010: Roberta De Nisi, Olga Zimina, Eugenia Di Primio, Andrea Rebeggiani, Sebastiano Paulesu, Giuseppe Rinaldi

    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Stress positivo e apprendimento consapevole

Allontanarsi dall’agonismo.
Se l’agonismo negli scacchi, per i bambini, fa bene oppure non è anche una questione di punti di vista. Per me stesso ho compreso che non è utile ai bambini, anzi è controproducente per i bambini ovviamente non per gli scacchi.

Per questo mi sto allontanando ancora di più dall’agonismo negli scacchi che insegno a scuola, ma mi sto anche allontanando di più dal principio del rendimento e competizione tipicamente scolastici.

L’apprendimento consapevole.
La motivazione per questo viene dalle mie preferenze verso l’apprendimento consapevole (1).

L’apprendimento consapevole dipende molto da fattori come: motivazione ( la disposizione ad apprendere), attenzione e curiosità. Pure il valore della novità gioca un ruolo, ma è solo una parte dell’insieme. L’attenzione focalizzata è la condizione più importante per un apprendimento consapevole. Due sono le strategie principali.
La prima strategia “Top-Down” definisce dall’alto al basso. Lo scopo cognitivo è migliorare la qualità del conosciuto oppure imparare qualcosa di nuovo.
La seconda strategia “Bottom-Up”  oppure dal basso verso l’alto mette in primo piano il fattore/esperienza emozionale.  Apprendiamo al meglio se lo scopo/traguardo è per noi importante e ci stimola emotivamente.
La novità  può risvegliare l’attenzione. Ma il solo fatto di essere un’informazione o un’esperienza nuova non garantisce che un individuo continui a confrontarsi, con l’informazione o esperienza, e di conseguenza impari qualcosa. È necessario che l’informazione o contenuto abbia una rilevanza e importanza per l’individuo in questione. Questa importanza dipende o è condizionata dalle conoscenze già acquisite e consolidate, come anche dalle esperienze e valori propri dell’individuo.
Se la nuova informazione è troppo lontana o estranea, non esiste nessuna conoscenza di base alla quale agganciarsi, è classificata come irrilevante e ignorata o rigettata.
Nell’apprendimento non è la novità il fattore più importante, ma la connessione del nuovo con il conosciuto/disponibile, il che amplia e riconsidera il disponibile.
Prof. Dr. Med.  Norbert Herschkowitz

Il bambino non è un computer
La società  moderna considera il bambino come una specie di computer, dove basta inserire il maggior numero di dati per un migliore funzionamento.
Ma il bambino non è un computer (meno male).
La prima differenza è nel richiamare i dati disponibili: il computer li richiama da un preciso indirizzo, mentre il cervello lavora per associazioni, il che implica, di solito, anche un campo più vasto.
Il cervello è un sistema che si autoregola, nel senso che si adatta continuamente alle situazioni esterne del soggetto in questione. Quando le situazioni esterne cambiano, nell’immediato non succede niente, il cervello continua a lavorare come un computer che non riesce a percepire che il suo ritmo di lavoro è diventato troppo lento o il disco fisso è diventato troppo piccolo. Quando noi infine percepiamo che le esigenze delle situazioni superano le nostre capacità di risoluzione, scatta un meccanismo che aumenta o migliora i punti di contatto o strade (reti), permettendo un più efficace uso delle connessioni che ci servono per gestire queste nuove situazioni. Se la situazione esterna cambia completamente, ancora non cambia niente nell’immediato. Il cervello continua a lavorare come un computer, anche se “intelligente” e con la possibilità di imparare dagli errori, che non percepisce però di lavorare con il programma sbagliato.

A dispetto del computer, quando noi percepiamo che qualcosa è cambiato profondamente e che con le nostre attuali strategie non riusciamo a risolvere la situazione, il cervello riduce queste “autostrade verso il nulla” o addirittura le elimina. In questo modo abbiamo la possibilità di rincominciare da capo e sperimentare nuove possibili soluzioni e cambiare/reimparare.
A questo punto ogni computer andrebbe in tilt, eccetto forse nel caso che fosse capace di emozioni. Per quante capacità le macchine possano avere, la mancanza di sentimenti e sensazioni le renderà sempre inferiori alle capacità umane. Non saranno capaci, se non glielo diciamo noi, di percepire quello che succede nel mondo. Se non glielo diciamo noi, che quello che abbiamo detto loro ieri oggi è cambiato completamente, non sono in grado di percepire che la situazione oggi è completamente diversa.

Se non vogliamo che i nostri bambini diventino dei computer non dobbiamo trattarli come tali. Come Teilhard de Chardin (1959) oppure Erich Fromm (1979) hanno tentato di spiegare, l’importanza di imparare a guardare meglio e con più precisione e percepire meglio ciò che ci circonda, per capire come possiamo cambiare il nostro ambiente con le nostre azioni. In questo modo possiamo creare una fitta rete di strade e collegamenti al posto di autostrade, dalle quali poi non riusciamo più a scendere.

Un bambino che non capisce subito un argomento trattato, vale anche per gli scacchi nelle scuole elementari, non ne fa ancora un dramma. Quando però il prossimo argomento arriva prima ancora che abbia compreso il precedente e di conseguenza non comprende nemmeno l’ultimo, inizia a diventare un problemino. Se si continua su questa strada il bambino alla fine ha un grosso problema, qualsiasi cosa faccia i risultati saranno per la maggior parte negativi. A questo punto perde la voglia e smette di partecipare, non ci prova nemmeno più. Si ritrova, dopo un certo periodo, con un’autostrada mentale che non porta da nessuna parte, ma dalla quale non riesce più a scendere da solo. Non ha avuto il tempo e la possibilità di elaborare nuove strategie.

Usare lo stress positivo.
Dicono ci sia lo stress che fa bene, ma quale?  I neurologi definiscono stress positivo quello che scaturisce, quando ci troviamo in situazioni nuove e le nostre vecchie strategie non funzionano più.

Se riusciamo alla fine a trovare nuove strategie per la risoluzione delle situazioni nuove, siamo migliorati, cresciuti e abbiamo qualche nuova stradina in più che ci porta verso un traguardo o una soluzione. Se però siamo fissati/programmati con le vecchie strategie, se siamo poco flessibili siamo condannati all’insuccesso, se questa situazione persiste arrivano le patologie psichiche ma di conseguenza anche fisiche. Mi sembra che i bambini con questi problemi siano in aumento.

Lo stress positivo deve essere controllabile sia da parte dell’insegnante/istruttore che dal bambino. Ci deve essere una consapevole e realistica buona possibilità che il bambino, messo davanti a situazioni di stress riesca da solo a poter provare a trovare una nuova strategia.

Come procurare ai bambini uno stress positivo? Da istruttore di scacchi penso ovviamente al gioco degli scacchi. Mi sono convinto dell’ipotesi che gli scacchi siano per se uno stress (positivo) continuo. C’è un susseguirsi di nuove situazioni, spesso inaspettate, devono continuamente destreggiarsi fra successi parziali e insuccessi e si ritrovano a dover spesso riconsiderare le proprie strategie. In più devono riuscire a gestire al meglio un esercito di pezzi con caratteristiche diverse.

Credo che questo tipo di stress sia alla base del miglioramento anche scolastico dei bambini. Si allenano a scoprire che possono trovare nuove vie, nuove strategie per scendere dalle autostrade.

