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    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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    FOTO: Gli istruttori dell'anno 2010: Roberta De Nisi, Olga Zimina, Eugenia Di Primio, Andrea Rebeggiani, Sebastiano Paulesu, Giuseppe Rinaldi

    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Nonne, sceriffi, gorilla: tutti matti.

 
Ancora sulle carte di scacchi!
 
Le carte scacchistiche di Sebastiano Paulesu
 
Spendo ancora alcune parole per le “mie” carte scacchistiche, con una premessa doverosa: non sono in vendita! Questo per fugare subito ogni sospetto che il mio interesse per esse sia meramente commerciale e per ribadire che esse servono da incentivo alla disciplina dei bambini.
Ho avuto diverse ottime richieste per commercializzarle in tutta Italia ma per ora ho tralasciato ogni elementare regola di marketing. Il motivo è semplice, le carte hanno un senso se inserite in un contesto metodologico che le valorizzi. Pertanto la mia intenzione è di strutturare al meglio il mio metodo ideografico e magari proporne alla Federazione Scacchistica Italiana una implementazione tale da proporlo alle scuole come strumento didattico.
Come già scritto in un precedente articolo al momento l’idea migliore mi sembra quella di prevedere dei livelli di competenza secondo questo immaginario percorso:
  • il sentiero (carte celesti – livello zero);
  • il giardino (carte verdi – livello uno);
  • il labirinto (carte gialle – livello due);
  • il castello (carte arancioni – livello tre);
  • il tesoro (carte arcobaleno – livello quattro).
L’idea è quella di accompagnare i bambini verso una maggiore competenza scacchistica dandogli dei rinforzi visivi (e non solo…) per la loro memoria.
Per fare un esempio, si inizia con le carte celesti, che comprendono i movimenti dei pezzi o alcune rime semplici: queste carte vengono consegnate ai bambini dopo le prime lezioni (ogni bambino avrà una carta diversa dagli altri per stimolare la socialità e lo scambio).
Quando i bambini non fanno più errori di movimento dei pezzi allora regalo loro delle carte verdi (quindi per loro è già una conquista), che prevedono delle mosse semplici (tipo la forchetta, il doppio di cavallo, le “mosse lunghe” ecc.) , oppure dei semplici matti in una mossa  definiti con nomi di fantasia.
Quando i bambini hanno dato prova di aver superato il livello precedente, di solito sono passati dei mesi, allora inizio a proporre le carte gialle, in cui la difficoltà è maggiore e richiede una visualizzazione di due mosse a mente.
Quindi si procede, ma occorrono degli anni scolastici, con le carte arancioni e iridate.
Ovviamente per ogni livello la varietà di carte è di oltre un centinaio, quindi i bambini non avranno modo di annoiarsi.
 
Il matto della “nonna”.
Il matto "della nonna"
Ho ricevuto numerosi spunti relativi alla denominazione di questo matto, e mi pare doverosa qualche precisazione.
Qualche anno fa, per evitare che i bambini facessero stallo con Re e Regina contro Re, ideai un sistema che ne diminuisse la possibilità. Si tratta di procedere a salto di Cavallo sino a costringere il Re difendente in due sole caselle, quindi solo allora intervenire col Re e dare scacco matto.
Per meglio spiegare questo scacco matto ai bambini decisi di ricorrere ad una scenetta familiare: quella della nonna che cerca di abbracciare il nipotino che invece – per gioco – scappa; la nonna insegue allora il nipotino con le braccia tese ed esclamando “dove vuoi scappare da qui non passi!”; naturalmente quel birbone del nipotino riesce a scappare finché possibile e alla fine in un angolo trova un tavolo dove girare in tondo e la nonna è costretta a ricorrere all’aiuto del nonno, che accorre in suo sostegno sino a che la nonna abbraccia il nipotino, lo cattura, e lo bacia sulla fronte!
I bambini ridono sempre quando racconto loro questa storia e quando chiedo loro di ripeterla sulla scacchiera ideografica raramente hanno difficoltà, poiché li agevolo visivamente con le orme dei piedi e con i fuochi (per evidenziare le case controllate dalla “nonna”); inoltre in questo modo si attenua il senso di sconfitta poiché si inserisce l’elemento ludico di un contesto familiare ben conosciuto.
Insomma, sia chiaro che non si voleva connotare la “nonna” in senso negativo!
 
