• scacchi012

    Riflessioni, appunti e spunti sul gioco degli scacchi, sul loro insegnamento a bambini e ragazzi, soprattutto nelle scuole.
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  • Istruttori

    Sito degli istruttori di Federscacchi

    Il Forum degli istruttori del sito/blog Scacchierando

    Gli istruttori premiati dalla FSI per il 2010:

    FOTO: Gli istruttori dell'anno 2010: Roberta De Nisi, Olga Zimina, Eugenia Di Primio, Andrea Rebeggiani, Sebastiano Paulesu, Giuseppe Rinaldi

    Ne abbiamo scritto in un articolo su scacchi012.

    I premiati degli anni scorsi:
    - 2008
    - 2009
    .

  • Il nuovo libro di Alex!

    Per gentile concessione dell'editore (ediscere), pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Alexander Wild per la serie Giocare a scacchi, I matti. Per scaricarlo, clicca qui.

    Wild, i matti

  • I racconti di Kob

    apici sinistraIl silenzio all'inizio del primo turno. Di un torneo così. Le prime mosse, quando tutto è ancora possibile. Quando ancora tutti i sogni hanno diritto di cittadinanza. Quei primi minuti. In cui non si alza nessuno. In cui davvero tutti, tutta una sala, centinaia di persone, condividono gli stessi sentimenti.apici destra

    Mauro Kob Cereda, Foto

    Link ai racconti di Kob.

Chiacchiere (mica tanto) da bar.

Cara FSI, perché fai i corsi quando l’istruttore è impegnato a fare l’istruttore?
Lo spunto per questo articolo è la recente esperienza al Campionato giovanile under 16 svoltosi a Città del Mare dal 3 al 10 luglio. Come accade ormai da diversi anni la Federazione Scacchistica Italiana, con una intuizione che ho sempre considerato felice, organizza durante queste fasi nazionali delle conferenze per istruttori, sapendo di poterne riunire parecchi che sono al seguito delle rappresentative regionali o accompagnatori dei propri allievi di circolo.
Quest’anno inoltre vi erano anche numerosi incontri interessantissimi a margine della manifestazione sportiva, come il corso di comunicazione orientato agli istruttori e tecnici. Qui ho potuto incontrare Filippo Sileci, Dario Rosato, Lucio Ragonese e Carla Mircoli, Maria Teresa Arnetta, Giuliano D’Eredità, oltre naturalmente a Marcello Perrone e Gianpietro Pagnoncelli.

Ma proprio per questo voglio fare i miei rilievi critici (raramente mi capita) alla nostra Federazione: quasi tutti gli eventi erano concomitanti coi turni di gioco…

Ora se è pur vero che gli istruttori sono presenti in questi giorni è per una ragione fondamentale, cioè per seguire i propri ragazzi: o in sala analisi, o comunque nelle vicinanze delle sale di gioco, come punti di riferimento per i bambini spesso giovanissimi. Personalmente, messo a scegliere – per la prima volta – tra seguire gli allievi o partecipare alla riunione degli istruttori non ho avuto dubbi: ho scelto di stare in sala analisi per supportare i giocatori.

 

Eravamo quattro amici al bar
In compenso per una casualità logistica abbiamo avuto una “tavola rotonda” improvvisata e senza alcun ordine del giorno presso l’Hotel Perla del Golfo in cui eravamo ospiti – tra gli altri – io, Alessandro Pompa, Andrea Rebeggiani, Marco Corvi, Pierluigi Passerotti, Riccardo Del Dotto, Roberto Fusco, Stefano Ticozzi e  Carmelita Di Mauro.  Data la grande disponibilità di ognuno di noi a confrontarsi sui temi della didattica e della preparazione tecnica dei giovani siamo riusciti ad incontrarci tutti insieme. Prendendo un caffè si è parlato di alcuni aspetti molto interessanti che stanno a cuore agli istruttori.

L’etica sportiva, grande sconosciuta.
Per prima cosa si è parlato della mancanza di cultura ed etica sportiva persino nell’ambiente scacchistico. Spesso la presenza di genitori poco abituati alle regole di garanzia a tutela della correttezza e della lealtà sportiva pone seri problemi anche agli organizzatori, prima ancora che ai giudici di gara. Tutti gli istruttori presenti al tavolo (si sono dovuti allontanare solo Pierluigi Passerotti e Riccardo Del Dotto, impegnati in una sessione di preparazione coi propri allievi) siamo stati concordi che dovremo farci promotori di una nuova fase di formazione, rivolta anche all’esterno se non vogliamo finire in problemi di ordine pubblico come in altri sport…
Interessantissime le osservazioni di Alessandro Pompa che ha raffrontato la situazione italiana con quella francese, parlandoci di una biblioteca che conta migliaia di volumi dedicati allo sport, e la quasi totalità sono inerenti proprio all’etica sportiva, alla didattica ad aspetti socio-culturali… non alla ricerca del successo a tutti i costi. Secondo Alessandro lo strumento di cui disponiamo è veramente rivoluzionario: possiamo rivolgerci alle nuove generazioni, che saranno i pilastri della società futura, con un occhio alla loro capacità di cittadinanza. Potremo sperare in un miglioramento del tessuto sociale solo se sapremo lavorare con loro in termini di miglior organizzazione del pensiero critico, ben lontano dai modelli pre-confezionati che sono proposti dai media.

Scacchi a scuola come fattore di inclusione
Andrea Rebeggiani ha indicato il forte impulso che in altre nazioni si sta facendo per la ricerca della validità educativa dei progetti scolastici: ha citato l’esperienza scozzese di Aberdeen, dove il valore aggiunto degli scacchi scolastici è stato riconosciuto proprio come l’aggregazione tra generazioni differenti. Il monitoraggio ha mostrato come i genitori si siano rapportati al meglio con gli insegnanti e coi bambini. Qui abbiamo tutti espresso il rammarico  per come progetti ministeriali come “Scuole aperte” non ci vedano protagonisti come meriteremmo, dal momento che è assai raro trovare attività in cui tutti possono confrontarsi senza limitazioni di sorta: il bambino con l’adulto, femminucce con maschietti, abili e diversamente abili, cittadini comunitari ed extracomunitari…

Perché le ragazze lasciano lo sport prima e più dei ragazzi?
In questo contesto è stata ripresa la domanda che Giuliano D’Eredità ha rivolto al responsabile del CONI presente ad uno degli incontri organizzati dalla FSI (l’unico a cui ero presente purtroppo): è un problema solo scacchistico l’abbandono dai 14 anni in su delle ragazze? E sebbene la risposta è stata che l’abbandono è piuttosto generalizzato in ogni disciplina sportiva, ci piacerebbe poter presentare un progetto pilota, magari proprio al Ministero delle Pari Opportunità, per far sì che anche le ragazze possano realizzarsi nello sport come i ragazzi.

Gli scacchi a scuola hanno obiettivi diversi e divergenti dagli scacchi “sportivi”
Altro punto discusso in questa chiacchierata informale è stato quello della didattica, sia nelle scuole, sia nei circoli che in altri contesti. Carmelita Di Mauro ha parlato della sua esperienza (che si è coronata quest’anno con un brillante terzo posto per una sua bambina negli Under 8), che è prettamente formativa, e che solo incidentalmente può innestarsi nelle capacità di un talento. Lei usa gli scacchi per accrescere le capacità logiche e matematiche dei suoi allievi, ma con gli scacchi ha scoperto uno strumento trainante che accresce la consapevolezza e l’auto-stima dei suoi studenti.

Non ci sono corsi di aggiornamento
Per il livello medio-alto molti istruttori lamentano la mancanza di occasioni di crescita. Si è ipotizzato un sistema di formazione continua, dove periodicamente gli istruttori vengono “istruiti” dalle eccellenze del settore, affinchè arricchiscano il proprio repertorio pedagogico e didattico, ma anche scacchistico. Solo in questo modo potremo crescere come movimento scacchistico.

Ci stiamo organizzando!
Al termine della chiacchierata, in cui non si è registrato un solo intervento polemico o di dissenso, ci siamo scambiati i nostri indirizzi e numeri telefonici, affinchè si possa trasformare in qualcosa di concreto queste considerazioni generali.

Scacchi a 5 anni.

Ancora prima di finire il corso per insegnanti di scacchi, la maestra Maria Angela Comparotto ha cominciato a sperimentare con i bambini della scuola dell’infanzia Marco Polo di Vicenza un piccolo corso di scacchi.

Ovviamente le attività realizzate hanno tenuto conto dell’età e delle potenzialità dei bambini.

Punto di partenza sono stati i lavori di Alessandro Pompa e l’esperienza realizzata a San Michele, che erano stati presentati nel corso per gli insegnanti di scacchi.

Inventata una storia da cui partire, la maestra Maria Angela ha presentato ai bambini la scacchiera e i personaggi degli scacchi, utilizzando filastrocche adattate o inventate appositamente. I bambini hanno imparato come muovono i pezzi e venerdì 11 giugno 2010 hanno dato un saggio della competenza acquisita a una platea di genitori e qualche nonno.

La storia che ha fatto da sfondo a tutte le attività è semplice ma efficace, anche se talvolta un po’ didascalica:

Nell’antica India, un re vede che i suoi due figli sono in continua competizione, perciò affida loro due parti del suo territorio, e li invita ad abitare in due zone confinanti, con i loro soldati e amici. Stabilisce però che alla sua morte uno solo diventerà Re e per trovare una soluzione che non sia cruenta li invita a simulare uno scontro attraverso il gioco degli scacchi. In tal modo vince chi sa ragionare “meglio”, chi sa trovare migliore strategie di riuscita, chi è più saggio e riflessivo, non chi usa meglio le armi. I vincitore governerà tutto il regno.
Il Regno è disposto a scacchiera: 4 torri a difesa, donne, cavalli, alfieri, pedoni, equamente distribuiti, che indossano abiti che li contraddistinguono e che difendono e proteggono il loro re.
Prima di iniziare la disputa, i due figli, preoccupati, convocano il loro esercito per trovare con esso le strategie per riuscire vittoriosi. Le donne al loro fianco, astute, decidono di andare da una maga che loro conoscono per chiedere quyale può essere la tattica migliore. All’insaputa l’una dell’altra, si rivolgono alla stessa maga, la quale consiglia mosse particolare  e diverse per ogni personaggio, in modo tale da ingannare l’avversario. All’inizio della partita ognuno scopre che i personaggi si muovono allo stesso modo in ambedue i “campi”. I movimenti si succedono a parità di forze.
A questo punto riuscirà vincitore chi sarà più abile nel capire le mosse dell’avversario e saprà prevenirlo.