La capacità  di elaborare strategie adatte alle situazioni è un denominatore comune per migliorare.

Un’applicazione pratica dello stress positivo: il matto delle scalette.
Ho voluto sperimentare una situazione di stress con le terze classi dopo circa 40 ore di scacchi in 6 classi diverse.

Prendo il tema del Matto con le due Torri, nonostante siano previsti più tardi. Provo tre modi diversi,

1. la scacchiera magnetica per terra e i bambini intorno e a turno muovono i pezzi secondo indicazioni e domande.

2. a coppie sulla scacchiera davanti muovono i pezzi secondo indicazioni e domande.

3. Scacchiera murale, insegnamento frontale con domande.

Il primo e il terzo metodo con risultati lievemente peggiori. Prenderò come base, per questo motivo,il secondo metodo.

Faccio prendere ai ragazzi la posizione di lavoro: due bambini con una scacchiera, la prima traversa rivolta verso di loro e i pezzi ai lati della scacchiera.

Detto la posizione dalla quale partiamo:
– Bianco: Re1, Ta1 e b2;
– Nero: Re3.

Spiego che si chiama “Matto degli scalini” perché le Torri si muovono in alternanza e formano degli scalini. Spiego che una Torre impedisce al Re la traversa in questione e l’altra da scacco costringendo il Re ad avvicinarsi al bordo della scacchiera. Al primo giro il Re Nero si muove sulla colonna “e” e in poche mosse è Matto. Nel secondo giro il Re si avvicina alle Torri, qualcuno (pochi) si accorge che la Torre è attaccata e si blocca. Propongo di tenere sempre d’occhio il Re se si avvicina troppo, e consiglio di spostare le Torri dall’altro lato della scacchiera, lontano dal Re, e impostare nuovamente gli scalini. Mi fermo qui perché non voglio imporre più del necessario, voglio che cerchino da soli il resto e la classe sta anche diventando velocemente sempre più assente. Lo schema è “troppo facile e noioso” e non sono più disposti a seguire attivamente la lezione.

Detto la posizione successiva:
– Bianco: Re1, Td1 e f1;
– Nero:  Re4.
Gioco in simultanea con le coppie.

Hanno il tempo fra una mossa e l’altra di decidere quale mossa giocare. Tutti hanno grandi difficoltà, in media non una coppia per classe collega la posizione presente alla posizione del matto degli scalini. I disinteressati, mentre aspettano il mio ritorno, si occupano di tutto fuorché cercare la prossima mossa. La motivazione per cercare la mossa giusta è data dal fatto che appena mi danno il Matto possono giocare. Le mosse dei bambini non hanno un fine preciso muovono i pezzi con la sensazione del momento. Non hanno ancora la consapevolezza per impostare un piano, uno schema, a lungo termine. La lezione fatta precedentemente è automatismo, ma non apprendimento, nel senso che sanno quello che hanno appena imparato, ma non sanno che farsene con questi dati “memorizzati” come un computer. Non riescono a creare dei collegamenti con esperienze precedenti che, in effetti, non ci sono nemmeno ancora.

Alcuni trovano lo stallo portando il proprio Re in opposizione al Re Nero fino allo stallo, altri provano a mettere le Torri sui lati opposti della scacchiera, ma al momento di concludere in Matto ritornano alle mosse dettate al momento emotivo e mi danno l’occasione di riportare il Re nel centro. Molti non concludono niente, nel senso che cacciano il mio Re fra due o tre traverse.

Dopo un sacco di mosse inconcludenti e tanti nuovi inizi, se perdono una Torre o mi mettono in stallo si ricomincia dalla posizione di partenza, chiedo cosa abbiamo “imparato” oggi. Risposta unanime “il Matto degli scalini”, e mi mostrano con le mani il movimento virtuale delle Torri.

Chiedo allora “Perché non lo fate?”. Alcuni d’ora in poi ci provano con più o meno successo, ma l’ora è finita e non hanno giocato. Nella prossima ora, nuova posizione, c’è un lieve miglioramento e alcuni giocano. Nella terza ora la maggioranza riesce a giocare. Alcuni bambini trovano anche proprie soluzioni, per esempio mettono le Torri ai lati opposti della scacchiera, evitando gli scalini e mi danno Matto in poche mosse. Alcuni invece di spostare le Torri sull’altro lato della scacchiera, quando il Re attacca una delle due Torri, spostano la Torre di una casa per difendere l’altra mettendomi in Zugzwang e cosi possono continuare con gli scalini. Pensavo fosse più semplice spostare le due Torri dall’altra parte, ma evidentemente in alcuni casi sbagliavo. Questo conferma che i bambini sono diversi e i sistemi sono funzionali solo in relazione alla loro individualità.

In tutte e sei le classi (un centinaio di bambini) trovo le stesse identiche situazioni, potrei proseguire alla cieca senza timore di sbagliare qualcosa.

Cosa mi ha portato l’esperimento in vantaggi oltre a qualche conferma? Dopo 4 ore ho deciso di smettere, la maggioranza mi da matto in 5 minuti ormai, e di proseguire con il “Matto della Donna con la mossa di Cavallo”. Nelle prime 4 classi ho notato una maggior attenzione anche da parte dei disinteressati, vogliono pur giocare anche loro alla fine, e vuoi per il sistema più semplice, ma anche con la complicità di una maggiore attenzione e forse anche una piccola base sulla quale poggiare, questa volta la simultanea non crea problemi ai bambini. Qualche stallo c’è stato ma hanno giocato tutti alla fine.

La morale della storia: Puoi spiegare un nuovo argomento in tutti i modi possibili e anche se i bambini ripetono tutto quello che hai detto, esattamente come lo hai detto, nella maggioranza dei casi è stata memorizzazione di dati senza apprendimento o comprensione. La base per usare i dati proposti, per apprendere, è l’interesse individuale e comprensioni consolidate sulle quali poggiare nuovi dati. La mole dei dati memorizzati non hanno niente a che fare con le comprensioni che sono state valutate e consolidate in precedenza. Ciò non toglie che, per un certo periodo di tempo, i dati rimangono a disposizione.
 
————————
(1)  L’apprendimento:
 – inconsapevole
    all’incirca il 90% 
    automatico, veloce, routine, abilità
 – consapevole 
    all’incirca il 10%  
    mirato, complesso    consapevole, lento, nuove cognizioni creative

Agonismo per i bambini? Meglio di no

Bambino gioca a scacchi

I bambini  hanno bisogno di misurarsi?
Probabilmente si!

I bambini hanno bisogno di agonismo?
Assolutamente no!
 

 

 

 

Non sempre prima vuol dire meglio.
Con la scusa che gli scacchi fanno bene, li si propone a bambini di età sempre più bassa. Al convegno di Torino, Gli scacchi, un gioco per crescere, ho saputo che in Cina propongono gli scacchi ai bambini dai tre anni in su. Più o meno lo stesso si sta facendo in India e in Turchia, e persino nella patria degli scacchi scolastici, la Germania, hanno sviluppato programmi di “allenamento” per bambini dell’età prescolare. Subito dopo i primi rudimenti, ci sono i tornei, e questo è male, come cercherò di dimostrare nel mio articolo.