Fantasia (dei bambini) al potere!
 
Per i bambini questo è il matto "del gorilla"

Altro suggerimento che accetto di buon grado è quello di lasciar inventare e combinare i nomi dei matti ai bambini stessi e cito il matto rappresentato in figura che è appunto il frutto della fantasia dei bambini: originariamente l’avevo chiamato il “matto degli accompagnatori” poiché la dinamica ricorda quella di un adulto che accompagna un neonato “abbambinandolo” da sinistra a destra o viceversa.
Quando lo proposi ai bambini qualcuno mi disse che sembrava che il Re fosse scortato da due “gorilla” e qualche altro mi disse “No: sembra proprio il gorilla che quando corre muove le braccia così!” Ed io immaginai la scena del gorilla “caracollante” e mi parve una buona idea: chiesi ai bambini quale nome preferissero e fu un plebiscito per “matto del gorilla“.

Per questo non sono contrario a lasciare che siano i bambini stessi ad inventare i nomi dei matti!
Come si comprende da questi due esempi la raccomandazione che faccio ai colleghi istruttori è quella di associare la spiegazione di questi matti con delle scenette recitate o quantomeno mimate fisicamente: l’attenzione dei bambini è catturata e la loro memoria raddoppiata.
 
Matto dello sceriffo!

Bang bang! questo è il matto dello sceriffo!

Per concludere un ultima “scenetta” di matto che propongo ai più bravini (in genere dopo un paio di anni di corso) è quella del matto dello sceriffo, così chiamato perchè il Re attaccante recita la parte attiva dello sceriffo che assicura il Re fuggiasco alla Giustizia. Si tratta del modo più rapido per dare matto al Re, ma poiché i bambini si confondono lo propongo quando hanno già dimestichezza con il matto delle “sentinelle” e dei “passeggiatori” che sono i classici matti che si insegnano coi pezzi pesanti.
Ai bambini, nel quadretto finale, mimo il Re attaccante (lo Sceriffo) che estrae dal cinturone le sue due pistole e intima all’avversario: “Altolà, scacco matto!”

Gli scacchi come il nuoto. Una scommessa da vincere.

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Dominici.

 

scacchi in piscina (foto di Domingo Sandoval / Flickr)Ho iniziato a insegnare nelle scuole della provincia di Cuneo nel 2002, grazie ad un progetto provinciale che fu finanziato dalla Regione Piemonte e da diverse Fondazioni bancarie.

Mi sono subito reso conto dell’entusiasmo che scaturiva dai ragazzi verso il gioco; probabilmente non ci avrei scommesso su, se me lo avessero chiesto prima…

Ora mi accorgo che la scommessa l’ho fatta ugualmente. Infatti da allora continuo ad insegnare e ad occuparmi di scacchi nelle scuole, a tempo pieno.

Istruttore di scacchi professionista.
La scommessa che ho fatto, che ad oggi non so ancora se è vinta o persa, è quella di fare l’Istruttore di scacchi professionista.
Non so ancora come andrà a finire perché “si naviga a vista”, perché ogni anno non sai cosa succederà l’anno successivo e non so mai , ripeto mai, se l’anno in corso sia l’ultimo per quanto riguarda “scacchi a scuola” oppure il prossimo anno si potrà continuare.
La cosa non mi preoccupa più di tanto, credo che faccia parte della scommessa. Anzi l’indeterminazione è una componente stimolante, non  ti lascia mai il tempo di pensare inutilmente, e soprattutto fa di me un ottimo procacciatore di corsi e di fondi, di attività e proposte che siano legate all’utilizzo del gioco degli scacchi come strumento pedagogico.

Ma non può funzionare a lungo.