L’apertura e la chiusura del saggio sono state ritmate dalla Filastrocca degli scacchi di Maria Beatrice Rapaccini e Mauro Gaspari (tratta dall’esperienza della Scuola Materna di San Michele, raccontata in questo blog).

Uno ad uno, a turno, i bambini hanno disposto a terra la scacchiera, mettendo poi cartelli con i numeri a indicare le traverse e a indicare le colonne cartelli con il disegno di un animale e la lettera ad esso associata.

Una volta “montata” la scacchiera, i bambini vi hanno preso posto, schierandosi nella casa di partenza del  pezzo impersonato. Da lì si sono mossi seguendo le indicazioni delle maestre, e hanno risposto correttamente alle domande sulle possibilità di eseguire una cattura quando era il loro turno di muoversi.

Alla fine del saggio i bambini hanno “smontato” la scacchiera recitando la filastrocca degli scacchi.

L’esperimento ha funzionato molto bene. L’esecuzione dei movimenti sulla scacchiera gigante ha fatto imparare le regole degli scacchi ai bambini e alcuni di essi riuscivano a prefigurare la mossa successiva (esempio: un pezzo/bambino si muove e ne cattura un altro; arrivato sulla casa di cattura “vede” che con una ulteriore mossa potrebbe effettuare un’altra cattura). Mica male a 5-6 anni!

Le tante intelligenze degli scacchi

Quasi trent’anni fa, Howard Gardner teorizzava la compresenza nell’uomo (e nel bambino) di tante intelligenze diverse, che operano spesso insieme.  Tante più sono le intelligenze stimolate e coinvolte nell’apprendimento, tanto migliore dovrebbe essere l’apprendimento/acquisizione della materia.

Dalla Pennsylvania alle Marche
Giuseppina Gentili, esperta e formatrice nel campo delle intelligenze multiple, oltre che insegnante della scuola primaria da più di vent’anni, ha provato a capire se gli scacchi potessero essere un’occasione per stimolare nei bambini tante intelligenze diverse. Confrontandosi con la prof.ssa Mindy Kornhaber dell’Università della Pennsylvana, collaboratrice di Gardner, Giuseppina Gentili ha tentato di individuare le abilità cognitive coinvolte negli scacchi e rapportarle ad ogni intelligenza. Il frutto (provvisorio) di questo lavoro è riportato in questo articolo (è disponibile anche una versione in formato pdf per chi volesse un documento più facile da stampare).
L’autrice precisa che un conto è individuare i processi cognitivi coinvolti e altra cosa è verificare se e in che modo queste intelligenze siano state effettivamente potenziate o meno attraverso la sollecitazione dei processi mentali individuati. Su questo aspetto Gentili e Kornhaber stanno ancora riflettendo e discutendo; la verifica della competenze raggiunte e la valutazione  sono operazioni complicate e critiche, soprattutto con le intelligenze intrapersonale e interpersonale.

Le intelligenze di Gardner e gli scacchi

Qui sotto riporto i processi mentali tipici degli scacchi associati a ciascuna intelligenza individuati da Giuseppina Gentili (e Mindy Kornhaber). In corsivo ho premesso le riflessioni sull’argomento di un istruttore di scacchi statunitense, John Bucky, che le ha presentate nel corso della sua relazione al convegno Chess in Education, tenuto negli USA nel 2006.

Linguistica
Dialogo interno su quale mossa sia buona, cosa sta minacciando il nostro avversario, ecc.
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Favorire strategie comunicative di descrizione, informazione, persuasione
– Sviluppare un  linguaggio specifico
– Potenziare l’abilità  di argomentazione

Logico-matematica
Causa ed effetto. Se metto un pezzo in presa, può essere catturato.
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Usare il linguaggio algebrico
– Velocizzare il calcolo mentale (valore pezzi)
– Attivare processi di problem posing (individuazione situazioni problematiche)
– Attivare processi di problem solving (sviluppo strategie risolutive
– Sviluppare il pensiero anticipatore (prefigurare azioni future)
– Sviluppare il pensiero critico e strategico (destreggiarsi in maniera autonoma e personale fra molte informazioni ed usare le stesse per la pianificazione degli interventi)

Visivo-spaziale
Localizzazione dei nostri pezzi e di quelli dell’avversario (“visione”).
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Attivare e potenziare la percezione e la memoria  visiva
– Sviluppare l’orientamento spaziale, la topologia, i rapporti e gli elementi geometrici 
– Utilizzare il sistema (piano) e coordinate cartesiane
– Pensare  per immagini (prefigurare azioni future) 

Corporeo-cinestetica
Movimento fisico dei pezzi.
Gioco lampo.
Uso delle scacchiere a terra e impersonificazione dei pezzi.
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Utilizzare con efficacia la comunicazione non verbale
– Attivare la coordinazione oculo-manuale
– Potenziare l’orientamento spaziale

Musicale
Ogni pezzo può essere pensato come avente una sua frequenza di risonanza, più alta per la donna, più bassa per il pedone. [Mah? NdR] Questo può avere rilevanza per gli studenti con disabilità visive.
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Comprendere schemi temporali e ritmici (turni dei giocatori).

Interpersonale
Necessità di capire le intenzioni dell’altro (l’avversario).
Capita che qualche giocatore si alzi e per meglio pensare guardi alla scacchiera dal punto di vista dell’avversario.
(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Favorire una valutazione critica delle potenzialità, aree di forza e aree di debolezza dei propri compagni
– Costruire relazioni positive con gli altri (lavorare in gruppo), dialogare, concordare, negoziare
– Stimolare la disponibilità al confronto, al rispetto delle idee e opinioni degli altri
–  Favorire il rispetto delle regole relazionali e di gioco condivise (autocontrollo fisico ed emotivo)

Riflessiva (intrapersonale)
Dialogo interiore.
Riflessione sul perché abbiamo fatto una certa mossa e preso una certa decisione.
L’analisi delle proprie partite diventa anche analisi dei propri punti di forza e di debolezza

(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Favorire l’auto-consapevolezza e l’autovalutazione (riconoscere le proprie potenzialità, aree di forza e aree di debolezza
– Migliorare la capacità di riflessione
– Controllare la propria istintività ed emotività (autocontrollo ed esercizio della pazienza)
– Formare una auto-coscienza critica
– Stimolare la fiducia in sé stessi, le capacità decisionali, senso di responsabilità
– Favorire la costanza e la concentrazione
– Sviluppare atteggiamenti di accettazione della sconfitta e adattamento alla realtà

Naturalistica
Sensibilità verso la scacchiera e i pezzi.
Essere “sintonizzati” sulla posizione.

(Buky)

Gli scacchi possono servire per:
– Osservare con attenzione e concentrazione
– Confrontare e classificare
– Formulare  e sperimentare le ipotesi di gioco ideate

Esistenziale
Gli scacchi possono servire per:
– Comprendere la necessità praticare il rispetto, la tolleranza e la correttezza nei confronti dell’altro
– Interiorizzare il concetto di giustizia ed equità
– Maturare la consapevolezza di sé e degli altri
– Maturare la consapevolezza della necessità e dell’efficacia del lavoro di squadra
– Sperimentare la positività di appartenere ad una comunità educante

Possiamo concludere con John Bucky che:

“Gli scacchi consentono tutte le modalità di apprendimento [previste dalla teoria delle intelligenze multiple] e possono inserirsi a pieno titolo nelle aule scolastiche moderne e differenziate di oggi”

 

La sperimentazione a Carassai e San Benedetto del Tronto

Stabilito che gli scacchi possono essere validamente utilizzati per sviluppare praticamente tutte le diverse intelligenze, la dott.ssa Gentili ha predisposto un programma di scacchi scolastici di cui riportiamo in documento a parte la  prima unità operativa. Le attività previste sono state realizzate in due classi seconde delle scuole di Carassai e San Benedetto del Tronto ed è previsto che proseguano nei prossimi anni, fino alla quinta.

La costruzione della scacchiera

Il programma delle attività è stato elaborato a partire da quello proposto da Alessandro Pompa nel libro I bambini e gli scacchi, e dalle fiabe di Carlo Alberto Cavazzoni nel libro  “Il Castello degli scacchi”.
Il corso di scacchi è cominciato con la lettura della leggenda di Sissa, seguita dalla costruzione della scacchiera e dei pezzi e pedoni per giocare.

La costruzione dei pezzi

È seguita la lettura della fiaba “Il Regno degli scacchi” (Cavazzoni) che ha fatto da sfondo integratore a tutte le attività successive. Dopo la presentazione della scacchiera e l’esecuzione di giochi logico-matematici basati su di essa, i bambini hanno ascoltato la canzone dello Zecchino d’Oro, “Scacco matto”, che hanno prima analizzata e poi memorizzata e cantato.

Il successivo incontro di gemellaggio con coetanei più esperti della scuola primaria “Bice Piacentini” ha aiutato i bambini della scuola di Carassai ad avvicinarsi ulteriormente agli scacchi.

Si gioca all'aperto

Dopo il gemellaggio sono cominciale le “lezioni” di scacchi: sono stati presentati per primi i pezzi, nell’ordine Re, Torre, Alfiere, Regina (sì, Regina e non Donna), Cavallo. E dopo i pezzi i bambini hanno conosciuto il pedone e le sue caratteristiche principali, inclusa la promozione ad altro pezzo. Questa parte del programma è stata basata sul lavoro di Alessandro Pompa I bambini e gli scacchi.

 

Una storia da rappresentare
I bambini di Carassai hanno completato tutte le attività e da un paio di mesi stanno facendo pratica del gioco. Ma non si sono limitati a giocare, perché, lavorando in gruppi, hanno scritto una storia che ora dovranno sceneggiare per una rappresentazione teatrale. Ecco la storia prescelta, scritta da Samuele, Giorgia Jonathan e Matteo:

Un…due…tre…fante, cavallo e al Re!!