Io penso, e me ne convinco ogni giorno di più, che far praticare l’agonismo ai bambini prima dei 10 anni (ma sarebbe meglio fossero 12) è deleterio per la loro riuscita come persone.

agonismo [a-go-nì-smo] s.m.
Strenuo impegno, volontà di vincere una competizione
SIN combattività: acceso agonismo
Dizionario Sabatini-Coletti

I bambini  hanno bisogno di misurarsi, non di agonismo.
Chi è favorevole all’agonismo anche per i piccoli sostiene, fra l’altro, che è necessario che i bambini possano misurarsi. Sono d’accordo, ma vediamo cosa vuol dire davvero misurarsi.
I bambini iniziano all’incirca dai tre anni in poi a voler vedere cosa sanno fare rispetto ad altri. Si tratta di un motore importante del loro sviluppo, dal quale – ma non solo – dipende anche lo sviluppo dell’autostima, della sicurezza, del sé. Per questo è importante che nel misurarsi abbiano successo. Non sempre, non su tutto, ma almeno qualche volta e su qualche cosa devono poter essere i migliori.
Uno studio condotto negli USA ha rivelato che bambini che hanno frequentato scuole con pochi alunni hanno raggiunto posizioni di rilievo nella società in misura maggiore rispetto ai bambini che hanno frequentato scuole con molti bambini. Il motivo di ciò è che nel piccolo gruppo il bambino trova facilmente qualcosa che sa fare meglio degli altri, mentre man mano che il gruppo si allarga, trova più facilmente qualcuno che sa fare quella cosa meglio di lui.
Il bambino può misurarsi a scacchi semplicemente giocando partite con i compagni, senza un adulto che controlla chi è il più forte, senza alcun diploma per aver vinto. Il gioco serve al bambino a dimostrare a se stesso che sa farlo bene. L’unico scopo è il gioco/sport e si gioca con gli amici punto e basta.
L’agonismo porta qualcosa in più?  Io non ne sono convinto.

I bambini non hanno la maturità per dare alla sconfitta o alla vittoria il giusto peso. Viceversa si identificano con il risultato, e se perdono, perdono autostima. Questo è assodato fino ai dieci anni, ma per andare sul sicuro possiamo anche aumentare la soglia di sicurezza a 12 anni.
Dopo una certa età non associano  più la sconfitta con il valore di sé, ma come conseguenza di un azione eseguita male. Questo non vuole ancora dire  accettare la sconfitta, ma solamente capire che la sconfitta non diminuisce il valore del soggetto.

Lo sport si interroga sull’agonismo
Chi si occupa oggi di sport giovanile si interroga sulla pratica agonistica dei bambini. Si chiede quando e come avvicinare i bambini all’agonismo e sta smontando precedenti entusiasmi e accelerazioni agonistiche.
Ad esempio, lo psicologo dello sport Vittorio Prunelli, annota:

Sempre di più oggi vediamo atleti attenti ai doveri e alle rinunce, pronti al massimo impegno e alle richieste degli allenatori, ma al tempo stesso spesso privi di autonomia, creatività e iniziativa
(…) sono troppe le potenzialità della mente che gli attuali metodi di formazione sportiva trascurano, non coltivano e a volte addirittura mortificano: lo sport si richiama ancora ad un agonismo sbagliato, alla specializzazione precoce, alla richiesta di pronte e fedeli esecuzioni, a pressioni costanti e difficilmente tollerabili, al divieto di sperimentarsi al di fuori di schemi fissi, alla condanna dell’errore e a metodi a volte privi di strumenti scientifici moderni.
Vincenzo Prunelli, Sport e agonismo. Come conciliare testa e gambe per formare uno sportivo completo,

Prunelli  non è contrario alla pratica agonistica, anzi, lavora perché sia realizzata al meglio. Ma non può fare a meno di rilevare i molti fallimenti dell’agonismo.

I mali dell’agonismo precoce.
L’agonismo comporta principalmente la ricerca per la vittoria. Combattimento e rivalità sono i punti salienti che escono dall’agonismo. Ma la vita non è solo battaglia e rivalità, che anzi occupano una minima parte nella vita dell’adulto

Il primo torneo è un’esperienza stressante e pesante per molti. Per quanto l’allenatore/istruttore si sforzi per sminuire l’importanza del risultato e sottolinei che “l’importante è partecipare”, il bambino si aspetta comunque di vincere, e questo gli porta tensioni varie. Inoltre l’allenatore è spesso un agonista (o ex) e questo è percepito dal bambino e attenua la portata delle parole sdrammatizzanti dell’adulto.
Alcuni bambini smettono subito a causa dell’eccesso di stress, mentre altri continuano anche senza provare piacere, per l’azione trainante del gruppo (i miei amici ci vanno, DEVO andarci anch’io).

Ai Campionati Italiani Giovanili di Merano del 2008 ho portato tre bambine di 8 anni e una di 6. Sapevo che avevano la padronanza del gioco per poter fare almeno 3 o 4 punti, e credevo che questo fosse sufficiente ad evitare loro frustrazioni eccessive. In più sembrava proprio che fossero motivate a partecipare, perché io non le avevo forzate in alcun modo e, generalmente, non do molto peso all’agonismo. Per prepararle al meglio ho fatto loro un piccolo corso di allenamento in vista del torneo. Le ragazze andavano d’accordo fra loro e facevano gruppo, sostenendosi a vicenda. I genitori – persone equilibrate, che sostenevano le figlie senza metter loro troppa pressione – erano favorevoli alla competizione perché ritenevano che avrebbe aiutato le loro figlie a misurarsi con i problemi della vita.
Considerati tutti questi elementi, ero ragionevolmente sicuro che le mie ragazze non avrebbero avuto problemi. Invece sbagliai clamorosamente.
Non avevo tenuto in considerazione l’incomprensione linguistica. Da noi a 7/8 anni iniziano ad imparare l’italiano e le conoscenze che hanno acquisito non bastano per dialogare con chi non sa il tedesco. La mancanza di dialogo con le avversarie non ha permesso alle bambine di Merano di abbassare il livello di tensione che questi tornei comportano. Mal di testa, vomito, mal di pancia e pianti si sono susseguiti per quasi tutta la durata del torneo.

Riporto questo episodio per sottolineare quanto sia difficile capire se ci sono tutte le condizioni perché l’agonismo non abbia effetti negativi sui bambini. E quindi, nel dubbio, preferisco sconsigliare a tutti la scelta agonistica.
Lo scrivo, da genitore io stesso, soprattutto per i genitori perché ci entusiasmiamo quasi sempre per i nostri figli e pensiamo che possano misurarsi nelle competizioni anche quando sono piccoli. Ma, salvo rare eccezioni, questo non è vero.

L’esperienza di Merano mi ha convinto a non proporre MAI in alcun caso l’agonismo, visto che non ho la competenza e obiettività necessarie per decidere chi abbia bisogno dell’agonismo prima dei 12 anni.
Perciò nelle mie classi non parlo né a favore, né contro l’agonismo; rispondo alle richieste di informazioni dei bambini e se qualcuno vuole dedicarsi all’agonismo lo indirizzo al circolo più vicino (sempre se quel circolo possa essere adatto al bambino, cosa che non è affatto scontata).