Dare continuità al professionismo
Credo che il ruolo dell’Istruttore di scacchi, riferendomi soprattutto agli “scacchi a scuola”, sia di utilità verso la società, verso i bambini e gli adulti (anche i genitori sono coinvolti) e credo che un Istruttore dovrebbe proprio poter fare il suo lavoro con continuità e apprezzamento.
L’apprezzamento c’è già, ed è notevole e dichiarato da parte di tutti, anche se penso, parlo per me, sia più un merito degli scacchi che mio; la continuità invece non esiste ancora.
Ma forse chi potrebbe fare non fa abbastanza, forse non lo sa nemmeno che cosa si può fare con gli scacchi, nelle scuole intendo, senza dubbio è così!

L’esempio che ci viene dal nuoto
Vi ricordate all’inizio degli anni 70 che cosa è successo in Italia con il nuoto?
Hanno iniziato a costruire le piscine, hanno creato lo slogan “Il Nuoto è salute” e via! Partiti!
Bellissimo!
Chi ha costruito le piscine?
I Comuni, le Regioni, le Fondazioni bancarie, i privati, lo Stato!
Hanno fatto benissimo, credo proprio che il nuoto sia salute e credo che tutto questo abbia contribuito a migliorare la nostra società.

L’acqua piace ai bambini lo sapete? Quasi a tutti. Ma direi proprio che sia bello sguazzare in qua e in là, senza per questo dover diventare dei campioni di nuoto. È bello imparare a galleggiare, a tuffarsi, è bello ancora di più riuscire a fare una vasca intera senza fermarsi.
Sapete quanti sapevano nuotare all’inizio degli anni settanta? Non è una questione di numeri, ma immagino che la crescita sia stata esponenziale, in 30 anni.

Per i bambini gli scacchi sono come l’acqua.
Per i bambini gli scacchi sono come l’acqua. È bello starci, è bello sguazzare in su e in giù, è bello imparare a dare matto.
È salute anche se non si giocherà per diventare dei campioni, o no?
Ma chi lo sa?
Quanti di quelli che potrebbero fare lo sanno che è così? Chi del Ministero dell’Istruzione è informato dei risultati delle numerosissime ricerche scientifiche che sono state fatte con gli scacchi e soprattutto dei risultati significativi che hanno fornito?

Quanti Comuni che pagano il pulmino alle scuole per portare i ragazzi in piscina,  contribuiscono anche ai corsi di scacchi nelle scuole? Temo non molti.

Istruttori è tempo di muoversi!
Credo sia compito nostro, da Istruttori, metterci in campo, fare luce su ciò che stiamo facendo, fornire i dati del nostro lavoro e soprattutto incontrarci fra noi.
Non solo per arricchirci vicendevolmente sulla didattica, che è già una gran cosa, ma per capire quello che possiamo fare per creare una realtà incontrovertibile, di solida esistenza della nostra professione e collocazione nella società.

Dobbiamo farlo da noi, perché non ci sarà nessuno a farlo per noi.
Ci sono potenzialità enormi nel nostro lavoro, che non sono ancora state espresse e da molti di voi, credo, nemmeno immaginate.

Gli scacchi, un gioco per crescere.
Tra un mese avremo un’occasione unica, da cogliere tempestivamente. Il Convegno Gli scacchi: un gioco per crescere, che si svolgerà a Torino dal 25 al 27 febbraio 2009, ci fornirà l’occasione di incontrarci tutti, di conoscere le altre realtà di diffusione scacchistica a livello scolastico nel mondo, di imparare come sia stato possibile creare la figura dell’istruttore di scacchi professionale in altri paesi.

Vi saranno molte possibilità di arricchimento in quanto il convegno sarà incentrato sulle modalità dell’insegnamento scacchistico in ambito scolastico e sulle potenzialità dell’insegnamento scacchistico nello sviluppo delle competenze cognitive e della personalità degli alunni.

È rivolto al mondo della scuola, quindi saranno presenti moltissimi insegnanti, dirigenti scolastici, nonché rappresentanti del Ministero dell’Istruzione.
Venite per favore, fatevi vedere.

 

Alessandro Dominici

L’autore

Alessandro Dominici è istruttore giovanile qualificato.  Coordina i corsi di scacchi nelle scuole in Piemonte.