C’erano una volta, tra due colline, in una terra molto lontana, due regni: uno completamente banco e l’altro completamente nero.
Il regno bianco meraviglioso era rivestito da fiori multicolori, cascate d’argento, boschi fatati, fiumi e laghi a volontà ed impreziosito da montagne innevate e candide nuvole che giocando insieme spesso si fondevano in giochi di luce bellissimi. Al centro del regno si ergeva un castello di cristallo, tutti vivevano in pace e tranquillità rispettando sé stessi, gli altri e la natura
Il regno nero invece, a differenza di quello bianco, conteneva un castello scuro di argilla, circondato da cascate inquinate, fiori di colore scuro, laghi e fiumi scarsi ed inquinati ed alberi completamente  coperti da sacchi neri; tutti erano sempre costantemente arrabbiati, ognuno pensava solo a sé stesso, non rispettando e distruggendo le poche cose che erano in comune con gli altri, non solo non rispettavano gli altri ma neanche sé stessi ed i propri talenti. Ogni regno si differenziava con il proprio colore. Nel regno bianco viveva una coppia formata da un re potente e ricco che si poteva permettere il primo passo nel gioco degli scacchi (considerato nei due regni gioco nazionale)  e una regina dotata di incredibile bellezza che amava la natura e che ogni giorno perfezionava i suoi capelli che abbelliva sempre con fiori profumati. Le dame di sua maestà erano due torri con capelli rizzati all’insù, fedeli e sempre pronte al suo servizio. I  mezzi di trasporto utilizzati, sempre lavati  e puliti  erano due  cavalli bianchi  con una sella che si illuminava al sole. I due cavalieri più coraggiosi, sempre pronti a sacrificarsi  per il sovrano, ricoperti da un’armatura d’oro erano gli alfieri. I figli dei due sovrani erano otto ed erano talmente carini che con la loro bellezza imprigionavano diagonalmente gli avversari.
Nel regno nero invece vivevano due sovrani, un re  e una regina che erano diventati con il tempo molto poveri avendo speso incoscientemente tutto il loro patrimonio, e che obbligavano i loro sudditi a compiere umili lavori senza riconoscere le loro abilità e i  loro talenti.
Un giorno però, il re bianco si accorse del degrado e della distruzione che stava avvenendo nel regno nero e decise insieme alla consorte di fare qualcosa. Chiese udienza al re nero e si recò nel suo castello di argilla per chiedere spiegazioni del suo comportamento irresponsabile nei confronti dei suoi sudditi e dell’ambiente, facendo notare che sia lui che il suo regno non avrebbero potuto sopravvivere molto al grande e disastroso inquinamento che già c’era e alla mancanza di rispetto tra le persone.
Il re bianco fu molto convincente, tanto che il re nero capì il suo errore ma a causa della sua poca responsabilità decise di affidare la  decisioni definitiva alla sorte. Per celebrare il possibile  accordo si  decise di organizzare un torneo e fare una partita a scacchi, che come ricordato era il gioco nazionale dei due regni. Bianchi e neri si scontrarono per un semplice motivo: se la vittoria fosse stata bianca i neri avrebbero rispettato i propri talenti e non avrebbero  inquinato più l’ambiente; se invece la vittoria fosse stata dei neri, i bianchi avrebbero dovuto dare i propri rifiuti ai neri per inquinare ancora di più.
Fortunatamente il torneo finì con una “patta”. Ed ora che si fa? Pensarono i due re!
Questi  dopo una lunga passeggiata e un ottimo pic-nic nel regno bianco, presero una coraggiosa decisione, decisero infatti di unirsi, non più bianchi, non più  neri,  ma un unico popolo onesto, coraggioso e pieno di rispetto per sé, per gli altri e per la natura, uniti  da una comune  passione: il gioco degli scacchi. Questa decisione piacque molto a tutti e fu così che i due regni dopo un po’ di tempo si unirono e tutti uscirono dal proprio regno per andare ad abitare in un bosco lì vicino dove, pensate un po’, le chiome degli alberi avevano le sembianze dei pezzi del gioco degli scacchi, alcuni verdi chiaro altri verde scuro. Ovviamente erano alberi e chiome magiche, sempre pronti e disponibili a far giocare i due re ed  i loro  sudditi al loro gioco preferito, dando vita a delle memorabili partite che si concludevano sempre con una  grande e sincera stretta di mano.
Sapete come è andata a finire? Beh…tutti vissero felici e contenti, ovviamente!!
Ah…un’ultima cosa…se cercate questo bosco, non è molto lontano, lo troverete nel vostro cuore e se cercate più attentamente troverete anche i  vostri  talenti. Rispettate voi stessi e l’ambiente! 

Insomma, le intelligenze stimolate nei bambini nel progetto di Giuseppina Gentili sono proprio tante.
Attendiamo gli sviluppi futuri e soprattutto qualche indicazione su come si possano valutare esperienze simili.
 

Giuseppina Gentili
Laureata in Scienze della Formazione all’Università di Macerata, insegna da oltre venti anni nella scuola primaria. Attualmente lavora presso l’Istituto comprensivo di Montalto Marche (AP), dove coordina un gruppo di autoformazione I.M.A.S. (Intelligenze Multiple A Scuola).
È autrice del libro Intelligenze multiple e insegnamento della matematica (Dai punti di forza del bambino ai settori di debolezza), edizioni Junior. È formatrice nel campo delle intelligenze multiple; in rete si trova la sua presentazione ad un convegno del 2008.

C’era una volta un Re…a San Michele (1)

Questo articolo è stato scritto da
Maria Beatrice Rapaccini e Mauro Gaspari.

San Michele (Fabriano, provincia di Ancona)

Premessa

Mauro, il Mago del Mondo degli Scacchi

Il laboratorio si svolge presso la scuola dell’infanzia di San Michele, piccolo paesino dell’entroterra marchigiano, e coinvolge i bambini della scuola dell’infanzia a partire da 4 anni.

Ogni lunedì per circa un’ora, insieme al Mago del Mondo degli Scacchi “Mauro” incontreremo tutti i protagonisti di un entusiasmante racconto. Esso sarà finalizzato ad una rappresentazione teatrale di fine anno scolastico, accompagnata da filastrocche e canzoncine.

I bambini non impareranno a giocare a scacchi, né acquisiranno il senso competitivo necessario per vincere partite o impostare le sfide, non vogliamo che il mondo degli scacchi sia associato al desiderio di competere; al contrario vogliamo che si avvicinino a quel mondo con la stessa curiosità con cui si ascolta una fiaba, cercando di entrarci piano piano fino a farne parte.

Nel magico mondo degli scacchi si passeggia sulla scacchiera, si incontrano i personaggi (i pezzi del gioco), si impara a muoversi come loro, indossando vestiti per assomigliare a loro, formando disposizioni regolari e cantando con loro canzoncine e filastrocche (almeno una per ogni tipo di movimento di cui i personaggi sono capaci).

I bambini sperimenteranno il senso dello spazio geometrico e delle possibilità di movimento che esso offre anche in relazione alla presenza degli altri; poi il senso del tempo, il ritmo che scandisce le azioni ma anche il lento cammino del pedone o il rapido passaggio dell’alfiere, e infine il senso dell’energia che nasce dalla collaborazione, personaggi che si aiutano a vicenda, come le due torri, e che agiscono insieme, come tanti pedoni affiancati pronti ad marciare in avanti sostenendosi l’un l’altro. Questi elementi (lo spazio, il tempo e l’energia) sono i parametri più importanti per comprendere il gioco, e indispensabili per progredire fino ai più alti livelli; nessuna ambizione nel voler generare futuri campioni, ma molta attenzione nel formulare proposte utili in tutte le direzioni.

Prima di iniziare il laboratorio abbiamo coinvolto i genitori con una riunione esplicativa sulle finalità dello stesso e sono stati invitati a visitare questo blog.

 

Lezione 1: Lo spazio scacchiera

Il primo incontro ha avuto come tema la scacchiera come spazio da esplorare, rappresentante il Mondo degli Scacchi.

Costruiamo il Mondo degli Scacchi

Quattordici bambini, seduti su una lunga panca, hanno ascoltato curiosi la semplice giustificazione della nostra presenza in aula: mostrare e raccontare cosa accade nel magico Mondo degli Scacchi; un mondo fantastico pieno di storie di Re e Regine. Per prima cosa è necessario “disegnare” nel pavimento una scacchiera, senza la quale nessun personaggio degli scacchi potrà mai arrivare e farsi conoscere. Il materiale è pronto: 64 quadrati (25 cm x 25 cm) chiari e scuri da inserire in un perimetro quadrato, delineato da quattro grandi fasce di linoleum. Ma, come per ogni cosa complicata, è necessario prepararsi e imparare qualcosa di nuovo: la canzoncina che accompagnerà la costruzione della scacchiera può essere imparata rapidamente ed è quanto basta per fare un buon lavoro.

Filastrocca degli scacchi (di apertura)

Presto bambini che ci divertiamo
una scacchiera tutti insieme costruiamo
Incontreremo Re Regine e Fanti
nella scacchiera ci stan tutti quanti!

Una casa Bianca e una casa Nera,
ecco pronta la nostra scacchiera.

La solida Torre  e il bizzarro cavallo
Voglion tutti andare al gran ballo
E il piccolo pedone se in fondo arriverà
in una Regina si trasformerà.

Una casa Bianca e una casa Nera,
ecco pronta la nostra scacchiera
.

La chitarra e le rime semplici aiutano i bambini a svolgere questo primo compito: cantando iniziano a montare i quadrati, partendo contemporaneamente da più punti; l’alternarsi dei colori viene subito realizzato, ma è inevitabile qualche imprecisione nelle linee di contatto tra zone nate autonomamente. Si continua a cantare finché l’errore di costruzione non viene risolto: i più intraprendenti iniziano a scambiare alcune case e, in breve, tutto va al posto giusto.

 

Contiamo fino a…8

Il  GMMS “Sapete contare?” Con il gruppo che conta ad alta voce un bambino F. esegue una sequenza di passi, il primo per entrare nella casa d’angolo, l’ultimo per arrivare all’angolo adiacente a sinistra: in tutto sono otto passi; è poi la volta di una bambina che entra in un angolo e attraversa la scacchiera in diagonale fino all’angolo opposto (diagonale di case nere): ancora otto passi; “Come me!” Esulta F.  Altri due bambini eseguiranno i percorsi lato destro e diagonale bianca (stradina bianca), per scoprire che anche nel loro caso sono necessari esattamente otto passi; il numero “8” è una costante che hanno associato alla scacchiera e che ritroveranno quando, tra qualche lezione, conteranno i pedoni di ciascun colore.

Tutti dentro: che confusione!

Il numero delle case sembra elevato ma non sono poi così tante; è sufficiente farli entrare facendo scegliere ad ognuno una casa nera su cui posizionarsi, poi chiedere loro di saltare come dei ranocchi su un’altra casa nera al “pronti, partenza, via” del GMMS; pochi salti e si ritrovano quasi subito in una situazione stretta e scomoda,  a volte divertiti e a volte disturbati a vicenda sulla scelta della nuova casa (due bambini si sono anche dati una testata, per fortuna erano vicini e si sono messi a ridere).

Un po’ d’ordine!

Ora creiamo una disposizione ordinata; due gruppi su due lati opposti, pronti a saltare uno in direzione dell’altro, ma con sufficiente spazio per non arrivare alle testate. Salti in avanti e all’indietro, contando, consentono un esercizio molto più lungo e tranquillo rispetto a quello caotico senza schema.