L’agonismo è utile (e necessario) solo per un esigua minoranza.
Se chiediamo agli agonisti di successo, ci sentiamo rispondere quasi sempre che lo sport ha dato loro molto – ovvio, hanno avuto successo –  ma ci sentiamo anche spesso dire che non farebbero rifare un percorso simile ai propri figli. Chissà perché! Forse perché il successo nello sport non è tutto? Forse perché le privazioni sono tante? Cosa direbbero tutti quelli che hanno smesso per i svariati motivi? Come ne sono usciti? Hanno avuto qualcosa dall’agonismo o è stato loro tolto qualcosa?
Un bel po’ di domande sulle quali si può riflettere.

L'agonismo può far male

 

I benefici dell’agonismo si possono ottenere anche senza agonismo!
Cosa porta in più l’agonismo?  Un campo di battaglia più vasto? La conferma ufficiale (coppe, medaglie ecc.) di essere il piú forte? I soldi? La notorietà? Tutte cose che servono soprattutto agli adulti, i bambini ancora non ci pensano, soprattutto se non sono ancora stati educati a ciò dalla società o dai media.

I benefici VERI più spesso associati all’attività sportiva sono la socializzazione, la disciplina la responsabilità e l’autonomia.
Ma ho veramente bisogno di agonismo per realizzare questi scopi?

La socializzazione: Mettiamo insieme 2, 4 o più bambini e vediamo cosa succede. Corrono, giocano, socializzano, discutono, insomma fanno tutto quello di qui hanno bisogno di fare per svilupparsi. Sono i bambini stessi a muoversi e a socializzare, l’agonismo può aggiungere qualcosa? Al massimo allarga il numero dei bambini, ma, come abbiamo visto dallo studio USA sulle scuole con pochi e tanti allievi, un numero maggiore di bambini può essere addirittura svantaggioso. Qualcuno socializza di più e qualcuno di meno, dipende dalla loro personalità e dalla personalità e possibilità dei genitori, non dall’agonismo.
L’agonismo però rende le cose leggermente più semplici ai genitori, ma i risultati non sono gli stessi. Se portiamo i bambini in contatto con altri bambini senza altro scopo che quello chiesto da loro stessi, essi “socializzano” anche per tutta la giornata senza interventi da parte nostra. Nell’agonismo, invece, si aggiunge la competizione: i bambini sono avversari, non compagni di gioco; si combattono anziché cooperare. Perciò se un bambino è poco socievole, rimane tale anche nel gruppo agonistico. Il comportamento sociale è un dato personale, di carattere e l’agonismo non credo sia adatto a migliorarlo.

Responsabilità, autonomia e accettare sconfitte: Anche tutto questo lo imparano senza intromissioni da parte nostra quando giocano semplicemente insieme. I bambini non fanno partecipare quei bambini che non si attengono alle regole del gruppo. Regole che si danno loro stessi e che se non vengono accettate da singoli, i singoli non parteciperanno al gioco, saranno estromessi. Non riuscire a convincere gli altri a fare un particolare gioco è una sconfitta per il bambino, ma una sconfitta che accettano relativamente presto e possono accantonarla in un angolino. Ma quando si aggiungono gli adulti che osservano o quando si tratta di vincere, allora la sconfitta si tramuta in una caratteristica personale negativa per la loro persona (autostima). Non hanno la facoltà di digerire la sconfitta (ma anche la vittoria che è per pochi) come un fattore indipendente da loro.
A parte il fatto che non si può imparare a perdere, al limite si impara a far buon viso a cattiva sorte, ma non si impara ad accettare la sconfitta.  Accettare la sconfitta è una caratteristica personale interiore e o si ha o non si ha. Non si impara, si impara a controllare l’emozione “sconfitto” e a non mostrare questa emozione.
L’autonomia è garantita quando non ci immischiamo nei loro giochi, quando decidono da soli chi accettare nel gruppo e chi non.  Essi si inventano continuamente giochi, apparentemente senza scopi, ma che servono anche ad imparare cose utili per il loro sviluppo. Sanno intuitivamente cosa va bene e cosa non va bene. In piena autonomia. L’agonismo non aggiunge niente alla loro autonomia, anzi al contrario li rende meno autonomi (vedi Vincenzo Prunelli).

La disciplina: La definizione disciplina può avere molte interpretazioni, a seconda dei casi dove viene usata. A me “disciplinare” suona simile a “condizionare”. Rimanendo in ambito familiare i bambini hanno comunque già sviluppato una certa disciplina. Ad esempio si svegliano in tempo per poter partecipare a giochi, feste di compleanno o altre cose per loro importanti. I bambini sono di una disciplina scrupolosa quando indagano o esplorano nuove cose.
Anche la disciplina deve venire da dentro e non credo si possa introdurre dall’esterno, sempre se con disciplina intendiamo determinazione e ordine di vita e non condizionamento. L’agonismo aggiunge veramente qualcosa?  Probabilmente non abbastanza da giustificare la pratica agonistica. Negli scacchi la disciplina avanza di pari passo con il piacere di giocare.

Per una via contemplativa allo sport. Il Buddha gioca a scacchi.
Cosa cerchiamo di trasmettere ai bambini? Cosa serve loro per poter agire e non solamente reagire meccanicamente? Quali sono le basi per una vita piena di soddisfazioni?
Forse:
• decidere consapevolmente le proprie azioni.
• agire senza aspettative.
• accogliere serenamente qualsiasi risultato.
Purtroppo queste cose non le imparano dove dovrebbero impararle. In nessun caso le imparano dall’agonismo.

Questi tre punti valgono anche per l’allenatore/istruttore, ma raramente vengono rispettati. Le nostre azioni sono sempre legate ad aspettative precise, che spesso sono disattese dai risultati a causa anche della non idoneità della maggioranza dei bambini alla pratica agonistica.

Come sono i bambini? Sono egoisti, vogliono tutto subito, vogliono tutto per loro, vogliono sempre essere i primi, vogliono essere i migliori e cosi via. Tutte caratteristiche necessarie in questa età per progredire. In questa fase del loro sviluppo possono imparare ad agire come vogliamo noi, ma non ne comprenderanno il motivo. Lo faranno per compiacere all’adulto, sia esso genitore, insegnante o istruttore di scacchi. Quando gli adulti non sono presenti, i bambini agiscono secondo la loro natura egocentrica.
Solo quando saranno in grado di immedesimarsi nell’altro inizieranno a capire che anche gli altri hanno gli stessi desideri e inizieranno ad agire di conseguenza. (E non è detto che ci riescano: una volta chiesi ad uno psicologo che si occupa di studenti delle scuole superiori quando i bambini riescono ad immedesimarsi negli altri. Scoppiò in una risata e mi disse che la maggior parte degli adulti non ci riesce…)
Prima di questo periodo si sviluppano solamente automatismi, ma mai comprensioni sulle necessità di agire in un certo modo. Non sono necessari condizionamenti,  ma comprensione e la comprensione necessita di una maturità che i bambini raggiungono in una fase di sviluppo successiva. Anche qui l’agonismo non aggiunge niente allo sviluppo personale. Anzi credo aumenti l’egocentrismo per quelli che vincono e riduce l’autostima per tutti gli altri, che appena possono smettono di cimentarsi con lo sport.