Madamina, il catalogo è questo. L’occasione mancata di The Chess Instructor 2009.

Quando ancora ero giovane e c’erano solo i dischi in vinile, le piccole case discografiche specializzate pubblicavano di quando in quando dei “sampler”, dischi con raccolte di brani di vari autori di quella casa, tratti dai rispettivi LP.
Contenevano un po’ di tutto e questo era il loro pregio e il loro difetto.

The Chess Instructor 2009 (2009, perché vuole essere il primo di una serie di annuari specifici per istruttori di scacchi) mi ha fatto ricordare i “sampler records” di quasi trentanni fa.
Anche qui, come in quei dischi, compaiono molti autori della casa, l’editore New In Chess; anche qui compaiono pezzi già pubblicati o addirittura disponibili su internet. Ma il risultato complessivo è per me molto deludente.
C’è poco di originale e mancano esperienze significative: nulla dalla Germania, primo paese occidentale per diffusione degli scacchi; poco dai paesi dell’ex Unione Sovietica: un contributo di Zaitsev e la riproposizione con titolo diverso di un articolo di Vaisman, istruttore ucraino.
Certo, la genesi di The Chess Instructor è stata tribolata, visto che era annunciato dall’editore New In Chess addirittura a novembre 2006, poi a luglio 2007, poi era sparito dagli annunci. Ma proprio per questo si poteva e si doveva fare meglio.
Penso che i curatori avranno molto da lavorare per dare dignità alla serie.

 

In ordine di pubblicazione, il libro riporta i seguenti contributi:

Allard Hoogland, L’insegnante di scacchi che fa giocare 70.000 bambini ogni anno
Di questo articolo, che riporta una intervista a Michael Basman, ho già scritto qui.

Mark Dvoretsky, Opinioni controcorrente (Controversial Thoughts)
Anche questo testo è già disponibile in internet, in due articoli comparsi sul sito Chesscafe.com, nelle puntate di dicembre 2007 e gennaio 2008 della rubrica di Dvoretsky.
Ho riferito del primo di questi due contributi in un post di dicembre (qui).

Cor van Wijgerden, Lo Stappenmethode (metodo per gradi)
L’autore di Stappenmethode presenta il suo corso in cinque volumi, che è stato adottato dalla federazione scacchistica olandese. Oltre alla presentazione, van Wijgerden pubblica un esempio tratto dal manuale per gli istruttori del secondo anno, una lezione sull’attacco doppio.
Dello Stappenmethode ho scritto qui.

Igor Zaitsev, Lo sviluppo di un criterio guida. Formulare una regola per il gioco di attacco
Il titolo inglese è The Development of a Sensible Concept, l’ho tradotto con molta libertà.

Dall’analisi approfondita della sedicesima partita del campionato del mondo fra Alekhine ed Euwe, Zaitsev elabora la “regola” che dice di attaccare quando si ha un vantaggio di sviluppo e trova un importante corollario, non liquidare troppo presto l’attacco emantenere il potenziale offensivo anche a costo di svantaggio materiale.
Articolo interessante ma di elevato contenuto tecnico e di limitato interesse pratico per gli istruttori scacchisticamente deboli come me.

 

Jan Van de Mortel, Le dieci cose principali da ricordare per un istruttore di scacchi
Un MI olandese che insegna scacchi a Chicago fornisce il suo decalogo, che risente molto della situazione statunitense. Il punto di vista è quello di chi guarda agli scacchi come un “business”; van de Mortel, infatti, è contitolare di Chess Education Partners, impresa che fornisce lezioni di scacchi alle scuole e campi estivi per i ragazzi.
Liberamente tradotto e interpretato il decalogo è questo:
1. cura la comunicazione con i bambini;
2. meglio un buon insegnante che uno scacchista;

Un persona con capacità di insegnare e una conoscenza elementare delle regole è da preferire ad un maestro di scacchi con mediocri capacità didattiche