 

 

 

Dentro e fuori dal Mondo degli Scacchi

Ora i due gruppi si girano di 90 gradi e iniziano a saltare tutti verso lo stesso lato della scacchiera, saltando di una casa alla volta e prevedendo quale è la casa successiva. I più vicini al confine devono saltare fuori; nonostante la rassicurazione che ciò va fatto, non tutti se la sentono di abbandonare il campo e provano a bloccarsi, in punta di piedi, sul bordo dell’ultima casa; niente paura, raggiungete il GMMS! Dopo sette salti resta sulla scacchiera soltanto una bambina, in verità un po’ spaesata; tutti i bambini fuori sono invitati ad applaudire il suo ultimo salto. Dentro/Fuori non è più un problema.

I nastrini colorati

Impostiamo con due bambini il movimento laterale: nastro azzurro sul polso destro e nastro rosso sul polso sinistro; poiché sono disposti uno di fronte all’altro su due lati opposti della scacchiera, le richieste di spostarsi, a braccia aperte, verso uno dei due colori contrasta con il richiamo spontaneo di andare nella stessa direzione. Pochi tentativi e l’errore non si ripeterà più (l’esercizio verrà ripreso e ripetuto con le torri).

 

Tutte le case a nanna

Si è fatto tardi e la lezione sta per finire; il ritornello della canzone con la quale hanno costruito la scacchiera viene riproposto, nella canzoncina di chiusura, con le parole invertite  per procedere all’operazione opposta: lo smantellamento e la raccolta dei quadrati.

Filastrocca degli scacchi (di chiusura)

Ora bambini la scacchiera va a riposare
Tanto abbiam saltato che è stufa di giocare.
Piano pianino le casette riponiamo
nel gran sacco che qui troviamo.

Una casa nera e una casa bianca
la nostra scacchiera è proprio stanca.

Il Re la Regina vanno a dormir
Insieme al cavallo che vuol nitrire
Anche la torre , il pedone e i fanti
Non voglion piu’ andare avanti

Una casa nera e una casa bianca
la nostra scacchiera è proprio stanca.

Riferimenti
Un grande impulso a questo progetto è stato fornito dal libro “I bambini e gli scacchi. Appunti per una teoria della mente” di A.Pompa, R. Miletto, M.R. Fucci, F. Morrone.
E sulla psicomotricità per bambini in età pre-scolare l’articolo di Sebastiano Paulesu.

Stress positivo e apprendimento consapevole

Allontanarsi dall’agonismo.
Se l’agonismo negli scacchi, per i bambini, fa bene oppure non è anche una questione di punti di vista. Per me stesso ho compreso che non è utile ai bambini, anzi è controproducente per i bambini ovviamente non per gli scacchi.

Per questo mi sto allontanando ancora di più dall’agonismo negli scacchi che insegno a scuola, ma mi sto anche allontanando di più dal principio del rendimento e competizione tipicamente scolastici.

L’apprendimento consapevole.
La motivazione per questo viene dalle mie preferenze verso l’apprendimento consapevole (1).

L’apprendimento consapevole dipende molto da fattori come: motivazione ( la disposizione ad apprendere), attenzione e curiosità. Pure il valore della novità gioca un ruolo, ma è solo una parte dell’insieme. L’attenzione focalizzata è la condizione più importante per un apprendimento consapevole. Due sono le strategie principali.
La prima strategia “Top-Down” definisce dall’alto al basso. Lo scopo cognitivo è migliorare la qualità del conosciuto oppure imparare qualcosa di nuovo.
La seconda strategia “Bottom-Up”  oppure dal basso verso l’alto mette in primo piano il fattore/esperienza emozionale.  Apprendiamo al meglio se lo scopo/traguardo è per noi importante e ci stimola emotivamente.
La novità  può risvegliare l’attenzione. Ma il solo fatto di essere un’informazione o un’esperienza nuova non garantisce che un individuo continui a confrontarsi, con l’informazione o esperienza, e di conseguenza impari qualcosa. È necessario che l’informazione o contenuto abbia una rilevanza e importanza per l’individuo in questione. Questa importanza dipende o è condizionata dalle conoscenze già acquisite e consolidate, come anche dalle esperienze e valori propri dell’individuo.
Se la nuova informazione è troppo lontana o estranea, non esiste nessuna conoscenza di base alla quale agganciarsi, è classificata come irrilevante e ignorata o rigettata.
Nell’apprendimento non è la novità il fattore più importante, ma la connessione del nuovo con il conosciuto/disponibile, il che amplia e riconsidera il disponibile.
Prof. Dr. Med.  Norbert Herschkowitz

Il bambino non è un computer
La società  moderna considera il bambino come una specie di computer, dove basta inserire il maggior numero di dati per un migliore funzionamento.
Ma il bambino non è un computer (meno male).
La prima differenza è nel richiamare i dati disponibili: il computer li richiama da un preciso indirizzo, mentre il cervello lavora per associazioni, il che implica, di solito, anche un campo più vasto.
Il cervello è un sistema che si autoregola, nel senso che si adatta continuamente alle situazioni esterne del soggetto in questione. Quando le situazioni esterne cambiano, nell’immediato non succede niente, il cervello continua a lavorare come un computer che non riesce a percepire che il suo ritmo di lavoro è diventato troppo lento o il disco fisso è diventato troppo piccolo. Quando noi infine percepiamo che le esigenze delle situazioni superano le nostre capacità di risoluzione, scatta un meccanismo che aumenta o migliora i punti di contatto o strade (reti), permettendo un più efficace uso delle connessioni che ci servono per gestire queste nuove situazioni. Se la situazione esterna cambia completamente, ancora non cambia niente nell’immediato. Il cervello continua a lavorare come un computer, anche se “intelligente” e con la possibilità di imparare dagli errori, che non percepisce però di lavorare con il programma sbagliato.

A dispetto del computer, quando noi percepiamo che qualcosa è cambiato profondamente e che con le nostre attuali strategie non riusciamo a risolvere la situazione, il cervello riduce queste “autostrade verso il nulla” o addirittura le elimina. In questo modo abbiamo la possibilità di rincominciare da capo e sperimentare nuove possibili soluzioni e cambiare/reimparare.
A questo punto ogni computer andrebbe in tilt, eccetto forse nel caso che fosse capace di emozioni. Per quante capacità le macchine possano avere, la mancanza di sentimenti e sensazioni le renderà sempre inferiori alle capacità umane. Non saranno capaci, se non glielo diciamo noi, di percepire quello che succede nel mondo. Se non glielo diciamo noi, che quello che abbiamo detto loro ieri oggi è cambiato completamente, non sono in grado di percepire che la situazione oggi è completamente diversa.

Se non vogliamo che i nostri bambini diventino dei computer non dobbiamo trattarli come tali. Come Teilhard de Chardin (1959) oppure Erich Fromm (1979) hanno tentato di spiegare, l’importanza di imparare a guardare meglio e con più precisione e percepire meglio ciò che ci circonda, per capire come possiamo cambiare il nostro ambiente con le nostre azioni. In questo modo possiamo creare una fitta rete di strade e collegamenti al posto di autostrade, dalle quali poi non riusciamo più a scendere.

Un bambino che non capisce subito un argomento trattato, vale anche per gli scacchi nelle scuole elementari, non ne fa ancora un dramma. Quando però il prossimo argomento arriva prima ancora che abbia compreso il precedente e di conseguenza non comprende nemmeno l’ultimo, inizia a diventare un problemino. Se si continua su questa strada il bambino alla fine ha un grosso problema, qualsiasi cosa faccia i risultati saranno per la maggior parte negativi. A questo punto perde la voglia e smette di partecipare, non ci prova nemmeno più. Si ritrova, dopo un certo periodo, con un’autostrada mentale che non porta da nessuna parte, ma dalla quale non riesce più a scendere da solo. Non ha avuto il tempo e la possibilità di elaborare nuove strategie.

Usare lo stress positivo.
Dicono ci sia lo stress che fa bene, ma quale?  I neurologi definiscono stress positivo quello che scaturisce, quando ci troviamo in situazioni nuove e le nostre vecchie strategie non funzionano più.

Se riusciamo alla fine a trovare nuove strategie per la risoluzione delle situazioni nuove, siamo migliorati, cresciuti e abbiamo qualche nuova stradina in più che ci porta verso un traguardo o una soluzione. Se però siamo fissati/programmati con le vecchie strategie, se siamo poco flessibili siamo condannati all’insuccesso, se questa situazione persiste arrivano le patologie psichiche ma di conseguenza anche fisiche. Mi sembra che i bambini con questi problemi siano in aumento.

Lo stress positivo deve essere controllabile sia da parte dell’insegnante/istruttore che dal bambino. Ci deve essere una consapevole e realistica buona possibilità che il bambino, messo davanti a situazioni di stress riesca da solo a poter provare a trovare una nuova strategia.

Come procurare ai bambini uno stress positivo? Da istruttore di scacchi penso ovviamente al gioco degli scacchi. Mi sono convinto dell’ipotesi che gli scacchi siano per se uno stress (positivo) continuo. C’è un susseguirsi di nuove situazioni, spesso inaspettate, devono continuamente destreggiarsi fra successi parziali e insuccessi e si ritrovano a dover spesso riconsiderare le proprie strategie. In più devono riuscire a gestire al meglio un esercito di pezzi con caratteristiche diverse.

Credo che questo tipo di stress sia alla base del miglioramento anche scolastico dei bambini. Si allenano a scoprire che possono trovare nuove vie, nuove strategie per scendere dalle autostrade.

La capacità  di elaborare strategie adatte alle situazioni è un denominatore comune per migliorare.

Un’applicazione pratica dello stress positivo: il matto delle scalette.
Ho voluto sperimentare una situazione di stress con le terze classi dopo circa 40 ore di scacchi in 6 classi diverse.

Prendo il tema del Matto con le due Torri, nonostante siano previsti più tardi. Provo tre modi diversi,

1. la scacchiera magnetica per terra e i bambini intorno e a turno muovono i pezzi secondo indicazioni e domande.

2. a coppie sulla scacchiera davanti muovono i pezzi secondo indicazioni e domande.

3. Scacchiera murale, insegnamento frontale con domande.

Il primo e il terzo metodo con risultati lievemente peggiori. Prenderò come base, per questo motivo,il secondo metodo.

Faccio prendere ai ragazzi la posizione di lavoro: due bambini con una scacchiera, la prima traversa rivolta verso di loro e i pezzi ai lati della scacchiera.

Detto la posizione dalla quale partiamo:
– Bianco: Re1, Ta1 e b2;
– Nero: Re3.