Molti sono convinti che confrontarsi con la competizione o con i problemi in generale, aiuti ad affrontare meglio le durezze della vita.
Io penso però che ogni cosa vada fatta a suo tempo. Se il bambino deve confrontarsi con la competizione invece di misurarsi solamente, è meglio che lo faccia quando il suo sviluppo cognitivo e psicologico lo rende più pronto a gestire la situazione stressante della gara agonistica. E io penso che questa età sia intorno ai 12 anni.
Con questo non voglio dire che l’agonismo sia una buona cosa a partire dai 10 o 12 anni. Sono convinto che i cosiddetti vantaggi dell’agonismo siano prerogativa di pochi, siano essi bambini, adolescenti o adulti, e che, in generale, gli svantaggi siano maggiori dei vantaggi.
Questo non vuol dire reprimere situazioni di conflitto ne iperprotezione, ma semplicemente un ragionevole aspettare che il bambino abbia le capacità cognitive e psicologiche necessarie per poter ragionevolmente sperare in un successo nel risolvere il conflitto.
Se non c’è una ragionevole possibilità di avere successo il danno è certo in partenza. Non impediamo loro, con questo, di aver paura, ma semplicemente aspettiamo che siano maturi abbastanza da destreggiarsi nella paura. Se li costringiamo troppo presto, quando non sono ancora in grado di confrontarsi o non ne hanno desiderio, le nevrosi sono assicurate!

“Gli scacchi sono in assoluto lo sport più violento su questa terra”
Garry Kasparov

 

Senza scacchiera murale.

Basta con la scacchiera murale!Basta con la scacchiera murale
Forte delle esperienze delle ultime ore nei corsi 2008-2009 (10 classi al primo anno) ho deciso di provare per l‘anno prossimo a non usare più la scacchiera murale. Non è una decisione definitiva,  rimane da vedere come si svilupperanno le situazioni nelle varie classi, ma proverò comunque a fare senza.

 

I vantaggi della scacchiera murale sono pochi (uno?)
Se cerco i vantaggi della scacchiera murale allora mi viene in mente solo una cosa:
– sembra si raggiunga tutta la classe in meno tempo.
Questo però non mi sembra vero visto che è, molto facile per loro non vedere o non ascoltare. Non voglio azzardare cifre al riguardo, ma sono in molti a non ascoltare e a non vedere niente anche se sembra guardino verso di me o verso la lavagna; me ne rendo conto, al più tardi, quando devono risolvere gli esercizi degli argomenti trattati in precedenza.

I vantaggi senza scacchiera murale: 1. maggiore attenzione.
Sono giunto alla convinzione che, se non userò la scacchiera murale, i ragazzi, una volta passato il rodaggio,  saranno costretti a prestare maggiore attenzione e a collaborare fra loro, altrimenti non troveranno sempre la posizione giusta, vuoi per disattenzione, vuoi per scarsa dimestichezza con il sistema di coordinate.

Vantaggi 2: feedback migliori.
Girando fra i banchi mentre detto le posizioni o le istruzioni vedo subito chi non riesce a seguire o meglio chi non riesce a concentrarsi o litiga ancora con le coordinate e il nome delle case.

Vantaggi 3: lezione e gioco hanno lo stesso punto di vista.
Un ulteriore vantaggio, forse il più decisivo, è la visione prospettica corretta, che è la stessa delle partite, quella della scacchiera da tavolo e dei pezzi tridimensionali e non bidimensionali come nella scacchiera murale.

Vantaggi 4: i bambini sono più impegnati.
Un altro vantaggio è che hanno sempre qualcosa da fare, immediatezza sulla scacchiera. Ho notato che anche i più forti, mentre aspettano gli altri, si cimentano con la posizione.

Questo quanto ho riscontrato finora e per questi motivi voglio continuare, con i gruppi che hanno già fatto scacchi l‘anno scorso e soprattutto con i nuovi, senza scacchiera murale. La pratica dimostrerà se va bene oppure no.

Nella sezione materiali ho caricato un documento in formato pdf nel quale spiego – ancora una volta – come presentare il cavallo senza scacchiera magnetica. Potete scaricarlo direttamente cliccando qui.

Chi volesse vedere come presento (presentavo) il cavallo ai bambini usando la scacchiera magnetica può leggere l’articolo  Un cavallo tridimensionale.

L’arrocco spiegato ai bambini di quarta elementare.

Nel suo ultimo articolo, Alexander Wild, parlando del suo secondo anno di corso a Brunico, con i bambini di terza elementare, ha scritto:

L’arrocco è stato recepito in maniera corretta, ma a parte qualche eccezione non è usato, e io non insisto con loro perché arrocchino. Forse l’anno prossimo spiegherò qualche concetto sulla strategia dell’apertura includendo nuovamente l’arrocco, ma non ho ancora deciso al riguardo, perché inizialmente prevedevo di iniziare con gli elementi di strategia solo in quinta classe, al quarto anno di corso.

Alessandro Pompa è convinto che in quarta elementare si possa parlare dell’arrocco ai bambini in chiave strategica. Vediamo come.
Da libro “I Bambini e gli Scacchi“, di A. Pompa, R. Miletto, M.R. Fucci, F. Morrone, pp. 113-114:

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L’Arrocco va considerato come una vera chiave strategica del re dei giochi: perciò tendiamo a proporlo, dalla media latenza [8-9 anni, NdR], al temine della trattazione dei temi tattici e strategici del medio gioco. E questa ci pare una buona sede per fornire al lettore una esposizione breve in proposito.

Un’importante acquisizione, che costituisce prerequisito per l’Arrocco, è l’idea dello “sviluppo dei pezzi”. Un lavoro che va ben calibrato nel gruppo. Si può partire dalla realistica concretezza del qui ed ora, come nell’esempio che segue tratto da un’esperienza in una quarta classe.

A. [indica Alessandro Pompa, NdR] si appoggia alla parete della classe, spalle al muro, e dando piccoli colpi alla parete con i gomiti e i talloni, con un’aria un po’ di costrizione:

Ma se sto qui al bordo della stanza, posso muovermi in tutte le direzioni?

Poi A. passa al centro della stanza, muove le braccia con circolarità e lo sguardo va compiaciuto in tutte le direzioni:

E qui, adesso, secondo voi, va meglio o peggio?

Per poi passare alla scacchiera murale:

Guardate questo Cavallo bianco nella sua stalla in g1 …anche lui ha le spalle al muro, eh?
Vogliamo farlo galoppare in mezzo alla prateria?
Allora, su ditemi dove lo mettiamo per farlo stare meglio, più libero di muoversi da tutte le parti …indicatemi le case…

E i bambini propongono. A.:

Bene… e in g1 quante case controllava? E quante sono le case partendo da e2? È meglio o peggio?

e così via. Passando poi allo sviluppo degli altri pezzi. Per capire che il centro offre al riguardo sempre di più. Se i Cavalli saltano, per altri pezzi, a cominciare dagli Alfieri, ci sono “porte” che devono essere aperte, costituite da Pedoni:

Se il centro è come una bella torta, per arrivarci dobbiamo aprire la porta dei Pedoni!
E nelle case a1 e h1, dove ci sono le Torri del Bianco, quali sono le porte?

Antonio (9,4 anni):
I Pedoni che stanno davanti! Oppure possono passare dove ha già mosso i pezzi… ma c’è ‘sto Re de mezzo…

A.: Hai ragione! Il Re impiccia, eh? Possiamo farlo diventare un “impiccione viaggiatore”! Guardate ora come lo faccio galoppare verso il suo castello… ecco la sua Torre, la sua Rocca… sì, va lì per …arroccarsi!

E così sposta il Re di due passi da e1 a g1, verso la Torre più vicina.