La lezione tipica, secondo van de Mortel prevede:
– gli studenti arrivano nel locale in cui si fa lezione (negli USA è pratica normale che siano gli studenti a spostarsi, per seguire le lezioni del loro piano di studi). Se arrivano alla spicciolata è bene intrattenere i primi arrivati dando loro una paginetta di quiz;
– lezione di gruppo per 15-25 minuti;
– quiz su carta o partite ridotte (ci sono solo alcuni pezzi, esempio, donna contro 8 pedoni);
– gioco libero, almeno per 20 minuti

Concedete sempre ai bambini tempo sufficiente per giocare

3. se puoi, insegna DURANTE l’orario scolastico;
4. meglio insegnare in un’aula, o nella biblioteca scolastica (non in palestra o in sala mensa);
5. metti un limite al numero di allievi (l’ottimo sarebbe 12 bambini per insegnante);
6. non ci sono cattivi giocatori di scacchi nella mia classe (ogni giocatore di scacchi si considera intelligente per il solo fatto che gioca a scacchi). Il corollario di questo punto è che i quiz da assegnare ad allievi di livello differente nella stessa classe devono essere differenziati;
7. ripeti i concetti da vari punti di vista (van de Mortel intitola questo punto “Tom & Jerry, dal nome assegnato alla partita fra la donna nera e 8 pedoni bianchi, ma il senso del paragrafo è che conviene ripetere i concetti, perché non si può essere troppo veloci nell’introdurli:

Far arrivare i bambini dal punto in cui hanno imparato le regole degli scacchi a quello in cui vedono velocemente gli attacchi avversari ai propri pezzi richiede anni piuttosto che mesi.

8. I trofei devono essere grandi! (pare che negli USA una coppa di 30 cm sia considerata piccola e i trofei tendano al metro. Mah!)
9. Non parlar male della concorrenza;
10. (anche negli USA) i soldi sono il problema principale per la diffusione degli scacchi nelle scuole.

 

Jeroen Bosch, Piccole manovre strategiche
Il GM Jeroen Bosch è uno dei curatori del volume.
Il suo contributo è fra quelli più interessanti e riguarda l’utilità di insegnare anche ai giocatori meno esperti manovre tipiche per conquistare piccoli vantaggi posizionali.
Le manovre proposte si concludono in una o al massimo due mosse e non richiedono pianificazione raffinata. Ma devono far parte del bagaglio di conoscenze di ogni buon giocatore.
Bosch propone 18 posizioni di esercizio e suggerisce agli istruttori e allenatori di scacchi di crearsi un buon database di posizioni di questo tipo, dove una parte può ottenere un vantaggio, anche minimo ma chiaro. Esempi di vantaggi sono “rovinare la struttura pedonale avversaria, attivare un proprio pezzo, cambiare un pezzo forte dell’avversario, assicurare una casa forte ad un proprio pezzo, ecc.”.

 

Anique B. H. De Bruin Aiutare i giocatori di scacchi a migliorare
articolo interessante nel quale l’autrice, ricercatrice dell’Università Erasmo di Rotterdam, illustra i risultati di alcuni studi, e in particolare di quello, da lei coordinato, che ha verificato l’effetto positivo della pratica intenzionale (“deliberated practice”) degli scacchi sullo sviluppo della forza scacchistica.

Lo studio della De Bruin conferma che i migliori risultati si ottengono lavorando intensamente sui punti deboli. L’allenamento specifico, intenso e ripetuto conta di più del gioco in torneo. E ha effetto nettamente maggiore rispetto al talento o al sesso di appartenenza. Fondamentale risulta perciò la motivazione del giocatore, e quindi il ruolo svolto dal suo allenatore.

Per i giocatori meno esperti, secondo quanto rilevato dalla De Bruin, la pratica deve prevedere:
– l’autospiegazione delle cose che si stanno imparando;
e, a seguire in ordine di importanza
– l’autocontrollo dell’apprendimento
e
– l’autoregolazione del processo di apprendimento.

Ritornerò su questo contributo nei prossimi giorni.