Spiego che si chiama “Matto degli scalini” perché le Torri si muovono in alternanza e formano degli scalini. Spiego che una Torre impedisce al Re la traversa in questione e l’altra da scacco costringendo il Re ad avvicinarsi al bordo della scacchiera. Al primo giro il Re Nero si muove sulla colonna “e” e in poche mosse è Matto. Nel secondo giro il Re si avvicina alle Torri, qualcuno (pochi) si accorge che la Torre è attaccata e si blocca. Propongo di tenere sempre d’occhio il Re se si avvicina troppo, e consiglio di spostare le Torri dall’altro lato della scacchiera, lontano dal Re, e impostare nuovamente gli scalini. Mi fermo qui perché non voglio imporre più del necessario, voglio che cerchino da soli il resto e la classe sta anche diventando velocemente sempre più assente. Lo schema è “troppo facile e noioso” e non sono più disposti a seguire attivamente la lezione.

Detto la posizione successiva:
– Bianco: Re1, Td1 e f1;
– Nero:  Re4.
Gioco in simultanea con le coppie.

Hanno il tempo fra una mossa e l’altra di decidere quale mossa giocare. Tutti hanno grandi difficoltà, in media non una coppia per classe collega la posizione presente alla posizione del matto degli scalini. I disinteressati, mentre aspettano il mio ritorno, si occupano di tutto fuorché cercare la prossima mossa. La motivazione per cercare la mossa giusta è data dal fatto che appena mi danno il Matto possono giocare. Le mosse dei bambini non hanno un fine preciso muovono i pezzi con la sensazione del momento. Non hanno ancora la consapevolezza per impostare un piano, uno schema, a lungo termine. La lezione fatta precedentemente è automatismo, ma non apprendimento, nel senso che sanno quello che hanno appena imparato, ma non sanno che farsene con questi dati “memorizzati” come un computer. Non riescono a creare dei collegamenti con esperienze precedenti che, in effetti, non ci sono nemmeno ancora.

Alcuni trovano lo stallo portando il proprio Re in opposizione al Re Nero fino allo stallo, altri provano a mettere le Torri sui lati opposti della scacchiera, ma al momento di concludere in Matto ritornano alle mosse dettate al momento emotivo e mi danno l’occasione di riportare il Re nel centro. Molti non concludono niente, nel senso che cacciano il mio Re fra due o tre traverse.

Dopo un sacco di mosse inconcludenti e tanti nuovi inizi, se perdono una Torre o mi mettono in stallo si ricomincia dalla posizione di partenza, chiedo cosa abbiamo “imparato” oggi. Risposta unanime “il Matto degli scalini”, e mi mostrano con le mani il movimento virtuale delle Torri.

Chiedo allora “Perché non lo fate?”. Alcuni d’ora in poi ci provano con più o meno successo, ma l’ora è finita e non hanno giocato. Nella prossima ora, nuova posizione, c’è un lieve miglioramento e alcuni giocano. Nella terza ora la maggioranza riesce a giocare. Alcuni bambini trovano anche proprie soluzioni, per esempio mettono le Torri ai lati opposti della scacchiera, evitando gli scalini e mi danno Matto in poche mosse. Alcuni invece di spostare le Torri sull’altro lato della scacchiera, quando il Re attacca una delle due Torri, spostano la Torre di una casa per difendere l’altra mettendomi in Zugzwang e cosi possono continuare con gli scalini. Pensavo fosse più semplice spostare le due Torri dall’altra parte, ma evidentemente in alcuni casi sbagliavo. Questo conferma che i bambini sono diversi e i sistemi sono funzionali solo in relazione alla loro individualità.

In tutte e sei le classi (un centinaio di bambini) trovo le stesse identiche situazioni, potrei proseguire alla cieca senza timore di sbagliare qualcosa.

Cosa mi ha portato l’esperimento in vantaggi oltre a qualche conferma? Dopo 4 ore ho deciso di smettere, la maggioranza mi da matto in 5 minuti ormai, e di proseguire con il “Matto della Donna con la mossa di Cavallo”. Nelle prime 4 classi ho notato una maggior attenzione anche da parte dei disinteressati, vogliono pur giocare anche loro alla fine, e vuoi per il sistema più semplice, ma anche con la complicità di una maggiore attenzione e forse anche una piccola base sulla quale poggiare, questa volta la simultanea non crea problemi ai bambini. Qualche stallo c’è stato ma hanno giocato tutti alla fine.

La morale della storia: Puoi spiegare un nuovo argomento in tutti i modi possibili e anche se i bambini ripetono tutto quello che hai detto, esattamente come lo hai detto, nella maggioranza dei casi è stata memorizzazione di dati senza apprendimento o comprensione. La base per usare i dati proposti, per apprendere, è l’interesse individuale e comprensioni consolidate sulle quali poggiare nuovi dati. La mole dei dati memorizzati non hanno niente a che fare con le comprensioni che sono state valutate e consolidate in precedenza. Ciò non toglie che, per un certo periodo di tempo, i dati rimangono a disposizione.
 
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(1)  L’apprendimento:
 – inconsapevole
    all’incirca il 90% 
    automatico, veloce, routine, abilità
 – consapevole 
    all’incirca il 10%  
    mirato, complesso    consapevole, lento, nuove cognizioni creative

Risorse internet per gli istruttori di scacchi.

Segnalo, con colpevole ritardo, alcune risorse importanti disponibili in rete per istruttori e insegnanti di scacchi.

Per l’istruttore “agonista”

Il Maestro Giuseppe Tarascio, istruttore di scacchiIl Maestro pugliese Giuseppe Tarascio ha pubblicato sul sito Apulia Scacchi una parte del  materiale didattico che usa per i suoi corsi di gruppo e individuali. [Aggiornamento del 24 febbraio 2010: il Maestro Giuseppe Tarascio ha trasferito i suoi materiali sul nuovo sito istruttorescacchi.it.]
I materiali sono pubblicati o nel formato Chessbase (cbv), con molti commenti e ottimo uso delle evidenziazioni grafiche dell’ambiente Chessbase, oppure come testi in formato Microsoft Word.

Da uno di questi materiali abbiamo ricavato un Test sulle strutture pedonali che pubblichiamo in comodo formato pdf insieme con il documento con le risposte al test.

 

Per chi insegna nella scuola
Il Comitato Regionale Scacchi Friuli Venezia Giulia ha pubblicato da molto tempo una serie di utili dispense per istruttori predisposte da Eugenio Cervesato dopo il corso di qualificazione per istruttori di base e insegnanti elementari tenuto a San Daniele del Friuli nell’aprile 2006.

Questa dispensa è il frutto del materiale trascritto durante il corso (…). Il materiale è stato poi integrato, a mia discrezione, con contributi tratti da altri autori.
(…)
Uno speciale ringraziamento va a: Andrea Serpi, Giovanni Messina e Massimo Varini per il materiale originale; Davide Prenassi e Fabio Cervesato e per le trascrizioni.
Eugenio Cervesato
(dall’introduzione)

Segnalo l’iniziativa meritoria del CRS Friuli Venezia Giulia e rilevo, al tempo stesso, quanto poco usuale essa sia. 

Ho trovato ottime le dispense tratte dal corso, mentre penso che i programmi di insegnamento nelle scuole (i materiali riferiti alla voce “dispensa per principianti”) siano troppo pretenziosi e troppo concentrati per le possibilità dei bambini e per le poche ore di lezione dei corsi scolastici tipici.

Agonismo per i bambini? Meglio di no

Bambino gioca a scacchi

I bambini  hanno bisogno di misurarsi?
Probabilmente si!

I bambini hanno bisogno di agonismo?
Assolutamente no!
 

 

 

 

Non sempre prima vuol dire meglio.
Con la scusa che gli scacchi fanno bene, li si propone a bambini di età sempre più bassa. Al convegno di Torino, Gli scacchi, un gioco per crescere, ho saputo che in Cina propongono gli scacchi ai bambini dai tre anni in su. Più o meno lo stesso si sta facendo in India e in Turchia, e persino nella patria degli scacchi scolastici, la Germania, hanno sviluppato programmi di “allenamento” per bambini dell’età prescolare. Subito dopo i primi rudimenti, ci sono i tornei, e questo è male, come cercherò di dimostrare nel mio articolo.

Io penso, e me ne convinco ogni giorno di più, che far praticare l’agonismo ai bambini prima dei 10 anni (ma sarebbe meglio fossero 12) è deleterio per la loro riuscita come persone.

agonismo [a-go-nì-smo] s.m.
Strenuo impegno, volontà di vincere una competizione
SIN combattività: acceso agonismo
Dizionario Sabatini-Coletti

I bambini  hanno bisogno di misurarsi, non di agonismo.
Chi è favorevole all’agonismo anche per i piccoli sostiene, fra l’altro, che è necessario che i bambini possano misurarsi. Sono d’accordo, ma vediamo cosa vuol dire davvero misurarsi.
I bambini iniziano all’incirca dai tre anni in poi a voler vedere cosa sanno fare rispetto ad altri. Si tratta di un motore importante del loro sviluppo, dal quale – ma non solo – dipende anche lo sviluppo dell’autostima, della sicurezza, del sé. Per questo è importante che nel misurarsi abbiano successo. Non sempre, non su tutto, ma almeno qualche volta e su qualche cosa devono poter essere i migliori.
Uno studio condotto negli USA ha rivelato che bambini che hanno frequentato scuole con pochi alunni hanno raggiunto posizioni di rilievo nella società in misura maggiore rispetto ai bambini che hanno frequentato scuole con molti bambini. Il motivo di ciò è che nel piccolo gruppo il bambino trova facilmente qualcosa che sa fare meglio degli altri, mentre man mano che il gruppo si allarga, trova più facilmente qualcuno che sa fare quella cosa meglio di lui.
Il bambino può misurarsi a scacchi semplicemente giocando partite con i compagni, senza un adulto che controlla chi è il più forte, senza alcun diploma per aver vinto. Il gioco serve al bambino a dimostrare a se stesso che sa farlo bene. L’unico scopo è il gioco/sport e si gioca con gli amici punto e basta.
L’agonismo porta qualcosa in più?  Io non ne sono convinto.

I bambini non hanno la maturità per dare alla sconfitta o alla vittoria il giusto peso. Viceversa si identificano con il risultato, e se perdono, perdono autostima. Questo è assodato fino ai dieci anni, ma per andare sul sicuro possiamo anche aumentare la soglia di sicurezza a 12 anni.
Dopo una certa età non associano  più la sconfitta con il valore di sé, ma come conseguenza di un azione eseguita male. Questo non vuole ancora dire  accettare la sconfitta, ma solamente capire che la sconfitta non diminuisce il valore del soggetto.