Eleonora (9,2 anni):
Maè… ma… ma il Re fa un passo!

A.: Hai proprio ragione… ma questo è l’Arrocco del Re! Una mossa veramente incredibile! Eccezionale… Non uno ma due balzi verso la sua Torre… che poi vola… Avete mai visto una Torre che vola, voi?

Coro: Nooo!!

A.: Appunto, anche per questo è una mossa eccezionale! Mai vista una cosa del genere, no? Il vecchio Re che corre veloce e la Torre che vola… Ma non finisce qui, eh no… Di solito quanti pezzi muoviamo per volta? Forse trentasette…

(perplessità nei bambini)

o forse uno?

Coro unanime.

A.: Bene e arroccando quanti pezzi abbiamo invece mosso? Sì, proprio così… lasciatemelo dire ‘sto Arrocco è proprio una supermossa!

Introdotto l’Arrocco corto, si può poi proporre quello lungo. Far fare al gruppo paragoni tra i due Arrocchi è solitamente una buona cosa; c’è un volo più corto ed uno più lungo delle due Torri e sono i bambini stessi che, in base al volo fatto, giungono alla denominazione del tipo di Arrocco.

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Alessandro Pompa Alessandro Pompa
Candidato Maestro di scacchi, istruttore FSI di scacchi e Responsabile della Commissione Formazione e Ricerca della Lega Scacchi UISP.
È stato campione italiano di scacchi “under 20”.
Insegna nella scuola d’infanzia.

 

Insegnare gli scacchi all’asilo: si può fare, e bene.

La copertina del libro "I Bambini e gli Scacchi"Ho cominciato a pensare che “I bambini e gli scacchi” potesse essere interessante dopo aver letto l’articolo di Giulio Francalancia sulla Rivista Scacchi n. 21, di Lucio Rosario Ragonese. L’articolo riferisce su un seminario di formazione per gli insegnanti tenuto da Alessando Pompa e Filomena Morrone. Francalancia riporta anche brani del libro con esempi delle attività didattiche realizzate da Pompa e Morrone, e sono stati proprio questi ad incuriosirmi.

La curiosità mi ha fatto scoprire un grande libro, che racconta come si possano insegnare gli scacchi ai bambini più piccoli della scuola materna (4-5 anni) e a quelli delle scuole elementari.

È un libro a otto mani, scritto da un insegnante della scuola dell’infanzia, Alessandro Pompa, che è anche istruttore di scacchi e formatore degli insegnanti (per l’UISP); da una insegnante elementare, Filomena Morrone, da una psicologa dell’età evolutiva, Maria Rosa Fucci, e da un neuropsichiatra infantile, Roberto Miletto.

Graficamente non è un granché, con diagrammi brutti e difficili da leggere perché realizzati con una font davvero malfatta. Però è un libro che consiglio a tutti coloro che insegnano scacchi nella scuola primaria, perché è davvero tanto quello che si può imparare leggendolo.

 La prima parte contiene otto lezioni – pardon, “unità di lavoro” – che costituiscono un corso completo, adatto per i bambini della scuola dell’infanzia, ma utilizzabile facilmente anche nella scuola primaria.

(…) abbiamo presentato materiale educativo tratto dalle esperienze fatte con i bambini in età prescolare.
Per la media latenza [9-10 anni] e la preadolescenza sono inevitabili degli adattamenti; siamo persuasi però che il lettore saprà prendere degli spunti dal nostro contributo. Per percorsi indubbiamente più celeri.

Le attività didattiche proposte privilegiano il movimento dei bambini su una scacchiera gigante. Le esperienze di Alessando Pompa con i suoi piccoli allievi sono riportate con dialoghi in cui compare spesso il romanesco. In questo modo il libro riesce a rendere benissimo l’atmosfera delle “lezioni”, e a trasmettere un metodo di insegnamento che pare davvero efficace.

La seconda parte contiene elementi della prosecuzione del corso. Il titolo, “Sulla pianificazione tattica e strategica”, può lasciare perplesso il lettore, come è successo a me. Infatti, visti i miei pregiudizi riguardo l’insegnamento degli scacchi nella scuola primaria, ero convinto che gli argomenti trattati fossero inadatti ai bambini che la frequentano, perché troppo complicati per loro. 

Ma i concetti tattici e strategici introdotti nelle “lezioni” sul finale, sul mediogioco, sul passaggio dalla tattica alla strategia e sull’apertura, sono pensati per chi ha 8-10 anni, sono illustrati da esempi tanto semplici quanto efficaci.
Gli autori, inoltre, mostrano una tabella – riproposta qui sotto – che riporta gli argomenti affrontabili in relazione alle diverse età dei bambini.

Percorso modulare nell'insegnamento degli scacchi

Percorso modulare nell'insegnamento degli scacchi

La suddivisione proposta non deve essere intesa in modo rigido. Ad esempio, con riferimento alla tattica, gli autori specificano che:

Non tutte le situazioni di gioco di tattica immediata possono, però, essere adatte a bambini di scuola dell’infanzia; anche se si può giungere con una sola mossa allo scacco matto (…) c’è la necessità di tenere nel contempo in considerazione troppi elementi per le capacità dei bambini più piccoli.
Pertanto, alcuni aspetti, sempre di tattica immediata, vanno proposti solo nella scolarità dell’obbligo (…)
p. 96

Che cosa otterrete da questo libro
1. un programma di insegnamento per la scuola d’infanzia e per la scuola primaria, in due livelli, base e avanzato;
2. schemi riepilogativi delle attività associate all’insegnamento del gioco
3. un metodo di insegnamento
4. tanti esempi tratti da situazioni reali e tanti consigli pedagogici
5. un bel po’ di posizioni esemplari spiegate in modo adatto ai più piccoli.

Però se non sapete già giocare a scacchi…
Se non sapete giocare a scacchi, questo libro non ve lo insegnerà e dovrete prima rivolgervi altrove.
Il metodo di insegnamento proposto mi pare davvero coinvolgente e, soprattutto, efficace anche dal punto di vista scacchistico, ma richiede conoscenza della materia da parte dell’sitruttore.

Se ancora non vi basta, eccovi il sommario:

Parte Prima
SULLA CONOSCENZA DELLE MOSSE DEI PEZZI
– Prima unità di lavoro: La scacchiera come spazio usato
– Seconda unità di lavoro: La scacchiera come spazio rappresentato
– Terza unità di lavoro: Entra in scena subito il Re
– Quarta unità di lavoro: Eppur si muove questa Torre
– Quinta unità di lavoro: L’Alfiere, un aiutante di campo che viaggia storto
– Sesta unità di lavoro: Quel gran pezzo forte della Donna degli scacchi
– Settima unità di lavoro: Quel Cavallo dai fascinosi salti
– Ottava unità di lavoro: Il Pedone, l’anima degli scacchi

Parte Seconda
SULLA PIANIFICAZIONE TATTICA E STRATEGICA
Premessa
Sul finale
Sul medio gioco
Dalla tattica alla strategia
Sull’apertura

Parte Terza
SUGLI ASPETTI COGNITIVI E METACOGNITIVI
La teoria della mente
Note conclusive
Appendice: gli scacchi nella didattica

Bibliografia

Il materialismo, malattia infantile dello scacchismo.