 

Steve Giddins, Imparare un’apertura …studiandone il finale!
Titolo fuorviante per un articolo interessante. I “finali” di cui scrive Giddins sono, in realtà, posizioni di mediogioco (quasi sempre) senza le donne.
Il Maestro Fide inglese, che è anche curatore con Bosch di The Chess Instructor 2009, mostra alcuni esempi di posizioni tipiche che possono scaturire dalla variante di spinta della Francese.
Paulsen-Tarrasch, Norimberga 1888, insegna la debolezza del pedone bianco in d4, la bontà per il Nero del cambio degli alfieri campochiaro, la posizione ottimale del re nero in d7.
Atkins-Capablanca, Londra 1922, (iniziata come una Caro-Kann!!) mostra come il Nero possa creare due debolezze al Bianco. Giddins ne ricava altre due indicazioni: la spinta a2-a4 va fatta con molta attenzione, perché la debolezza creata in b4 e la possibile apertura della colonna b da parte del Nero gli danno ottime possibilità; la spinta in f5 del Nero mette il Bianco di fronte ad uno spiacevole dilemma: prendere in f6, consentendo facile gioco al Nero, oppure lasciargli guadagnare spazio e rischiare un attacco sul lato di re.
Alleati (giocatori in consultazione) – Capablanca, Barcellona 1920, mostra il piano con …a4 per fissare i pedoni bianchi in b2 e a3, e la manovra con l’alfiere camposcuro del Nero Ae7-d8-b6 e poi ritorno in d8. Anche in questa partita, Capablanca aveva giocato la Caro-Kann, rientrando poi in schemi francesi.
Vasjukov-Suetin, 1954, mostra come giocare contro un pedone g3 debole del Bianco e mostra, soprattutto, la manovra di donna Db6-a6-d3, che offre l’impedonatura a6/a5 in cambio dell’apertura della colonna b (correttamente rifiutata dal Bianco perché svantaggiosa) per penetrare nel campo avversario.

Giddins sottolinea che lo studio degli esempi che ho citato è molto più utile dello studio di varianti d’apertura.

 

Intervista con Alexander Vaisman
Alexander Vaisman è istruttore onorario dell’Ucraina. Il testo riportato in The Chess Instructor 2009 coincide, tranne che per il titolo, con un articolo da lui scritto per The British Chess Magazine, già pubblicato nel 2005 col titolo “How to Become s Strong Grandmaster” e disponibile su internet (clicca qui per scaricarlo in pdf).
Io ho trovato tre cose interessanti:
1. gli scacchi sono una palestra naturale per lo sviluppo di abilità facilmente utilizzabili nel mondo degli affari.

[Un istruttore dà lezioni al figlio di uno dei nuovi ricchi russi]
Dopo alcune lezioni, l’istruttore si rese conto che il ragazzo non sarebbe mai diventato un forte giocatore e lo disse con franchezza al padre. La risposta fu
«Non voglio che diventi un forte grande maestro! Voglio che mio figlio impari a pensare, ad anticipare e comprendere quello che il suo avversario sta per fare e a prendere decisioni autonome

2. il gioco lampo rivela il talento;
3. è preferibile una crescita lenta, perché porre obiettivi troppo precoci al bambino (i campionati mondiali under 10) è dannoso per il suo sviluppo come giocatore.

Il resto dell’articolo è infarcito dei soliti consigli: studiate partite commentate, ecc.

 

Richard James, Le capacità cognitive scacchistiche dei bambini
Questo articolo, che risale al 2003 e che è già disponibile da oltre 4 anni su internet (clicca qui per scaricarlo in formato pdf) riporta i risultati di un test condotto su oltre 70 bambini inglesi di età e livello di gioco differenti. I bambini furono invitati a risolvere 8 posizioni e a spiegare come avevano raggiunto la soluzione. I risultati, secondo James, indicano che ci sono modi diversi di pensare a seconda delle età dei bambini e che questo ha implicazioni sul come sia opportuno insegnare loro a giocare.
James parte da Piaget e dalla sua suddivisione in fasi dello sviluppo cognitivo del bambino (senso-motoria da 0-2 anni; pre-operatoria, da 2 a 7 anni; delle operazioni concrete, da 7 a 11 anni; delle operazioni formali, da 12 anni in avanti) per sostenere che il bambino/a MEDIO:
1) prima dei 12 anni non è in grado di applicare procedimenti logici complessi e quindi non può arrivare a comprendere da solo le finezze del gioco degli scacchi (per finezze si intendono anche combinazioni di poche mosse, niente di particolarmente evoluto);
2) perciò l’apprendimento scacchistico non può essere spontaneo prima dei 12 anni e i bambini non possono essere lasciati a se stessi mentre imparano, ma vanno seguiti e allenati in modo appropriato alle loro capacità naturali di pensiero. In mancanza di questo succede quello che James rileva con il suo test:

per la maggior parte dei casi i bambini [posti di fronte alle posizioni da risolvere] reagivano alla prima cosa che vedevano sulla scacchiera

E questa osservazione è alla base della polemica di 4 anni fa con un articolo del Guardian che parlava degli scacchi come del nuovo rock’n’roll, capaci di attirare moltitudini di bambini (per chi volesse leggerla, sta qui). James sostenne, con qualche ragione, che la maggior parte di quei bambini non sarebbe mai diventata pubblico adulto per gli scacchi, perché non avrebbe imparato a sufficienza il gioco per apprezzarne le finezze.

Nell’articolo del 2003, ora pubblicato su The Chess Instructor 2009, James prometteva di spiegare le sue idee su come dovessero essere insegnati gli scacchi ai bambini in un articolo successivo. Se mai l’ha pubblicato, io non ne ho trovato traccia.

 

Adrian Mikhalchishin, Endgame trouble at the Fide Women’s World Championship
Il GM ucraino, ora sloveno, Adrian Mikhalchishin, analizza alcuni finali interessanti occorsi nel campionato del mondo femminile 2006 e ne ricava quattro raccomandazioni ai giocatori di scacchi:
1. fate una lista di posizioni teoriche fondamentali che bisogna conoscere assolutamente;
2. approfondite la conoscenza del gioco nel finale. A questo proposito è consigliata la lettura dei libri di Smyslov;
3. allenatevi a calcolare le varianti risolvendo gli studi. In aggiunta potete giocare posizioni classiche con il vostro allenatore o un altro sparring-partner;
4. fate e tenete aggiornato un database o un quaderno con le vostre analisi dei finali.
Si tratta di consigli non particolarmente originali.

 

Karel Van Delft e Dharma Tjiam, Il questionario di analisi di Apeldoorn
Karel Van Delft è uno psicologo appassionato di scacchi, grande organizzatore, anche se il suo massimo pregio scacchistico sembra essere quello di avere un figlio Maestro Internazionale. Dharma Tjiam è un MI che collabora con la scuola di scacchi di Apeldoorn.
L’articolo presenta un lunghissimo questionario da sottoporre ai ragazzi dopo una loro partita per aiutarli ad analizzarla. Il questionario affronta sia aspetti psicologici del gioco (come ti sei sentito / cosa pensavi del tuo avversario / ecc.) sia aspetti tecnici ed è composto di quattro parti:
– una psicologica, con 34 domande (!),
– una di controllo tattico, con 19 elementi da controllare,
– una sugli elementi posizionali, 16 in tutto fra vantaggi permanenti e vantaggi temporanei,
– e 21 domande “tecniche”.

Personalmente trovo dannosa la scheda proposta. Questo alla luce della mia esperienza negativa nel 2007, di cui ho parlato nel post “pensa come un grande (non necessariamente maestro) che qui cito”:

L’errore commesso è stato di predisporre una scheda di analisi troppo complessa. Nel tentativo di rendere più semplice il lavoro [ai bambini], la scheda realizzata a inizio corso era strutturata come una lista di controllo con una serie di domande relative alla partita da analizzare. Il carico di lavoro si è rivelato eccessivo rispetto alla pazienza e concentrazione dei bambini ed ha inficiato l’efficacia dell’analisi.