Lo sport si interroga sull’agonismo
Chi si occupa oggi di sport giovanile si interroga sulla pratica agonistica dei bambini. Si chiede quando e come avvicinare i bambini all’agonismo e sta smontando precedenti entusiasmi e accelerazioni agonistiche.
Ad esempio, lo psicologo dello sport Vittorio Prunelli, annota:

Sempre di più oggi vediamo atleti attenti ai doveri e alle rinunce, pronti al massimo impegno e alle richieste degli allenatori, ma al tempo stesso spesso privi di autonomia, creatività e iniziativa
(…) sono troppe le potenzialità della mente che gli attuali metodi di formazione sportiva trascurano, non coltivano e a volte addirittura mortificano: lo sport si richiama ancora ad un agonismo sbagliato, alla specializzazione precoce, alla richiesta di pronte e fedeli esecuzioni, a pressioni costanti e difficilmente tollerabili, al divieto di sperimentarsi al di fuori di schemi fissi, alla condanna dell’errore e a metodi a volte privi di strumenti scientifici moderni.
Vincenzo Prunelli, Sport e agonismo. Come conciliare testa e gambe per formare uno sportivo completo,

Prunelli  non è contrario alla pratica agonistica, anzi, lavora perché sia realizzata al meglio. Ma non può fare a meno di rilevare i molti fallimenti dell’agonismo.

I mali dell’agonismo precoce.
L’agonismo comporta principalmente la ricerca per la vittoria. Combattimento e rivalità sono i punti salienti che escono dall’agonismo. Ma la vita non è solo battaglia e rivalità, che anzi occupano una minima parte nella vita dell’adulto

Il primo torneo è un’esperienza stressante e pesante per molti. Per quanto l’allenatore/istruttore si sforzi per sminuire l’importanza del risultato e sottolinei che “l’importante è partecipare”, il bambino si aspetta comunque di vincere, e questo gli porta tensioni varie. Inoltre l’allenatore è spesso un agonista (o ex) e questo è percepito dal bambino e attenua la portata delle parole sdrammatizzanti dell’adulto.
Alcuni bambini smettono subito a causa dell’eccesso di stress, mentre altri continuano anche senza provare piacere, per l’azione trainante del gruppo (i miei amici ci vanno, DEVO andarci anch’io).

Ai Campionati Italiani Giovanili di Merano del 2008 ho portato tre bambine di 8 anni e una di 6. Sapevo che avevano la padronanza del gioco per poter fare almeno 3 o 4 punti, e credevo che questo fosse sufficiente ad evitare loro frustrazioni eccessive. In più sembrava proprio che fossero motivate a partecipare, perché io non le avevo forzate in alcun modo e, generalmente, non do molto peso all’agonismo. Per prepararle al meglio ho fatto loro un piccolo corso di allenamento in vista del torneo. Le ragazze andavano d’accordo fra loro e facevano gruppo, sostenendosi a vicenda. I genitori – persone equilibrate, che sostenevano le figlie senza metter loro troppa pressione – erano favorevoli alla competizione perché ritenevano che avrebbe aiutato le loro figlie a misurarsi con i problemi della vita.
Considerati tutti questi elementi, ero ragionevolmente sicuro che le mie ragazze non avrebbero avuto problemi. Invece sbagliai clamorosamente.
Non avevo tenuto in considerazione l’incomprensione linguistica. Da noi a 7/8 anni iniziano ad imparare l’italiano e le conoscenze che hanno acquisito non bastano per dialogare con chi non sa il tedesco. La mancanza di dialogo con le avversarie non ha permesso alle bambine di Merano di abbassare il livello di tensione che questi tornei comportano. Mal di testa, vomito, mal di pancia e pianti si sono susseguiti per quasi tutta la durata del torneo.

Riporto questo episodio per sottolineare quanto sia difficile capire se ci sono tutte le condizioni perché l’agonismo non abbia effetti negativi sui bambini. E quindi, nel dubbio, preferisco sconsigliare a tutti la scelta agonistica.
Lo scrivo, da genitore io stesso, soprattutto per i genitori perché ci entusiasmiamo quasi sempre per i nostri figli e pensiamo che possano misurarsi nelle competizioni anche quando sono piccoli. Ma, salvo rare eccezioni, questo non è vero.

L’esperienza di Merano mi ha convinto a non proporre MAI in alcun caso l’agonismo, visto che non ho la competenza e obiettività necessarie per decidere chi abbia bisogno dell’agonismo prima dei 12 anni.
Perciò nelle mie classi non parlo né a favore, né contro l’agonismo; rispondo alle richieste di informazioni dei bambini e se qualcuno vuole dedicarsi all’agonismo lo indirizzo al circolo più vicino (sempre se quel circolo possa essere adatto al bambino, cosa che non è affatto scontata).

L’agonismo è utile (e necessario) solo per un esigua minoranza.
Se chiediamo agli agonisti di successo, ci sentiamo rispondere quasi sempre che lo sport ha dato loro molto – ovvio, hanno avuto successo –  ma ci sentiamo anche spesso dire che non farebbero rifare un percorso simile ai propri figli. Chissà perché! Forse perché il successo nello sport non è tutto? Forse perché le privazioni sono tante? Cosa direbbero tutti quelli che hanno smesso per i svariati motivi? Come ne sono usciti? Hanno avuto qualcosa dall’agonismo o è stato loro tolto qualcosa?
Un bel po’ di domande sulle quali si può riflettere.

L'agonismo può far male

 

I benefici dell’agonismo si possono ottenere anche senza agonismo!
Cosa porta in più l’agonismo?  Un campo di battaglia più vasto? La conferma ufficiale (coppe, medaglie ecc.) di essere il piú forte? I soldi? La notorietà? Tutte cose che servono soprattutto agli adulti, i bambini ancora non ci pensano, soprattutto se non sono ancora stati educati a ciò dalla società o dai media.

I benefici VERI più spesso associati all’attività sportiva sono la socializzazione, la disciplina la responsabilità e l’autonomia.
Ma ho veramente bisogno di agonismo per realizzare questi scopi?

La socializzazione: Mettiamo insieme 2, 4 o più bambini e vediamo cosa succede. Corrono, giocano, socializzano, discutono, insomma fanno tutto quello di qui hanno bisogno di fare per svilupparsi. Sono i bambini stessi a muoversi e a socializzare, l’agonismo può aggiungere qualcosa? Al massimo allarga il numero dei bambini, ma, come abbiamo visto dallo studio USA sulle scuole con pochi e tanti allievi, un numero maggiore di bambini può essere addirittura svantaggioso. Qualcuno socializza di più e qualcuno di meno, dipende dalla loro personalità e dalla personalità e possibilità dei genitori, non dall’agonismo.
L’agonismo però rende le cose leggermente più semplici ai genitori, ma i risultati non sono gli stessi. Se portiamo i bambini in contatto con altri bambini senza altro scopo che quello chiesto da loro stessi, essi “socializzano” anche per tutta la giornata senza interventi da parte nostra. Nell’agonismo, invece, si aggiunge la competizione: i bambini sono avversari, non compagni di gioco; si combattono anziché cooperare. Perciò se un bambino è poco socievole, rimane tale anche nel gruppo agonistico. Il comportamento sociale è un dato personale, di carattere e l’agonismo non credo sia adatto a migliorarlo.

Responsabilità, autonomia e accettare sconfitte: Anche tutto questo lo imparano senza intromissioni da parte nostra quando giocano semplicemente insieme. I bambini non fanno partecipare quei bambini che non si attengono alle regole del gruppo. Regole che si danno loro stessi e che se non vengono accettate da singoli, i singoli non parteciperanno al gioco, saranno estromessi. Non riuscire a convincere gli altri a fare un particolare gioco è una sconfitta per il bambino, ma una sconfitta che accettano relativamente presto e possono accantonarla in un angolino. Ma quando si aggiungono gli adulti che osservano o quando si tratta di vincere, allora la sconfitta si tramuta in una caratteristica personale negativa per la loro persona (autostima). Non hanno la facoltà di digerire la sconfitta (ma anche la vittoria che è per pochi) come un fattore indipendente da loro.
A parte il fatto che non si può imparare a perdere, al limite si impara a far buon viso a cattiva sorte, ma non si impara ad accettare la sconfitta.  Accettare la sconfitta è una caratteristica personale interiore e o si ha o non si ha. Non si impara, si impara a controllare l’emozione “sconfitto” e a non mostrare questa emozione.
L’autonomia è garantita quando non ci immischiamo nei loro giochi, quando decidono da soli chi accettare nel gruppo e chi non.  Essi si inventano continuamente giochi, apparentemente senza scopi, ma che servono anche ad imparare cose utili per il loro sviluppo. Sanno intuitivamente cosa va bene e cosa non va bene. In piena autonomia. L’agonismo non aggiunge niente alla loro autonomia, anzi al contrario li rende meno autonomi (vedi Vincenzo Prunelli).

La disciplina: La definizione disciplina può avere molte interpretazioni, a seconda dei casi dove viene usata. A me “disciplinare” suona simile a “condizionare”. Rimanendo in ambito familiare i bambini hanno comunque già sviluppato una certa disciplina. Ad esempio si svegliano in tempo per poter partecipare a giochi, feste di compleanno o altre cose per loro importanti. I bambini sono di una disciplina scrupolosa quando indagano o esplorano nuove cose.
Anche la disciplina deve venire da dentro e non credo si possa introdurre dall’esterno, sempre se con disciplina intendiamo determinazione e ordine di vita e non condizionamento. L’agonismo aggiunge veramente qualcosa?  Probabilmente non abbastanza da giustificare la pratica agonistica. Negli scacchi la disciplina avanza di pari passo con il piacere di giocare.

Per una via contemplativa allo sport. Il Buddha gioca a scacchi.
Cosa cerchiamo di trasmettere ai bambini? Cosa serve loro per poter agire e non solamente reagire meccanicamente? Quali sono le basi per una vita piena di soddisfazioni?
Forse:
• decidere consapevolmente le proprie azioni.
• agire senza aspettative.
• accogliere serenamente qualsiasi risultato.
Purtroppo queste cose non le imparano dove dovrebbero impararle. In nessun caso le imparano dall’agonismo.

Questi tre punti valgono anche per l’allenatore/istruttore, ma raramente vengono rispettati. Le nostre azioni sono sempre legate ad aspettative precise, che spesso sono disattese dai risultati a causa anche della non idoneità della maggioranza dei bambini alla pratica agonistica.