Lenin gioca a scacchiNel sito chessteacher un delizioso aneddoto ci ricorda che i bambini giocano per il piacere di giocare e che catturare materiale è un piacere a cui non sanno rinunciare, neanche se vedono un matto in una o due mosse.

 

 

Ogni tanto qualcuno dei nostri allievi si rivela molto promettente. Tim era uno di questi ragazzi talentuosi e sembrava capire molti aspetti del gioco senza neppure che glieli spiegassimo. Amava già gli scacchi quando si unì al circolo scacchistico. Era sempre fra i primi a trovare le risposte giuste agli esercizi.

Ma mi sorprese quando osservai alcune delle sue prime partite. Aveva la possibilità di vincere la partita con un facile matto in due, ma catturò un pedone. Poco dopo mancò un matto in una.

D’accordo, alla fine vinse la partita, ma mi sorprese che non fosse capace di  sfruttare tutte le possibilità che aveva avuto in partita.

In seguito gli dissi che non aveva visto un matto in una. Mi risposte che l’aveva visto. E aveva visto anche altre opportunità di matto in due e in tre mosse. Ma mi disse che se avesse dato scaccomatto, la partita sarebbe finita. E questo sarebbe stato un peccato, perché c’erano ancora tanti pezzi sulla scacchiera da catturare. Così aveva deciso di continuare la partita.

Potevo solo dirgli  che aveva ragione. Aveva ragione per il momento. è più importante godersi  il gioco piuttosto che godere della vittoria di una partita.

Giocare a scacchi con le carte.

 

Sebastiano Paulesu, carte e scacchi.Insegnare significa trasmettere passione.
Prima di parlare delle carte scacchistiche mi piacerebbe fare una premessa sul mio approccio all’insegnamento degli scacchi. La cosa più importante – a mio parere – è trasmettere la passione per gli scacchi, e per farlo è necessario comprendere quali sono le aspettative di chi sta per impararli: per qualcuno gli scacchi sono “solo” un gioco, per altri uno sport, per altri scienza o tecnica, per altri ancora arte, per qualcuno un esercizio di raziocinio e per altri ancora sono creatività e fantasia.
Che fare? Non è possibile che ci sia una modalità che abbracci tutte queste aspettative, e quindi il mio consiglio è di non essere troppo sistematici per evitare di deludere molti principianti che stanno avvicinandosi agli scacchi.

Evitiamo di far diventare i bambini come avremmo voluto diventare noi.
Il discorso si complica ancora quando si tratta di insegnare ai bambini, perché loro non hanno ancora una “forma-mentis” e allora ogni in-forma-zione rischia di diventare una de-forma-zione: cioè cerchiamo di far diventare i bambini come avremmo voluto diventare noi (cosa già nota a tutti gli onesti pedagoghi di tutti i tempi).

Ascoltare e osservare i bambini.
Io penso di aver in parte risolto questo problema col rispetto di una regola semplice semplice: immedesimarsi sempre nel prossimo in modo da capire le loro esigenze, siano essi bambini di 4 o 5 anni o anziani di 80 anni! Grazie a questa empatia – che è la vera base di ogni comunicazione umana – riesco ad essere sempre ricettivo ed imparare ogni giorno cose nuove semplicemente ascoltando le idee dei bambini.
A tale proposito cito una frase illuminante di Pablo Picasso:

“Ho impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come i bambini”
Pablo Picasso

Sulle carte meglio scacchi che Pokemon
Ed ora – fatta questa doverosa premessa – veniamo alle carte scacchistiche. Circa 6 anni fa ho iniziato una fantastica esperienza in una scuola primaria di Sassari (che d’ora in poi chiamerò per brevità “Via Washington”) con due classi di prima elementare con le quali ho condiviso un percorso per tutto il ciclo delle scuole primarie.
Inizialmente le mie lezioni erano di tipo frontale per quanto riguarda la parte teorica e completamente libere per la parte pratica, ma col passare degli anni mi accorsi che anche la parte teorica può essere resa molto interattiva con grande beneficio per la cosiddetta “curva dell’attenzione” che altrimenti non può durare più di 15 minuti.
Poiché arrivavo subito dopo la pausa pranzo spesso i bambini erano ancora in “ricreazione” e li vedevo scambiarsi delle carte con “mostricciattoli” giapponesi di cui conoscevano a memoria tutti gli impronunciabili nomi. La cosa mi stupì e mi fece riflettere: prima di tutto sulle capacità pedagogiche di questo strumento, poi per l’entusiasmo che i bambini mostravano a scambiarsele (che mi ha ricordato quello della mia generazione per le figurine “Panini”). In quel momento balenò in me un’idea fantastica: perché non realizzare delle carte con diagrammi scacchistici in cui si ponevano ai bambini dei semplici problemi da risolvere (tipo matto in una mossa)?
Il tutto, ovviamente, corredato da nomi fantasiosi, perché ai bambini piacciono e perché nella mia mente era sempre indelebile l’immagine del “Matto del barbiere”.

Così ne parlai al mio amico Michele Devilla (anche lui istruttore e complice delle mie “invenzioni”) che lavora in una tipografia e lui mi ha subito assecondato curando tutta la parte grafica.

Qui sotto riporto alcuni esempi delle migliaia di carte che realizzammo: a sinistra carte verdi (dal colore del retro della carta) con problemi del tipo il bianco muove e dà matto in una mossa; a destra carte gialle con matti in due mosse.

Esempio di carte scacchistiche

Esempio di carte scacchistiche

Proposi subito al Comitato Regionale Scacchi Sardegna l’iniziativa, che venne accolta con favore dal presidente Roberto Abis e dai consiglieri e  prontamente finanziata. In questo modo ho potuto dare gratis le carte alle scuole.

Successo immediato
La cosa straordinaria, e in parte prevedibile, fu l’entusiasmo dei bambini per queste carte e l’incredibile capacità di ricordare i nomi dei matti e le situazioni.
Fu l’occasione per utilizzare le carte come incentivo per i più disciplinati con risultati da subito eccezionali, bastava che dicessi “Ai più silenziosi regalerò 3 carte in più” che tutta la classe diventava meno rumorosa, con grande vantaggio per la concentrazione e l’apprendimento.
Inoltre le lezioni successive c’era sempre qualcuno che mi diceva “Ho  trovato il matto del pinguino” oppure “Io il matto dell’esploratore non l’ho capito”, che io avevo degli spunti per la lezione da fare, e così iniziai ad integrare nella mia metodologia per le lezioni teoriche lo strumento delle carte. Coinvolsi i bambini nell’invenzione dei nomi per i matti, e quando furono in terza elementare mi chiamavano a guardare le loro partite per mostrarmi i matti e chiedere “Come si chiama questo?” Se il matto era originale io dicevo “Non ha ancora un nome” e allora per i bambini era una festa inventarselo (come quando noi scacchisti pensiamo di avere trovato una novità teorica in apertura)

A proposito di aperture, abbiamo realizzato carte anche per quelle.
Si tratta di carte che avevano solo un preteso valore mnemonico, invece anche in questo caso ho visto i bambini – arrivati nel frattempo in quarta elementare – collezionarle con grande interesse e imparare i nomi delle aperture meglio talvolta del loro stesso istruttore!

Ed infine un esempio di carte che raffigurano momenti di gioco e sono impreziosite da proverbi e detti scacchistici di cui vi parlerò in qualche prossimo post.