Se poi si legge cosa dicono altri autori all’interno dello stesso libro:
1. Simen Adgenstein, che nel suo articolo sul lavoro con Carlsen pone l’accento sul divertimento come fattore motivante per il giovane giocatore di scacchi (e aggiunge divertito: “almeno per i giovani norvegesi”);
2. Anique de Bruin, che sottolinea l’importanza della motivazione per il raggiungimento del successo scacchistico, 
la proposta di van Delft e Tjiam rivela la sua pericolosità per lo sviluppo scacchistico dei giovani e non si può che provare pena per i poveri bambini della scuola di Apeldoorn.

Per chi non sa resistere alla curiosità e per i masochisti riporto i link per scaricare la scheda usata a Vicenza (clicca qui), e la scheda a cui mi sono ispirato, tratta dal sito professorchess.com (clicca qui ).
Il questionario di Apeldoorn si può trovare sul sito internet del circolo di Apeldoorn (cliccal qui).

 

Charles Hertan, La gerarchia di Hertan
Charles Hertan, “forte maestro Fide”, presenta anche lui una lista di domande, che chiama “la gerarchia di Hertan” e che servono al giocatore che sta imparando a scegliere la mossa migliore.
Le domande sono collegate all’ultima mossa dell’avversario. Se questa pone una minaccia, bisogna dapprima controllare se la minaccia è reale. Se lo è si deve considerare la possibilità di portare a nostra volta una minaccia più forte. Se ciò non è possibile bisogna chiedersi, in sequenza, se non sia possibile difendere: a) in maniera attiva; b) in maniera flessibile; c) in un qualche modo che non ci faccia perdere materiale senza compenso. Se proprio bisogna concedee materiale all’avversario, ci si deve chiedere se si possa farlo ottenendo in cambio un gioco attivo o comunque del controgioco. E se neanche questo  possibile, si deve cercare comunque una difesa ostinata.
Se l’ultima mossa dell’avversario non crea alcuna minaccia, occorre considerare per prime le mosse forzanti. Se non esistono mosse forzanti ci si deve chiedere se si possa migliorare la posizione. Questo implica determinare dove e quali siano i vantaggi della posizione. Hertan conclude discutendo brevemente di questo.

 

Willy Hendricks, Prima muovi, poi pianifica, infine giudica

Quello di Hendriks è un articolo brillante (su cui ritorneremo) che affronta il modo in cui un giocatore esperto sceglie le mosse. Non sono i principi o una valutazione pignola degli elementi posizionali e/o tattici della posizione, a determinare le scelte delle mosse candidate, ma l’intuito e l’esperienza. Il giocatore esperto comincia a ragionare di mosse e dalle prime analisi comincia ad individuare gli elementi tattici e strategici della posizione. E ovviamente può trovare nuove candidate. La tesi di Hendriks è esposta in modo brillante, ma non mi convince del tutto.
Anche questo articolo è già stato pubblicato, sia pure in olandese, sulla rivista della federazione olandese degli scacchi.

 

Simen Agdenstein, Lavorare con Magnus
Racconta l’esperienza dei primi anni.  Istruttore come ispiratore.
Interessanti alcune annotazioni:
– il lavoro con Carlsen era prevalentemente lavoro di analisi delle partite;
– meglio analizzare le partite con la scacchiera e i pezzi di legno che con il computer …ma non vale per le aperture;
– l’allenatore è soprattutto un ispiratore ma…

i bambini non possono essere spinti [troppo] almeno non quelli norvegesi. Magari funziona per altre culture, ma in Norvegia [l’allenamento scacchistico] deve essere sempre un divertimento.

Qui un’intervista video in inglese sul rapporto con Carlsen.

  

Jeroen Bosch, Recensioni di libri
Recensione di Chess for Zebras, di J. Rowson; Starting Out Defensive Play, di A. Dunnington; Starting Out Attacking Play, di J. Plaskett; Rethinking the Value of the Pieces, di A. Soltis, How to Choose a Chess Move, di A. Soltis (tradotto in italiano da Prisma un anno fa con il titolo Come scegliere la mossa migliore), The Grandmaster’s Mind, di A. Avni. Segnalazione di altri libri.

 

Se siete arrivati fino in fondo meritate un piccolo premio, che ha a che fare con gli scacchi e, in modo obliquo, anche con il titolo di questo post.