Come sono i bambini? Sono egoisti, vogliono tutto subito, vogliono tutto per loro, vogliono sempre essere i primi, vogliono essere i migliori e cosi via. Tutte caratteristiche necessarie in questa età per progredire. In questa fase del loro sviluppo possono imparare ad agire come vogliamo noi, ma non ne comprenderanno il motivo. Lo faranno per compiacere all’adulto, sia esso genitore, insegnante o istruttore di scacchi. Quando gli adulti non sono presenti, i bambini agiscono secondo la loro natura egocentrica.
Solo quando saranno in grado di immedesimarsi nell’altro inizieranno a capire che anche gli altri hanno gli stessi desideri e inizieranno ad agire di conseguenza. (E non è detto che ci riescano: una volta chiesi ad uno psicologo che si occupa di studenti delle scuole superiori quando i bambini riescono ad immedesimarsi negli altri. Scoppiò in una risata e mi disse che la maggior parte degli adulti non ci riesce…)
Prima di questo periodo si sviluppano solamente automatismi, ma mai comprensioni sulle necessità di agire in un certo modo. Non sono necessari condizionamenti,  ma comprensione e la comprensione necessita di una maturità che i bambini raggiungono in una fase di sviluppo successiva. Anche qui l’agonismo non aggiunge niente allo sviluppo personale. Anzi credo aumenti l’egocentrismo per quelli che vincono e riduce l’autostima per tutti gli altri, che appena possono smettono di cimentarsi con lo sport.

Molti sono convinti che confrontarsi con la competizione o con i problemi in generale, aiuti ad affrontare meglio le durezze della vita.
Io penso però che ogni cosa vada fatta a suo tempo. Se il bambino deve confrontarsi con la competizione invece di misurarsi solamente, è meglio che lo faccia quando il suo sviluppo cognitivo e psicologico lo rende più pronto a gestire la situazione stressante della gara agonistica. E io penso che questa età sia intorno ai 12 anni.
Con questo non voglio dire che l’agonismo sia una buona cosa a partire dai 10 o 12 anni. Sono convinto che i cosiddetti vantaggi dell’agonismo siano prerogativa di pochi, siano essi bambini, adolescenti o adulti, e che, in generale, gli svantaggi siano maggiori dei vantaggi.
Questo non vuol dire reprimere situazioni di conflitto ne iperprotezione, ma semplicemente un ragionevole aspettare che il bambino abbia le capacità cognitive e psicologiche necessarie per poter ragionevolmente sperare in un successo nel risolvere il conflitto.
Se non c’è una ragionevole possibilità di avere successo il danno è certo in partenza. Non impediamo loro, con questo, di aver paura, ma semplicemente aspettiamo che siano maturi abbastanza da destreggiarsi nella paura. Se li costringiamo troppo presto, quando non sono ancora in grado di confrontarsi o non ne hanno desiderio, le nevrosi sono assicurate!

“Gli scacchi sono in assoluto lo sport più violento su questa terra”
Garry Kasparov

 

Scacco matto!

Combinazioni di matto! 
Ci sono molte definizioni per il termine “combinazione” di scacchi, ma la mia personale accezione è quasi etimologica: e cioè la combinazione di più temi o minacce in un’unica sequenza di mosse. Infatti essa è distinta dal tatticismo (o “petite combination” secondo la definizione di Capablanca), in cui invece è sufficiente un solo tema per acquisire il vantaggio e il più delle volte non è necessario alcun sacrificio, che secondo la maggior parte degli autori è ciò che caratterizza invece la combinazione.

Qualche anno fa iniziai a inventare delle definizioni per alcuni “quadri di matto”, sulla scorta di quelli più famosi come “Matto del barbiere” o del “corridoio”, perché mi pareva che fosse più facile tenerli a mente una volta che li si potesse associare ad un nome. Così ne inventai – senza esagerazione – qualche migliaio e mi accorsi di essere entrato in una “miniera” inesauribile.

Molti scacchisti “puristi” storsero un po’ il naso, mi dissero “Passi per matto affogato, che è universalmente riconosciuto, ma non puoi definire arbitrariamente un tema di matto”; semplicemente l’ho fatto! Non solo ma il passo successivo fu di “incorniciarli” a futura memoria dei miei bambini nelle carte di scacchi.

Per chi ama la classificazione storica dei motivi di matto posso segnalare il bellissimo libro di Pierluigi Beggi “Impariamo a dare matto”, che contiene una panoramica sui quadri di matto più famosi; oppure l’ottimo libro di Alex Wild “I matti” che ne contiene in gran numero senza alcun intento classificatorio.

Quest’anno invece sperimenterò un ulteriore gradino del mio metodo: la combinazione delle definizioni di matto! L’idea è semplicissima, poiché le definizioni hanno un senso (oltre all’evocazione della fantasia) che è prettamente scacchistico: per esempio i matti che sono resi possibili da una inchiodatura li ho chiamati “Matto del falegname”

Matto del falegname

Matto del falegname

il matto in cui la  Donna è a stretto contatto col Re avversario l’ho chiamato “Matto della nonna”

Matto della nonna

Matto della nonna

ora un matto in cui la Donna che dà matto al Re non può essere catturata a causa di una inchiodatura lo chiamerò “Matto della nonna del falegname” 

Matto della nonna del falegname

Matto della nonna del falegname

In pratica in questo modo si vengono a creare delle vere e proprie storielle, il che è di ulteriore stimolo per la memoria dei bambini.

Altro esempio: questo matto l’ho chiamato “Matto dell’Indiano” perché pare che l’Alfiere lanci una freccia al Re avversario 

Matto dell'Indiano

Matto dell'Indiano

quest’altro matto potrà allora chiamarsi “Matto del falegname indiano” 

Matto del falegname Indiano

Matto del falegname Indiano

Naturalmente le permutazioni combinatorie sono tendenti all’infinito, così i possibili quadri di matto degli scacchi, ciò nonostante i bambini sono stimolati a crearsi il proprio sistema euristico di riconoscimento e potranno esserne avvantaggiati.

 

Gli schemi ricorrenti.
Uno dei contributi più attesi al Convegno di Torino “Gli scacchi: un gioco per crescere” dello scorso febbraio, era quello di Fernand Gobet, sul ruolo cognitivo che possono avere gli scacchi a scuola. Dalla sua relazione emergeva chiaramente che la pratica era molto più importante del talento per raggiungere la maestria a scacchi (e non solo a scacchi), e che sostanzialmente la differenza tra esperto e novizio è puramente una questione di dinamicità o plasticità mentale nell’organizzare la propria memoria in blocchi (chunks) di alcuni motivi o schemi ricorrenti (patterns): il maestro è solo più abile e più veloce nel riconoscere questi schemi o di ripescarli dalla propria esperienza, mentre il dilettante è più lento e possiede in genere meno schemi di riferimento.

Per lo stesso motivo io ritengo che le mie carte scacchistiche possano svolgere un gran ruolo sulla capacità dei bambini di migliorare sia la memoria che l’immaginazione (senza alcuna particolare spinta agonistica nell’insegnamento) e le ho adottate da qualche anno nella mia didattica a scuola.

Le illustrazioni dei matti (semplici diagrammi che vanno dal matto in una mossa fino ad un massimo di 4 mosse per i bambini più bravi) grazie al loro nome vengono memorizzati più facilmente e spesso i bambini mi chiamano quando ne hanno eseguito qualcuno sulla scacchiera. Inoltre io non svelo mai la soluzione e gli raccomando di cercarla con calma, fornendogli in questo modo degli esercizi di visualizzazione per casa: per loro è un piacere perché piace collezionarle e perfino scambiarsele.

Psicomotricità per bambini in età pre-scolare

giocoLa nuova frontiera degli scacchi a scuola.
Dalla prima volta che me ne parlò Alessandro Dominici (Conferenza istruttori FSI- Merano 2008) illustrandomi il programma portato avanti da Paola Russo, la psicomotricità su scacchiera gigante ha attratto tutti i miei interessi didattici nei confronti dei bambini e rappresenta secondo me la nuova frontiera degli scacchi scolastici.
In seguito, grazie ad un suggerimento di Giulio Francalancia e dell’amico istruttore Franco Loi di Cagliari, ho scoperto lo splendido lavoro di Alessandro Pompa “I bambini e gli scacchi” dove ho trovato numerosi spunti!

Così già lo scorso anno scolastico ho iniziato a sperimentare un approccio nuovo (rispetto alle esperienze in Piemonte e nel Lazio) che da una parte riguarda gli schemi pre-motori e pre-logici; d’altra parte coinvolge la creatività dei bambini e la loro propensione ad inventare storie;  ma andiamo con ordine.

Naturalmente l’Ottavo circolo didattico di Sassari.
Proposi un laboratorio sperimentale  alla maestra Domenica Mura, responsabile delle attività motorie dell’Ottavo circolo didattico “Galileo Galilei” di Sassari, dove lavoro ormai da oltre 6 anni (e con all’attivo due finali nazionali GSS).
Dopo un incontro tecnico con le maestre della scuola materna abbozzammo un programma per iniziare, ma purtroppo a causa di adeguamenti edilizi il progetto iniziò solo a marzo e con tre classi di prima elementare, rimandando il proposito di coivolgere i bambini dai 3 ai 5 anni nel prossimo anno scolastico, con la novità di una splendida scacchiera pavimentata proprio all’ingresso della scuola!

Oltre ai citati lavori di Paola Russo ed Alessandro Pompa gli altri punti di riferimento del mio programma sono  Jean Le Boulch (il padre della psicocinetica),    Bernard Aucouturier, Julian De Ajuraguerra (che hanno posto le basi della moderna terapia psicomotoria) e infine , apparentemente slegata dai precedenti Marianne Frostig, ideatrice di un metodo per bambini con ridardo di apprendimento a cui mi sono liberamente ispirato per i miei giochi propedeutici.

La scacchiera come palestra della mente!

Un pavimento a scacchiera in un'aula di Osilo (SS)
Un pavimento a scacchiera in un’aula di Osilo (SS)

Per la costruzione della scacchiera abbiamo pensato a varie alternative: la pavimentazione all’interno della scuola, la pittura con vernice nel cortile e infine l’applicazione di carta adesiva all’interno della scuola. Per le scuole materne invece l’ideale sarebbero quei tappetini (che purtroppo costano uno sproposito) tipo tatami delle palestre. In alternativa ci inventeremo dei materiali antiscivolo o in tessuto, o in materiale plastico o in cartone.  In tutti i casi le dimensioni possono variare dai 50 cm di lato a casella al massimo di un metro, a seconda dello spazio a disposizione.

Come la dama internazionale
La prima novità riguarda il numero delle caselle della scacchiera che saranno 100 (10×10) piùttosto che 64, perchè in una linea di continuità coi contenuti scolastici, si utilizzeranno i giochi di movimento per dare “silenziosamente” i primi rudimenti logico-matematici che i bambini ritroveranno alle scuole primarie.

I primi giochi di movimento saranno quelli che tutti noi giocavamo per strada solo 20 anni fa: il paradiso (o campana); il trenino; i giochi dell’oca o di movimento coordinato (1, 2 , 3 stella…) ecc. Premetto che per i bambini delle materne non si farà mai menzione al gioco degli scacchi! I giochi proposti sono propedeutici ma i bambini non giocheranno a scacchi: semplicemente saranno essi stessi le figure degli scacchi.