Carte arcobaleno con proverbi scacchistici

Carte arcobaleno con proverbi scacchistici

Un percorso didattico incentrato sulle carte.
Per concludere devo dire la cosa più importante: sono almeno dieci anni che avrei voluto fare un manuale per principianti che fosse strutturato a livelli, da zero a quattro per esempio. Ho visto che a livello internazionale c’è molta attenzione per lo Stappenmethode, che ancora non conosco purtroppo, ed io credo che sia la strada giusta da seguire: è inutile sovradimensionare l’informazione, meglio semplificarla per il livello reale dell’allievo (e mi riferisco proprio al singolo).
Così ho deciso di strutturare il sistema delle carte scacchistiche secondo questo percorso ideale:

il sentiero
carte celesti con movimento dei pezzi, rime, mosse lunghe e corte, ritagli di matti incastrati in disegni;

il giardino
carte verdi con mosse semplici, matti in una, proverbi, aperture semplici di una mossa;

il castello
carte arancio con mosse complesse, matti in due, proverbi, aperture due mosse;

il labirinto
carte rosse con mosse brillanti, matti in tre, rime, aperture di tre mosse;

il tesoro
carte arcobaleno con mosse antologiche, matti in 4, rime, aperture di più di tre mosse.

Gli scacchi come risorsa. Il caso di Sue.

Bambina che riflette su una scacchieraSteve Tobias, ricercatore australiano, nel suo rapporto sulla sperimentazione degli scacchi a scuola in una zona dello stato di Vittoria (Australia), riporta il caso di Sue, un bambina di 12 anni, che grazie agli scacchi riusci a integrarsi nella scuola e a trovare stimoli per imparare la matematica e le altre materie.
Gli scacchi sono stati motore dell’entusiasmo della bambina, ma prima ancora sono stati il mezzo attraverso il quale si è realizzato l’intervento didattico dei compagni di Sue. 

Sue è povera e non molto intelligente
Sue è una bambina a cui è attribuita una leggera insufficienza intellettiva e che proviene da una famiglia povera. Durante le scuole elementari ha avuto un insegnante di sostegno, ma non l’ha ottenuto al passaggio alla scuola media. Il suo inserimento è stato perciò difficile e nel momento in cui nella sua classe cominciano le lezioni di scacchi, in seconda media, è isolata e ha un rendimento scolastico scarso, in particolare in matematica.

Sue si sente inadeguata e si isola
L’insuccesso in matematica e l’isolamento dai compagni rendono depressa Sue, che evita di impegnarsi in qualsiasi attività scolastica. Il suo comportamento non crea problemi alla classe, non disturba, ma è apatica e guarda spesso nel vuoto.

Gli scacchi creano relazioni
In questa situazione, Sue frequenta il corso introduttivo agli scacchi, ma esce sopraffatta dalla quantità di informazioni ricevute nella prima lezione e rifiuta di giocare. L’insegnante non si perde d’animo e le chiede di fermarsi a guardare una partita fra due dei suoi compagni.
In questa fase i bambini sono più concentrati sul materiale catturato che non sul dare matto. Perciò contano spesso i punti del materiale catturato.
Dopo qualche minuto, l’insegnante trova Sue intenta ad osservare una partita e commenta: “Hai trovato una partita da guardare”
Sue e i due giocatori rispondono quasi insieme “Non sta guardando, sta contando i punti”.

I bambini come insegnanti
Tobias rileva come i bambini, senza l’intervento dell’insegnante, fossero riusciti
– a coinvolgere Sue;
– ad assegnarle un compito, contare i punti, che la integrava nel gioco.

 (A proposito di auto-organizzazione dei processi di apprendimento da parte degli allievi, segnalo questo video in cui il ricercatore indiano Sugata Mitra racconta come i bambini, messi a confronto con un computer e un browser, riescano ad impararne il funzionamento anche quando le condizioni di partenza sono le peggiori – bassa scolarità, ignoranza dell’inglese necessario per interagire con il computer, nessuna assistenza esterna – e come i bambini più bravi/veloci ad apprendere divengano spesso maestri degli altri)

Sue continuò a contare il materiale per le tre lezioni seguenti e ne fu contenta. Alla quarta lezione accettò di giocare, con i suoi compagni che la aiutavano mostrandole le mosse che poteva fare.

Sue sorprende insegnante e istruttore
Alla fine del primo quadrimestre l’insegnante interruppe le lezioni di scacchi nelle ore di matematica. Verso la fine del secondo quadrimestre Sue chiese varie volte di giocare a scacchi. Quando l’insegnante di matematica glielo permette, resta  stupito dalle capacità della bambina, che posiziona correttamente i pezzi sulla scacchiera e muove sempre correttamente pezzi e pedoni, giocando una partita senza l’aiuto degli altri bambini.

Quando l’insegnante chiese a Sue come avesse fatto a diventare così brava, lei, con “un sorriso raggiante”, disse che aveva giocato a scacchi con sua madre tutte le mattine prima di andare a scuola. Aveva preso in prestito scacchiera e pezzi e sua madre stava risparmiando per comprarne una.

Alla fine del primo quadrimestre Sue stava lentamente recuperando il ritardo rispetto ai suoi compagni di classe in matematica e stava cominciando a partecipare alle attività. Il suo insegnante di matematica non aveva dubbi che fossero stati gli scacchi  ad integrarla e a stimolarla a dare il meglio di sé.

L’anno successivo Sue si era completamente integrata nella classe.

Sue ce l’ha fatta
Sue è riuscita a superare il suo senso di inadeguatezza e disperazione attraverso l’autoregolazione e l’osservazione passiva che l’hanno portata ad essere una brava scacchista e una studentessa entusiasta. 

Per saperne di più
Il rapporto di Steve Tobias, Chess: Just a game or a powerful teaching strategy for learning mathematics
I documenti della Conferenza sugli scacchi nelle scuole dell’Università di Aberdeen.

Battaglia scaccale

battagliascaccale_02Il libro “Children and Chess“, di Alexey Root, contiene numerose attività basate sugli scacchi e pensate per la scuola ementare e media.
Sono poche quelle che mi piacciono. Tra queste ce n’è una, chiamata “battleship chess“, che trovo molto interessante e valida per bambini di diversi età e livelli di apprendimento.

La “battaglia scaccale” si gioca con 4 pedoni e il re, che vengono disposti nella propria metà scacchiera all’insaputa dell’avversario. Uno schermo o barriera, come per battaglia navale impedisce all’avversario di vedere dove mettiamo i pedoni e dove il re.

Le regole di posizionamento sono molto semplici:
– re deve stare fra la prima e la tersa traversa (fra l’ottava e la sesta per il Nero);
– i pedoni possono stare fra la seconda e la quarta traversa (fra la settima e e la quinta per il Nero).

Completata la disposizione, si toglie lo schermo o barriera e si comincia a giocare con la prima mossa del Bianco.

A seconda delle età dei giocatori e del livello di conoscenza del gioco, la partita si conclude con il matto oppure semplicemente con la prima promozione a donna di un pedone.

Trovo questa attività molto interessante perché obbliga i giocatori a ragionare sulle possibilità dell’avversario fin dalla fase di posizionamento dei pedoni e del re.

Ovviamente il beneficio scacchistico si ottiene giocando molte volte e imparando quali sono le configurazioni migliori.

 

Per conoscere Alexey Root: link al suo blog