Qualche esempio pratico: l’Alfiere, la Torre, la Donna.
Faccio un esempio: si chiama un bambino e lo si fa mettere a cavallo di due case (esempio d1 ed e1). Si chiede alternativamente al bambino di alzare il piede che è posto su un colore : può essere l’occasione per insegnare la differenza tra destra e sinistra magari facendogli togliere una sola scarpa (cinestetico), oppure per associare il senso del ritmo (battito di mani); quando il bambino è sicuro di sè gli si chiede di restare in equilibrio su un solo piede e poi di saltellare su una casa dello stesso colore; poichè difficilmente egli azzarderà un salto di un’intera casella il suo movimento sarà in diagonale e quindi si muoverà come un Alfiere senza che noi gli abbiamo neppure spiegato cosa sia una diagonale!

Per fargli “agire” il movimento della Torre si può fare come segue: si dispongono dieci bambini su una colonna (poniamo la B); quindi si prende una palla o una ruota e si chiede ai bambini di portarla avanti lungo la colonna A (come variante si può chiedere ai bambini di carponare sino alla fine della scacchiera lungo la colonna A), anche in questo caso apprenderanno senza saperlo il movimento voluto.Per la Donna ho pensato invece a delle corde tenute da altri bambini al di fuori della scacchiera: 4 sulle diagonali e 4 sulle ortogonali;

La scacchiera come mappa del tesoro!
Uno dei commenti più entusiastici delle maestre è stato quello che i miei giochi rivestivano tutti contenuti altamente formativi, rinforzando concetti che i bambini ritrovano in geografia (i percorsi di orientamento), in aritmetica (le corrispondenze biunivoche mano -casella o piede-casella); in geometria e persino in Italiano dato che devono inventarsi delle storie.

Grazie all’utilizzo del metodo ideografico che prevede l’uso di numerose figure come fuochi, muri, dischi solari, impronte, carote, ecc., i bambini inventano prima delle semplici frasi e poi intere storie.
Inoltre con il solito instancabile amico e collega Michele Devilla abbiamo stampato dei quaderni con delle griglie nei quali i bambini fanno dei semplici esercizi di tratteggio tra le varie figure proposte (pensate ad un viso stilizzato ed un fuoco: si domanda “dove deve passare il bambino per non bruciarsi?”) ma in realtà fanno esercizi  – sempre inconsapevolmente – di pregrafismi!

Infatti in una griglia è possibile fare qualsiasi lettera e numero e spesso proponiamo loro delle passeggiate sulla scacchiera secondo un disegno a noi familiare…

 

Schemi facilmente proponibili in una griglia

Schemi facilmente proponibili in una griglia

Inoltre altri classici giochi sono le battaglie navali, il ruba-bandiera  e le cacce al tesoro, grazie ai quali i bambini prendono subito confidenza con il sistema delle coordinate, che seguendo il suggerimento di Alessandro Pompa per i più piccoli possono essere proposte con figure al posto delle lettere e con colori (quelli dei regoli matematici come insegna Carmelita Di Mauro!) 

La scacchiera ideorafica in azione
Una scacchiera ideografica

 

Il metodo ideografico si struttura.
Insomma queste sono solo alcune delle idee messe in cantiere, ma ne parleremo ancora prossimamente, perchè ho proposto al CONI provinciale di Sassari di coinvolgere i professionisti dell’attività motoria, i diplomati ISEF, cui farò un corso per implementare i presupposti teorici e per concordare gli schemi corporei che possano avere una valenza sia diagnostica (in alcuni casi è possibile individuare qualche problema di lateralità che potrebbe portare a dislessia, disgrafia o discalculia), sia pre-sportiva che pre-scolastica.

S’impara prima, se spiego in rima?

Gli scacchi resi semplici!
Uno dei miti da sfatare – lo ripeto spesso – per rendere più popolare il gioco degli scacchi è quello che siano un gioco complicato e che occorra molta intelligenza o pazienza per giocarci. L’insegnamento degli scacchi ai bambini più piccoli è l’occasione migliore per farlo: essi imparano in poche ore il gioco tra lo stupore dei propri genitori che spesso pensano di avere in casa un “genio”!
Cosa deve fare allora l’Istruttore? Prima di tutto deve spiegare ai genitori che il gioco degli scacchi è semplice ed i bambini – dato che è un gioco – non hanno difficoltà ad impararlo; a Sassari abbiamo sperimentato una dispensa di 12 pagine che diamo alla prima lezione ai bambini (e alle maestre!) con tutti i movimenti e i regolamenti basilari, affinchè anche i genitori possano giocare con loro a casa, quando lo vogliono!
Personalmente condivido la preoccupazione di Alex Wild sulla inopportunità di introdurre nelle scuole, specialmente quelle primarie, l’aspetto tecnico-agonistico: così premiante nelle competizioni sportive, ma così discriminante sulla diffusione di massa degli scacchi.
Perché per ogni vincitore di torneo ci sono decine e decine di sconfitti, e se non si riesce a fare una adeguata preparazione da parte di tutte le Agenzie formative (genitori, maestre, istruttori…) questo aspetto porta forte stress ai bambini (ne ho avuto una conferma anche agli ultimi campionati Under 16 di Courmayeur, dove ho assistito a pianti pressochè sistematici), fino al punto di portarli a rifiutare anche di giocare.

Allo stesso tempo, come Istruttore giovanile della FSI, penso di avere anche un altro compito: quello di proseguire il lavoro di promozione, svolto nelle scuole ed orientato ad una integrazione con i programmi scolastici, con uno di formazione fatto invece nei circoli, nei centri di avviamento allo sport (CAS) del CONI, o nelle scuole di scacchi.
Lo scopo non è ancora quello di formare campioncini di scacchi, ma di iniziare a guidare i bambini verso la pratica sportiva, dandogli modo di crescere e di sperimentare le difficoltà che questo può comportare. Statisticamente questi bambini sono una minoranza: secondo la mia personale esperienza su circa 500 bambini alfabetizzati solo una sessantina partecipano a tornei che non siano scolastici, e di questi solo una trentina si tesserano e fanno i campionati giovanili. Quindi non si può sospettare che la Federazione abbia  il solo interesse per la Scuola per fare numeri: tanto più che la tessera scolastica è addirittura gratuita!

I proverbi scacchistici.
Per quanto riguarda il passaggio dagli scacchi a scuola alla scuola di scacchi, da qualche tempo utilizzo un sistema simpatico per spiegare i principi generali ai bambini più piccoli che abbiano già una discreta padronanza del movimento dei pezzi, cioè non sbagliano più e non lasciano i pezzi sotto attacco.
Si tratta di rime scacchistiche che sottolineano alcuni momenti tipici della partita, che i bambini vivono con grande coinvolgimento, tanto che le maestre spesso mi riferiscono che anche durante la ricreazione i bambini vogliono giocare a scacchi e spesso cercano di inventarsi delle rime.
Lo scorso anno una bambina di quinta elementare ha composto una poesia eccezionale di ben 54 versi, che dimostra davvero una grande passione sia per gli scacchi che per la poesia!
I proverbi scacchistici sono stati pensati proprio per far comprendere meglio, o comunque catturare l’attenzione, su alcune condotte che è preferibile seguire quando si gioca a scacchi, ma non hanno lo scopo né di indottrinare l’allievo, né di essere utilizzate per denigrare i compagni, né di farli diventare campioni. Ritengo invece che svolgano un utile rinforzo per la comprensione di alcuni argomenti trattati durante la lezione: i bambini si divertono tantissimo e spesso sono loro a richiederli o cercare di inventarseli.

Qui di seguito riporto una breve rassegna di questi proverbi impreziositi da alcune linotipie  in perfetto stile espressionista che lei adora, della amica e collega Erika Pili. Sia lei che Salvatore Fenu hanno adottato nella loro metodologia i miei proverbi e lei ogni tanto mi sforna un’opera ispirata ad essi.

Sto lavorando ad un mio manuale che raccoglierà – possibilmente con dei fumetti – la maggior parte delle mie lezioni col metodo ideografico e le carte scacchistiche. In questo manuale non mancheranno, naturalmente, i proverbi.

 "La regina", da una linotipia di Erika Pili

La Regina sui suoi tacchi andava a spasso
e subiva attacchi ad ogni passo.

O anche:

Sulla Regina fuoco
con altri pezzi in gioco

Chi muove solo la Regina
la sua fine si avvicina

Chi gioca subito il suo pezzo forte
certamente sfida la sorte.

  "Pedoni", da una linotipia di Erika Pili

Pedoni doppiati, pedoni isolati…
Son tutti pedoni malandati!

O anche:

I pedoni siano un muro
dietro cui sta il Re al sicuro

Contro i pedoni uniti a catena
ogni nemico arretra o si frena.

Avanza il pedone, metro dopo metro,
però attenzione: non torna più indietro!

Vedo un pedone non protetto
e lo mangio come un confetto!

  "Cavallo a lato, cavallo dimezzato", da una linotipia di Erika Pili

Cavallo al lato
Cavallo dimezzato

o anche:

Cavallo laterale
sovente porta male

Cavallo al bordo
Cavallo balordo

Cavallo posto al margine
è come un fiume contro l’argine…

  "Stallo", da una linotipia di Erika Pili

Tante Regine presenti al gran ballo
e il Re contento rimane in stallo!

O anche:

“Oh povero me: non ho più spazio…
Resto in stallo e vi ringrazio!”

Come insegna talvolta la Storia
ogni promozione ritarda la vittoria!

Ora il Re è cicondato,
ma è contento: ha pareggiato!

   "Abbandono" - da una linotipia di Erika Pili

Sua maestà scende dal trono
per annunciare mesto il suo abbandono…

o anche :

Il Re vagabondo
e l’esercito a fondo.

Quando il Re se ne va in gita
si regala la partita

Finita una prova
ne inizia una nuova!

Ogni partita è un Campionato del mondo
bravo il primo, ma anche il secondo!

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Erica Pili e Sebastiano PaulesuErika Pili
L’autrice delle illustrazioni di questo articolo è Erika Pili, campionessa italiana di scacchi, categoria under 14, nel 2000. Attualmente Erika è anche istruttrice di scacchi e usa il metodo ideografico, che ha sperimentato insieme con l’autore dell’articolo, Sebastiano Paulesu, con lei nella foto.

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Chi volesse avere un esempio più ampio dei proverbi e motti ideati o riutilizzati da Sebastiano Paulesu, può scaricare il documento pdf La rima bianca, la rima nera, presente anche nella sezione materiali.